Il mio blog preferito

sabato 22 maggio 2010

Senza parole



Non so perché, ma mi è venuta l'idea di decorare questo post con una bella oca.

La notizia si è diffusa in rete a gran velocità e nasce da una Circolare Riservata, protocollata n. 489/ris e datata 27 aprile 2010, che ha per titolo Dichiarazioni a mezzo stampa del personale scolastico. Indicazioni.
Per quanto riservata fosse, qualcuno si è evidentemente premurato di diffonderla nei posti giusti, tanto che ormai in rete si trova con facilità, ad esempio qui. In cotal circolare il Direttore Scolastico Regionale dell’Emilia-Romagna, dottor Marcello Limina, esponeva ai Dirigenti degli Uffici Scolastici Provinciali (un tempo Provveditori, ma ormai cambiano nome ogni due anni) della regione alcune interessanti direttive.
Infatti, spiegava il buon Limina,

si leggono frequentemente sulla stampa dichiarazioni rese da personale della scuola, con le quali si esprimono posizioni critiche, con toni talvolta esasperati e denigratori dell'immagine dell'Amministrazione di cui lo stesso personale fa parte. Tali toni e contenuti si riscontrano anche in atti e documenti indirizzati ad autorità politiche o amministrative dell'Amministrazione centrale e fatti spesso circolare all'interno delle Istituzioni scolastiche o distribuiti ad alunni e famiglie.

Si tratta dunque di tutti gli insegnanti, bidelli, DS che hanno espresso la loro opinione sull'attuale funzionamento della scuola in risposta alle domande di qualche giornalista, ma anche di chi porta a scuola o propone ai genitori petizioni varie indirizzate... beh, le petizioni e le raccolte firme di solito sono indirizzate al Presidente della Repubblica, ai Presidenti della Camera, al Ministro dell'Istruzione e roba del genere - certo non avvio una raccolta di firme sul fatto che a scuola manca la carta igienica per consegnarla trionfante al mio calzolaio o alla libreria dove vado a rifornirmi di manga. Voglio dire, non avrebbe molto senso. E certo che è possibile che i toni di chi lavora nella scuola siano un tantino esasperati. Eh sì, è proprio possibile.

E dunque, prosegue Limina
fermo restando la libertà di manifestazione del proprio pensiero, occorre osservare che la stessa trova limiti nell'etica e nella correttezza professionale nonché nella tipicità della funzione educativa.
Vengono poi citate specifiche disposizioni normative e contrattuali che impongono ai dipendenti pubblici in generale, e al personale del comparto scuola in particolare, di astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo possano ledere l'immagine dell'amministrazione pubblica e di rapportarsi con i loro superiori gerarchici nella gestione delle relazioni con la stampa.
Insomma, il signor Limina (nome non del tutto pertinente, mi sembra, perché l'uomo sembra aver passato assai i confini di liceità e decoro) riconosce al personale scolastico il diritto di pensarla come vogliono, in ciò mostrandosi migliore dell'Inquisizione e dei partiti comunisti old style, ma sembra convinto che tale personale scolastico abbia compiuto come minimo un giuramento militare che lo impegna a trattare con l'esterno solo attraverso i suoi rapporti con i superiori, il tutto in nome della nostra funzione educativa. Insomma, siccome noi e i bidelli siamo educatori, possiamo dire in giro solo quel che i nostri superiori ci autorizzano a dire.
Ma, attenzione, non quello che ci autorizzano a dire i nostri diretti superiori, no, dobbiamo aspettare le alte sfere - anche per decidere se rispondere alla domanda di un giornalista o presentare una petizione al Presidente della Repubblica.
Infatti il Limina prosegue (forte, suppongo, della sua seconda bottiglia di gin)

Tutto ciò premesso, si invitano le SS.LL a richiamare la personale attenzione dei dirigenti scolastici su quanto precede, chiedendo loro di sensibilizzare il personale della scuola sul corretto comportamento da tenere con gli organi di stampa.Va inoltre ricordata la necessità di informare il dirigente competente di tali rapporti. Il corretto comportamento da tenere non va ovviamente dimenticato neppure in occasione della redazione di documenti o comunicati diretti agli studenti, alle famiglie o ad altri soggetti.
Infine le SS.LL. vorranno ricordare al persoale scolastico che è improprio indirizzare ad alte autorità politiche o amministrative diverse dal loro diretto riferimento gerarchico documenti, appelli o richieste.

Non si tratta dunque solo della stampa: dobbiamo riguardarci assai anche nel rivolgerci più in alto del nostro diretto superiore. Insomma, basta con questi stucchevoli appelli al Presidente della Repubblica, al Consiglio di Stato e analoghi (ignoro se ci sia tuttora concesso rivolgerci, in caso al TAR. Forse è ancora possibile, usando un po' di prudenza, ma è solo un'ipotesi da parte mia).
In compenso dobbiamo fare molta attenzione anche quando ci rivolgiamo a genitori e studenti.

Sul finire Limina sembra ricordare che la scuola appartiene al settore pubblico e viene fatta con il pubblico, per il pubblico e davanti al pubblico, con un certo qual obbligo alla trasparenza. E allora, siccome l'amministrazione ha il dovere di dialogare sia con il personale dipendente sia con gli utenti non già per starli a sentire quanto per dare risposte comprensibili e per meglio commentare e motivare scelte, nuove misure e strategie adottate, allora la Direzione Generale promette che cercherà di migliorare la qualità dell'informazione anche sul suo sito web. Da parte loro, le SS.LL vorranno attivare sul sito web di ogni Ufficio territoriale una casella funzionale e-mail, tramite la quale potranno essere indirizzate richieste, pareri, proposte, appelli da parte del personale scolastico e delle famiglie.
Sarà cura di codesti uffici territoriali proporre allo scrivente, di volta in volta risposte adeguate, misure conseguenti e soluzioni per i problemi segnalati, con l'intento di migliorare l'approccio con il personale scolastico e con l'utenza.

Il signor Limina è convinto di aver tappato la bocca di tutti gli addetti ai lavori nel comparto scuola a buon diritto, appellandosi al Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni (Decreto Funzione Pubblica 28 novembre 2000, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 10 aprile 2001 n. 84), e infatti la circolare prosegue citando proprio il Codice in questione, che all'articolo 2 sancisce che gli stessi devono "conformare la proprio condotta al dovere costituzionale di servire la Nazione".
Dice anche però (ma il distrattissimo dottor Limina si è dimenticato di riferirlo) che salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’amministrazione.

La tutela dei diritti dei cittadini, dunque, viene prima anche della tutela dell'immagine dell'azienda; e del resto servire la Nazione non è proprio la stessa identica cosa che "servire l'immagine del governo attualmente in carica". Il signor Limina si mostra assai propenso a dimenticarlo, ma gli statali che lavorano nella scuola sono al servizio dell'intero paese. Quando il governo emana, nel nostro ambito, leggi improprie, inapplicabili o lesive degli interessi della pubblica istruzione è perciò nostro dovere farlo notare all'utenza (che, nel caso della scuola materna e del primo ciclo sono soprattutto i genitori) e all'intera opinione pubblica; perché la scuola statale appartiene a tutti e va tutelata prima di tutto da noi.

Con buona pace del signor Limina, cui la Maristella ha comunque dato il suo pieno appoggio con argomenti all'altezza della circolare "riservata".

mercoledì 19 maggio 2010

A School for Scandal




Nei giorni della mia radiosa giovinezza Playboy era considerata "una rivista elegante", anche se tutti sapevamo che nel paginone centrale la modella era nuda. Anche nell'atmosfera di perbenismo oppressivo che va tanto di moda ai giorni nostri, comunque, definirla "materiale pornografico" mi sembra un po' eccessivo, checché ne dica la giovane Contaballe.
Ad ogni modo è stato in un'Ottica Altamente Trasgressiva che Lunastorta ne ha comprato un numero all'edicola del suo paese qualche settimana fa. Da allora, per molti giorni, tale rivista ha viaggiato su e giù da scuola, fedelmente custodita nel suo zaino, e ha viaggiato parecchio anche in giro per la classe, durante le ore di lezione e non; o almeno così giura la Contaballe (non sempre il massimo dell'attendibilità, a dire il vero) che si è raccomandata che noi professori serbassimo il segreto perché se no i compagni l'avrebbero picchiata, se avessero saputo che aveva parlato.
I racconti di Contaballe vanno sempre maneggiato con le pinze, ma stavolta quel che dice "se non è vero, è inventato bene".
Ad ogni modo quel numero di quella rivista è stato trovato non da noi ma da Mina Vagante, un ragazzo della classe accanto, ospite casuale un giorno in cui la sua classe era ai Giochi della Gioventù e lui aveva perso il pullmino per andarci e dunque si trascinava per le varie aule, al seguito di professori scarsamente entusiasti della sua compagnia, in qualità di Ospite e di Rompiballe - ruolo, quest'ultimo, che da sempre ricopre con successo all'interno della scuola e di ogni singola classe che l'ha ospitato, vuoi per poche ore, vuoi per un intero anno.
Sta di fatto che per annoiarsi meno è andato (senza essere stato invitato a farlo) a frugare nello zaino di Lunastorta, dove ha pescato la rivista e se l'è portata al suo posto, vicino alla cattedra.
Lunastorta, comprensibilmente, non se l'è sentita di urlargli dietro "Ehi, rendimi il mio numero di Playboy!" e non deve avere passato un bel quarto d'ora mentre Mina Vagante sfogliava la rivista ridacchiando in modo così palese che l'insegnante ha dovuto notarlo, prendere atto della cosa, vedere che rivista era e poi...

Naturalmente Lunastorta ha negato tutto. La rivista non era sua, né sapeva come e in qual modo fosse finita nel suo zaino. Per negare, Lunastorta è bravissimo e, per quanto in ansia, ha sostenuto la sua tesi senza esitazione.
Beh, a quel punto era l'unica cosa da fare. L'altra possibilità era dire con fermezza "Scusate, io nel mio zaino ci tengo quel che mi pare purché non contrario alle norme di legge, e questa rivista è venduta nelle edicole alla luce del sole e regolarmente registrata da un tribunale. A scuola non la usavo e dunque che volete da me?".
Ma era una tattica che ad Hogsmeade (e forse in ogni altra scuola media) non sarebbe stata apprezzata, e non avrebbe tirato noi fuori dagli impicci: che fare col Detentore di Materiale Pornografico? Per fortuna lo spettro dell'Implacabile Madre di Lunastorta che piombava come un falco su di noi accusandoci tutti quanti di mettere sempre in mezzo il suo Povero Bambino Indifeso incombeva minacciosa, e la Preside è stata ben lieta di seguire la mia morbidissima proposta di archiviare la grana limitandosi al sequestro della rivista "che tanto non veniva reclamata come proprietà da nessuno".

Resta tuttavia lo spazio per una serie di riflessioni. La prima è: come mai Mina Vagante si è diretto con tanta sicurezza proprio verso lo zaino di Lunastorta? E' evidente che sapeva che la rivista era lì (naturalmente lui giura di averla presa convinto che fosse una rivista di sport, attratto dalla bella pubblicità di un orologio di lusso che c'era sul retro della copertina; e anzi si è mostrato molto offeso quando gli è stato fatto notare che non è corretto pescare negli zaini altrui e prendere roba senza il permesso del proprietario). E, magari, lo sapeva perché qualcuno glielo aveva detto. Qualcuno che voleva:
ipotesi 1) farsi quattro risate godendosi la scena (che l'insegnante di turno ha contribuito a rendere ridicola assai, prendendo molto sul serio la questione. Forse perché, come ha dichiarato poi fieramente "lei un numero di Playboy non l'aveva mai letto in vita sua". Cosa più che legittima, comunque: nel contratto di assunzione mica c'è scritto che doveva averlo letto)
ipotesi 2) saltare la lezione (come è di fatto avvenuto, tra fibrillazioni varie, convocazioni di colleghi, inclusa la sottoscritta coordinatrice, e processioni dalla Preside)
ipotesi 3) giocare un tiro a Lunastorta, che di fatto non è molto amato e non ama molto, là dentro - e forse ci sono motivi validi per entrambe le cose.
E' possibile naturalmente anche un mix delle tre ipotesi, o di due soltanto.
Chi è questo Qualcuno? Contaballe ci ha dato un nome, ma è possibile che la sua fosse solo un'ipotesi e che l'informatore sia stato tutt'altro. Volendo, può essere anche che la delatrice sia stata lei - se è stata così disponibile a raccontarci la storia, può darsi che lei o altre delle ragazze non abbiano gradito la presenza della rivista e abbiano cercato un modo per eliminarla - nel qual caso hanno tutta la mia solidarietà.

A tutto questo, visto il tipo di classe, non c'è speranza di avere risposta. Dai commenti che hanno avuto cura di farsi sfuggire in mia presenza, tutto il pasticcio è stato combinato solo e soltanto da Lunastorta - di cui, mi par di capire, tutti hanno guardato volentieri la rivista ma che non hanno minimamente provato a difendere. E in effetti là dentro il gusto della trasgressione è molto alto. Ma, per l'appunto, la Grande Domanda che mi frulla in testa in questi giorni è: da quando in qua guardare un numero di Palyboy è realmente un'azione trasgressiva?
E soprattutto: cosa c'è in Playboy che non si possa vedere agevolmente a qualsiasi ora alla televisione, per tacere di Internet dove i ragazzi navigano serenamente a giornate intere (e non a scopo di studio, a giudicare dai risultati)?
E' la potenza del glorioso brand dei coniglietti? Il fascino della tradizione? O la forza della provincia?

domenica 16 maggio 2010

Una foglia si nasconde in una foresta

Una foglia si nasconde in una foresta, un foglio (o una lettera) in un mucchio di carte.
(...ma se l'intenzione non fosse quello di nascondere il foglio?)

A Hogsmeade, come in tutte le scuole del regno, i ragazzi consegnano al docente eventuali giustificazioni all'inizio della mattinata. A Hogsmeade, contrariamente a quanto succede in buona parte delle scuole del regno, il docente in questione le prende e, non avendo lì sul momento un caminetto da accendere né orate o branzini da fare al cartoccio, le infila dove gli capita per poi dimenticarsene subito dopo.
Cioè, voglio dire: non si tratta di procedere ad una minuziosa archiviazione o soggettazione che richieda ore di ricerca in un titolario particolarmente articolato, si tratta di prendere due o tre foglietti di scarso peso e sbatterli alla rinfusa in una busta o cartellina nel primo cassetto della cattedra.
Onestamente, non è un lavoro molto complesso.
Anzi, a me sembra tutto sommato più lungo ficcare le giustificazioni alla rinfusa in cassetti, cartelle, altre buste che non c'entrano niente e soprattutto nel registro di classe - all'inizio, alla fine o in una pagina qualsiasi.

Eppure, regolarmente, in ogni classe, indipendentemente dal coordinatore (che a volte è quello che le ficca più a casaccio di tutti) la prof. Murasaki inizia la lezione salutando i ragazzi, firmando sul registro e dando una piccola caccia (che si rivela sempre assai fruttuosa) ai foglietti sparsi per ogni dove nel mentre i ragazzi tirano fuori il libro loro richiesto.

Non è un lavoro lungo o faticoso - in realtà ai miei occhi ha un suo fascino perverso.
Inoltre è utile, perché evita al docente di turno di seminare un prato di giustificazioni ogni volta che per un qualche motivo alza il registro di classe dalla cattedra.
Soltanto, non riesco a capire perché mi venga data l'occasione di farlo.

mercoledì 12 maggio 2010

All'anima del fine doppiosenso



E' proprio quel che sembra: un'innocua torta di mele.
E dà anche l'ipressione di essere molto buona.

Addentrandomi nel complesso e infido mondo dell'analisi logica ho scoperto quel che già da tempo sospettavo, ovvero che molti dei miei alunni si muovevano decisamente a tastoni tra quelle strane entità chiamate "pronomi", soprattutto quelli personali e relativi.
Bene, non erano i primi a trovarsi in cotal frangente, non saranno gli ultimi e il rimedio esiste. Così per qualche settimana li ho lavorati ai fianchi con varie tonnellate di esercizi.
Poi una mattina ho fatto accendere la LIM e arruolato l'Assenteista come dattilografo. Dettavo una frase, l'Assenteista la scriveva e sceglievo qualcuno per analizzarla.
Si poteva fare anche con un foglio di carta, ma la LIM ha una sua imponenza che speravo si imprimesse nella loro memoria.
Altra cosa che volevo gli restasse impressa erano le frasi. Così sono ricorsa a Frasi Finemente Allusive, cominciando con la classica "Me la dai?" e proseguendo su quel registro con numerose varianti fino a culminare con una massima di autore ignoto ma che mi è sempre piaciuta moltissimo: "Se ve la chiedono, datela. Se non ve la chiedono, offritela con gentilezza" e con un corrispettivo al maschile improvvisato sul momento "Se ve la offrono, prendetela. Se non ve la offrono, chiedetela con gentilezza" (che, comunque vada, mi sembrano validi principi morali con cui affrontare la vita: la gentilezza è sempre importante, e in quella classe ce n'è davvero poca).
E' una tecnica efficace, di solito. L'ho sperimentata un paio di volte, sempre con buon esito, durante le supplenze brevi. Dopo la sfilata di Frasi Finemente Allusive gli errori con le particelle pronominali calano parecchio.
Almeno, a me è successo così.

Stiamo parlando della classe che è quasi impazzita alla semplice menzione degli uccelli cacciati da Corrado Gianfigliazzi nell'innocua novella di Chichibio. Avevo dunque messo in conto una lezione assai effervescente - e quanto a effervescenza, quella classe non si è fatta mai mancare nulla, nemmeno con gli argomenti più scialbi.
Ma tutto si è limitato a qualche mormorio, mentre tutti controllavano che l'Assenteista dattilografasse in modo corretto, e a qualche gomitata. Solo una domanda:
"Prof, stiamo parlando di una mela?"
"Facciamo una torta. Un'intera torta di mele" rispondo impassibile.
Nessuno trova nulla da obbiettare all'idea di una torta di mele.

Non dirò che è stata una lezione silenziosa, ma certo si è svolta in modo assai più tranquillo del previsto. Tutti hanno analizzato, piuttosto bene, le frasi assegnate (Assenteista compreso), tutti hanno seguito con attenzione. Nessuno è stato colto da attacchi di riso irrefrenabile, nessuno ha avuto accessi di tosse, praticamente nessuno ha commentato. Sdipanavano e ordinavano quella piccola giungla di pronomi con serietà e concentrazione, nemmeno fossero una classe normale. E si sono perfino dispiaciuti quando ho spento la lavagna.

Pochi giorni dopo, prova di comprensione del testo. Sulla novella di Agilulfo, quella dove uno stalliere riesce ad andare con la regina senza farsi scoprire da nessuno, nemmeno da lei.
Volendo, c'è da argomentare un po' di più che su qualche uccello di palude che si alza in volo all'alba, no? Lì non ci si limita a cacciare gru e farle arrosto, lì si tromba. Spazio per le battute non ne manca.
La lettura avviene nel silenzio profondo e quasi irreale che caratterizza a volte quella classe durante le ore di lettura. Segue qualche breve apprezzamento sulla storia. "Carina" "Bello!".
Tutto qui.
Detto le domande, la classe si mette disciplinatamente al lavoro. Scrivono come castori e poi consegnano.
E' la stessa classe che ha rischiato di morire soffocata dal gran ridere per colpa di una gru.

Un paio di giorni dopo preparo un po' di frasi di analisi logica per la Seconda Nevrotica, così facciamo una mini-verifica a voce.
In un contesto integerrimo di frasi sulla guerra in Serbia, le torte al cioccolato, il Festival di Salisburgo e le interrogazioni di storia decido di infilare anche la frase che esorta a offrirla con gentilezza. Però abilmente camuffata.
"Prendi la torta di mele e portala nel salone. Se te la chiedono, dagliela. Se non te la chiedono, offrigliela con gentilezza". Tanto loro hanno fatto anche i complementi di luogo.
Distribuisco i fogli e chiamo i fortunati prescelti per l'analisi.
Manco a dirlo, la guerra in Serbia, la torta con il cioccolato e il Festival di Salisburgo scorrono via serenamente.
L'entrata in scena della torta di mele, da offrire con garbo invece di sbatterla sul muso degli invitati, scatena il putiferio. A quanto pare, la mascheratura non era delle più efficaci. Eppure, lo confesso, mi era sembrata una frase assolutamente innocua.
"Si può sapere perché state ridendo?" chiedo gelida.
"Ma via, prof..." comincia qualcuno. Il compagno di banco lo zittisce a gomitate.
"Ma questa frase..." inizia qualcun altro, di nuovo zittito dai vicini.
"Vediamo di finire" taglio corto, impassibile.
E la frase viene finita, ma in una giungla di mezze risate, sussurri e ammiccamenti. Il tutto per un'innocua torta di mele da servire agli ospiti.

Io i giovani d'oggi non li capisco mica.

domenica 9 maggio 2010

Desossiribonucleico (Danza Nell'Anima)


Il 4 Maggio è arrivato finalmente il nuovo disco di Max Gazzé.
Si chiama Quindi?, ci ha dodici canzoni tra cui la bella e zuccherina Mentre dormi e, come tutti i dischi di Max Gazzé, è bellissimo e un po' sconcertante.
Intendiamoci: rispetto a Tra l'aratro e la radio di due anni fa è quasi domestico, si manda giù senza nemmeno accorgersene e a tratti si ha quasi l'impressione di un disco normale - ma insomma anche questo va un po' sbucciato e lasciato decantare, e non tenuto in sottofondo mentre si correggono le verifiche di analisi logica.
Comunque, fra draghi innamorati e di animo altruista, lucertole che si tagliano la coda per riscatto e analisi varie sul ruolo dell'artista e dell'essere umano, considerazioni sull'universo che vibra intorno a noi e su quel fenomeno solenne e inquietante che è l'amore assoluto, il mio cuore è entrato in sintonia particolarmente con due canzoni: Io dov'ero (Atmos 5), una delle più affascinanti e gravide nevicate della storia della canzone, degna di stare a confronto con quella dei Red Hot Chili Peppers, e uno splendido inno alla madre di tutte le spirali, ovvero DNA (desossiribonucleico). All'apparenza desossiribonucleico, non sembrerebbe proprio la parola più cantabile di tutto l'italico vocabolario, ma Max e il suo eccellente paroliere Gimmi Santucci ne fanno una canzone scatenata e terribilmente vitale, piena di spirali e di gioia di vivere, dove l'irrefrenabile danza dei genomi si sviluppa in tutto il suo abbagliante splendore.

Un profondo e sincero ringraziamento ad autore, parolieri e musicisti che mi hanno elargito sì bel regalo nel periodo che per un'insegnante è il più faticoso dell'anno.


Nell'imminente cambio cosmico
un dubbio tra l'epigone e l'archetipo
corti circuiti di intrecci la coscienza
corti circuiti di intrecci nell'essenza dell’eugenico
cambio di cellule spasmodico
spirale di prodigi trasformati in codice
informazioni sequenziali senza l'indice
persa nel fremito ciclonico
desossiribonucleico
desossiri bo nucleico

Dona Nuovo Amore
Disegna Naturali Anomalie
Diventa Nettare Armonico
Danza Nell'Anima
la vita ha sete di vita
si disseta e si avvita
una spirale infinita
in un vortice che soffia e mischia sangue e cristallo
la scintilla
l’abbaglio
un salto dentro il buio
un taglio dell'incognito
dell'evolvere genetico
desossiribonucleico

trasformazioni imprevedibili
della matrice incomprensibile alla mente
campi di morfogenetica
semenza
solchi di flussi magnetici
valenza per commettere
e per cercare di riflettere
sul proteico uomo laico
desossiribonucleico
perso nel fremito ciclonico
desossiribonucleico
desossiri-bo-nucleico

Dona Nuovo Amore
Disegna Naturali Anomalie
Diventa Nettare Armonico
Danza Nell'Anima
la vita ha sete di vita
si disseta e si avvita un'aspirale infinita
in un vortice che soffia e mischia sangue e cristallo
la scintilla l’abbaglio un salto dentro il buio
un taglio dell'incognito
dell'evolvere genetico
desossiribonucleico
dell'evolvere genetico
del proteico uomo laico

desossiribonucleico
campi di morfogenetica
desossiribonucleico
solchi di flussi magnetici
corti circuiti
corti circuiti
desossiribonucleico
corti circuiti
corti circuiti
sul proteico uomo laico

venerdì 7 maggio 2010

Ebreo volante (in pericolo costante)


Un cittadino italiano di lignaggio ebraico si reca a fare la spesa nel 1939

Nella Terza Vuota approfondisco storia, e se non fosse che io stessa medesima ogni settimana gli ammannisco un'ora di storia mi verrebbe fatto di dubitare che là dentro la parola "storia" sia mai entrata.
E invece no, siamo in due a provarci; e in due non abbiamo mai cavato un ragno dal buco, per quel che ci è dato ricordare.
La collega mi fa vedere sconfortata le verifiche scritte, dove campeggia una lunga sfilza di quattro "Non so perché, ma questo fatto che gli ebrei con le leggi razziali erano esclusi dai pubblici uffici proprio non gli è arrivato." Sospira.
Sospiro anch'io e le prometto di riprovarci. Né io né lei abbiamo particolare fiducia nel mio intervento - e nemmeno nei suoi, se per questo.

Ad ogni modo ci riprovo.
"Quando furono fatte le leggi razziali?" chiedo alla classe.
"Nel 1933 da Hitler".
"Intendevo quelle italiane".
"Nel 1923" propone qualcuno. Poi passano a darmi varie date che oscillano tra il 1923 e il 1943. Molto faticosamente riesco a convincerli che la data giusta è il 1938 e che l'alleanza con Hitler ha qualcosa a che vedere con questo improvviso desiderio di difendere la pura razza italica.
"E cosa dicono queste leggi razziali?" domando poi.
Incertezza. Dubbio. Panico. Poi qualcuno mi spiega che vietavano i matrimoni misti. Per difendere la purezza della razza.
"Giusto. E poi?"
"Gli ebrei non potevano attraversare le strade" ricorda qualcuno trionfalmente.
"E non potevano neppure camminare sui marciapiedi" aggiunge qualcun altro.
Davanti al mio evidente stupore qualcuno garantisce "E' vero, prof, è scritto sul libro".
Chiedo dove, ma misteriosamente nessuno riesce a indicarmi il punto, anche se tutti sono convinti che l'assai stravagante complicazione di non poter camminare per strada né sui marciapiedi sia stata effettivamente messa su carta da qualche italico legislatore (e d'accordo che in effetti anche impedirgli di sposarsi con chi gli pareva o di andare alle scuole pubbliche era un divieto idiota, ma se non altro era fisicamente possibile rispettarlo per i disgraziati che lo subivano).

Per quanto venga cercato, il brano in cui il libro spiega che tutti gli italiani di nascita ebraica dovevano improvvisarsi volatili quando uscivano di casa non si trova. In compenso salta fuori un bel box, che occupa due terzi di una pagina, dove vengono citati gran copia di telegrammi che vietano il rinnovo delle licenze agli ebrei, il divieto per gli ebrei di insegnare nelle scuole pubbliche o di lavorare nei pubblici uffici etc. etc. Come a dire, il povero manuale ci aveva anche provato, a spiegare come stavano le cose.

Resta da capire per quale misterioso itinerario mentale più di mezza classe si era convinta (mi correggo: probabilmente è tuttora convinta, perché dubito che le mie spiegazioni gli abbiano schiarito le idee più di tanto) che i cittadini italiani di nascita ebraica mantenessero il diritto a lavorare nella scuola, nell'anagrafe e magari in polizia ma non quello di camminare.

Si accettano ipotesi.

mercoledì 5 maggio 2010

L'Assenteista colpisce ancora



Nel corso dei mesi l'Assenteista ha continuato giustamente ad assentarsi, così come ha continuato a non portare le giustificazioni né i libri di scuola, a non seguire le lezioni e a non studiare.
Si sente spesso dire tra insegnanti "Il Tale o il Talaltro non sta facendo nulla" ma è spesso un'espressione impropria, alla quale solo l'Assenteista e pochi altri eletti sono in grado di rendere onore in modo adeguato. Se si va a frugare un po', al confronto dell'Assenteista la quasi totalità degli studenti che "non fanno nulla" si infilano l'elmetto all'alba e stanno in miniera quattordici ore a fila senza nemmeno la pausa pranzo.
Naturalmente la scuola si è mobilitata. Naturalmente non è servito. Abbiamo ottenuto che le assenze venissero giustificate in tempi quasi ragionevoli (diciamo una settimana, in media) ma nient'altro.
A fine Ottobre abbiamo spiegato alla madre che la situazione non era produttiva, ai colloqui di Natale che era molto grave, alla consegna delle schede che stava diventando irreparabile, e a fine Marzo c'è stata la Formale Convocazione del "Guardi che se continua così dobbiamo proprio segarlo".
Ad ognuno di questi colloqui seguiva un Parziale Ravvedimento dei reo, che frequentava per sette-otto giorni di fila, portava i libri delle varie materie e, in qualche limitata occasione, arrivava perfino a fare i compiti scritti di italiano (visto che quelli di inglese, francese, tecnologia e matematica non gli riuscivano); questi Periodo di Ravvedimento si sono fatti comunque sempre più corti.
La madre, un po' annoiata, aveva sempre convenuto con noi che la situazione era grave (naturalmente anche lei "non è di quelle che proteggono il figlio") e che il ragazzo doveva mettersi a lavorare.
Verso fine Aprile aveva poi deciso di giocare la Grande Carta e, in colloquio privato con la Preside, le aveva spiegato che, se l'avessero di nuovo bocciato, l'Assenteista minacciava di uccidersi, e anche suo padre minacciava di ucciderlo (la Preside non è riuscita a stabilire con chiarezza in che ordine si sarebbero svolti questi eventi). Sono quindi stata chiamata in altrettanto privato in Presidenza, in qualità di coordinatrice, per chiarire se davvero non era possibile venire incontro al ragazzo etc. etc. Con grande chiarezza ho assicurato che no, non era possibile nonostante la nostra assoluta disponibilità perché il ragazzo stesso non mostrava alcuna propensione a farsi venire incontro da noi etc. etc.
La Preside ha sospirato e preso atto della situazione.

Tutto dunque sembrava definito e in chiaro quando qualche giorno fa la Preside mi richiama "per parlare del nostro argomento preferito". Poco prima, infatti, la madre dell'Assenteista era passata da lei per una nuova visita.
Pare infatti che l'Assenteista, fulminato sulla via di Damasco da un sette preso in una delle composizioni che faccio fare in classe, avesse visto la luce e cominciato a farneticare di studio, impegno e interrogazioni volontarie. Addirittura non desiderava accompagnare la famiglia nel viaggio di una settimana che questa aveva deciso di fare a Napoli per restare a casa a studiare.
Comprensibilmente attonita (e forse un po' spaventata) da siffatta metamorfosi, la madre era corsa dalla preside a chiedere consiglio - e in effetti persino lei stessa medesima sembrava entrata nell'ordine di idee che ormai era troppo tardi per riparare. Ma in caso, certo...

Il pensiero di essermi giocata una preziosa settimana di vacanza dall'Assenteista per la modesta e trita soddisfazione di "dare a ciascuno il voto che si merita" mi inorridisce, accascia e riempie di contrizione; in verità di buoni voti allo scritto di italiano l'Assenteista ne ha un altro paio, oltre ad un'eccellente lettura e a una notevole capacità di comprensione del testo: anzi, ha una scrittura decisamente gradevole se evita di infilarsi nel tunnel delle frasi complesse (dove ha la singolare capacità di cannare tutti i tempi composti, soprattutto se congiuntivi, anche perché è stato sempre assente nel periodo in cui ho lavorato la classe in merito battendola come un tappeto finché tutti sono diventati docili, sottomessi e capaci di azzeccare quasi sempre il tempo giusto).
Certo, alle esercitazioni di grammatica in cui dimentica di fare forca non passa il quattro. Ma il vero problema sono e continuano a restare matematica, inglese, francese etc. etc.
"Se questo sette fosse stato in matematica, senza dubbio sarebbe stato il caso di riconsiderare tutta la questione" assicuro. Ma le probabilità che l'Assenteista riesca a prendere un sette in matematica rientrano, più che nella categoria dell'Infinitamente Piccolo, in quella dell'Infinitamente Inesistente.

La Preside sospira di nuovo, poi richiama la madre dell'aspirante suicida e le spiega che possono portarsi dietro il figlio in vacanza a Napoli con tutta tranquillità.
Una volta di più, non cava un ragno dal buco: perché ormai l'Assenteista è tappato in camera a studiare geografia e a Napoli i genitori andranno per conto loro.

Mi fustigo e straccio le vesti e chiedo pubblicamente scusa ai colleghi per l'accaduto. I colleghi sbuffano e si raccomandano che almeno gli faccia un'interrogazione cattiva a geografia.
Ma io sono un'insegnante garantista e gli faccio invece la più dolce e disponibile e comprensiva interrogazione di questo mondo, al termine della quale sorrido e gli metto una sufficienza stirata spiegando che "occorre comunque valorizzare il fatto che sei venuto volontario, che non è una cosa che rientra nelle tue abitudini".

Ebbene sì: studiare, come tutti i lavori, richiede un po' di tecnica e di allenamento. Non è una cosa che si possa completamente improvvisare. Nemmeno alle mie interrogazioni di geografia - che, garantisco, sono davvero domestiche e facili da sbarcare.

lunedì 3 maggio 2010

La Seconda Caotica



La classe della Seconda Caotica è in fondo al corridoio. Due metri prima della porta incrocio la titolare di Lettere, appena uscita.
"Abbiamo fatto il complemento oggetto, magari puoi fargli fare un po' d'esercizio".
Faccio un cenno di assenso e la saluto. Non le chiedo se hanno capito: tutti capiscono il complemento oggetto senza problemi, ma un po' di blandi esercizi di ripasso certo non hanno mai fatto male a nessuno.
Un metro prima della porta un paio di ragazzini mi prendono d'assalto: "Prof, non abbiamo capito il complemento oggetto, ce lo rispiega?".
Non hanno capito il complemento oggetto? Come caspita si fa a non capire il complemento oggetto?!?
"D'accordo, ora vediamo. Rientrate in classe".
I due rientrano, percorro il metro successivo fino alla porta. Lì una ragazzina mi guarda con aria assai patetica "Prof, può rispiegarci il complemento oggetto?"
"Ma certo. Adesso però vai a posto".
Saluto i ragazzi, gli dico di mettersi pure a sedere (a Hogsmeade il regolamento prevede che la classe si alzi in piedi all'ingresso dell'insegnante - il che avviene senza problemi perché, appena suona la campana di fine ora, tutti schizzano in piedi come tante molle).
Si alzano due mani.
Ne indico una "Dimmi".
"Prof, ci hanno appena spiegato il complemento oggetto, io però non l'ho capito bene. Ce lo può rispiegare?".
L'altra mano alzata annuisce con convinzione.
"Ma certo. Aprite la grammatica".
Arrivo alla cattedra (dove un ragazzo si è appostato per chiedermi di rispiegar loro il complemento oggetto), apro il registro di classe, firmo, apro il registro personale per segnare gli assenti... ma c'è ombra. Intorno alla cattedra si sono assiepati in tre - ovviamente, per chiedermi di spiegare loro il complemento oggetto. Li mando a posto con la promessa di accontentarli. Nel frattempo la classe non ha interrotto per un solo secondo l'usuale confusione che sempre la caratterizza. Siccome oggi non ho voglia di fare il consueto Bercio da Inizio Lezione, sfodero un bel sorriso e li guardo.
Non funziona subito, ma dopo qualche minuto tutti si chetano. Così inizio a parlare:
"Mi è stato chiesto...".
Due ragazzi mi interrompono per chiedermi se gli rispiego il complemento oggetto.

A questo punto è chiaro perché buona parte di loro non ha capito (o meglio è convinta di non aver capito) il complemento oggetto. In effetti è già tanto se hanno capito che la lezione di oggi verteva sul complemento oggetto: se non ascolti almeno un po' l'insegnante, non capire casa ha detto può succedere anche ai migliori.
Ma nella Seconda Caotica la questione è ancora più complessa.
Perché, stabilito infine che, a quel che sembra e a dispetto di ogni consuetudine, non hanno capito il complemento oggetto, occorre cercare di andare un po' più a fondo nella questione.
"Vediamo. Non avete capito cos'è un complemento oggetto?".
Deciso scuotere di teste e brusio. No, quello l'abbiamo capito.
"Non vi è chiara la definizione di complemento oggetto?"
Di nuovo le teste si scuotono. Un gruppetto, accavallandosi, mi ripete la definizione.
"Pensate di avere difficoltà a riconoscere un complemento oggetto?".
Questa volta le teste si scuotono con decisione: assolutamente no.
A questo punto la prof. Murasaki è avvolta in un enorme punto interrogativo: se hanno capito cos'è un complemento oggetto, se hanno capito la definizione di complemento oggetto e per giunta sono convinti di riconoscere un complemento oggetto senza problemi, che accidenti vogliono da me?
"...posso sapere allora cosa non avete capito?".
Dopo lungo accavallarsi e parlare tutti insieme e contraddirsi a vicenda, con un paio di urli miei per cercare di convincerli a parlare in non più di due-tre per volta, finalmente emerge ciò che non hanno capito; cioè, dunque...
"La professoressa ci ha detto che il complemento oggetto c'è quando c'è un verbo transitivo attivo".
"Beh, è vero" sono costretta a confermare. Non l'avevo mai pensata in questi termini ma senza dubbio sì, per avere un complemento oggetto ci vuole un verbo transitivo in forma attiva.
Provo a rispiegarglielo ma non trovo particolare resistenza. D'altra parte hanno ripassato i verbi da poco e ricordano sia cos'è un verbo transitivo sia che cosa è un verbo attivo.
Mi dilungo un po' sulla questione. Non può fargli male, non sto dicendo cose false o ingannevoli...
Placati dal mio ripetere e sviscerare il mantra, la classe si acqueta.
Il vero e serio problema del complemento oggetto viene fuori solo verso metà della lezione, ed è una questione seria, cioè: gli attributi e le apposizioni dei complementi oggetti vanno analizzate insieme o separatamente?
Grave dilemma, ne convengo, di quelli che tolgono il sonno. Ma lì proprio non sono in grado di aiutarli: so che la maggior parte degli insegnanti li fa analizzare separatamente, io glieli lascio analizzare insieme, se così preferiscono, ma cosa faccia la titolare proprio non saprei. Ci torno a casa insieme in treno tre volte la settimana, ma non è il tipo di argomenti di cui si parla, di solito.
Così gli suggerisco di chiedere alla loro insegnante (che di sicuro gliel'ha già detto e ridetto, ma, certo, se non la stanno a sentire...).
Poi passo a dettargli qualche frasetta col complemento oggetto, prima molto facili, poi un po' più complesse.
Non mostrano difficoltà alcuna, anche se sentire cosa dice l'interrogato mentre gli altri ronzano, suggeriscono, si danno addosso o si occupano dei casi loro è un po' difficile.
D'altra parte sono stanchi, ormai: è la sesta ora.
Ecco, io li vedo alla sesta ora, ma tutti mi assicurano che per loro è sempre la sesta ora.
Non sarà quindi difficile comprendere come mai, nonostante sia composta quasi completamente di elementi tutt'altro che stupidi e nonostante non sia dominata dalla feroce determinazione a non studiare che caratterizza la mia classe, questa seconda sia - di gran lunga - la più indietro nel programma, per tutte le materie e con tutti gli insegnanti.

Guardandola in modo costruttivo, possiamo senz'altro affermare che, se è vero che occorre avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante, la Seconda Caotica ha tutto il potenziale per generare una costellazione intera, di quelle belle fitte.
Con tutta la comprensione per chi ci lavora più di un'ora a settimana.