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sabato 11 luglio 2009

Perché i nostri amati allievi scrivono così male - Ipotesi 2



Ci sono prime medie che scrivono bene, prime medie che scrivono male e prime medie che, per quanto riguarda l'ortografia, sono al di là di ogni possibile classidicazione - ad esempio la prima che presi tre anni fa a St. Mary Mead.
Si sa che oggi a scuola non ci vanno più solo quelli bravi e di buona famiglia, che ci sono gli stranieri, i dislessici e i rom e anche quei poveri bambini abbandonati a sé stessi che si arrangiano come possono perché il padre beve e la mamma batte il marciapiede e nessuno dei due ha la licenza elementare.
Io però non avevo dislessici (solo un sospetto mai confermato di disgrafia ), due dei miei tre stranieri erano arrivati in Italia rispettivamente a due e cinque mesi di vita - in effetti non scrivevano né meglio né peggio degli altri, e avevano entrambi una cadenza toscana assolutamente DOC - e di rom non c'era nemmeno l'ombra; tutti, inoltre, erano ben accuditi e ben badati da famiglie assai rispettabili con un livello di istruzione più che decoroso. Insomma, perché mi sembrava di fare un corso di alfabetizzazione?

Non parlo delle freccie e delle lancie. Quelle sono cose che capitano spesso. Non è nemmeno insolita una certa confusione per i vari ce n'è, c'è, ce l'ho. E succede che qualche h nel verbo avere venga saltata, così come succede di confondere la congiunzione e con il verbo è. Anche la confusione sui monosillabi accentati (, quì, , stò, da/dà, li/lì) è relativamente comune; e possono esserci occasionali rimorzi e prese di coscenza e di conoscienza, così come lezzioni, manzioni e colazzioni. Molto più rare sono le canzzoni, le acquile e gli aquedotti, nonché gli accuisti e le scuadre (ma anche scquadre) di calcio.
Ma la mia classe - NB, tutta la classe - sbagliava tutto questo, regolarmente, con sistematicità, senza farsene sfuggire uno che fosse uno, dando prova di una determinazione che non avevo ancora incontrato. E c'erano anche altri aspetti insoliti: per esempio la g dura - stregha, segha, righa, luogho. Un uso assolutamente minimale delle maiuscole e della punteggiatura. E una carenza di accenti sbalorditiva.
Passi per gli e/è, passi per i la confusi con . Alla fine, si tratta di varianti grafiche relativamente recenti e non c'è dubbio che "la" articolo e "" avverbio di luogo abbiano lo stesso identico suono all'orecchio umano; ma un pero e un però suonano in modo assai diverso, e non solo perché uno produce frutta e l'altro solo obiezioni più o meno pertinenti. E poi c'erano, ancora più sconcertanti, i lunedi, i martedi, i giovedi e tutta la serie dei passati remoti (con ando in testa) e dei futuri (andero, mangero, comprero). Naturalmente i papa, i colibri e le citta erano all'ordine del giorno, ma anche i piu e i gia.
Ora, che io sappia il Lunedi non esiste e non è mai esistito in itàliano (anche se in qualche autocertificazione dei redditi del Quattrocento ho trovato la chasa), e se qualche volta può capitare di trasformare un mangiò passato in un mangio presente, andero di solito porta il suo bell'accento e nessuno se ne fa un problema.

Non riuscivo a capacitarmi. La classe non era una raccolta di deficienti, anzi. Nelle altre materie non presentavano un livello di base infimo. Alcuni di loro, come capita in tante classi, avevano la tendenza a scansare abbastanza lo studio, ma nel complesso facevano i compiti con una certa regolarità. Il loro atteggiamento verso la scuola era decisamente positivo: non rispondevano male agli insegnanti, erano puntuali, compravano o pagavano regolarmente quel che gli veniva chiesto, avevano ottimi rapporto con i loro maestri delle elementari, si interessavano e partecipavano. Sin dal primo giorno mostrarono una spiccata simpatia nei miei confronti.
E allora perché scrivevano in quel modo patetico e in modo altrettanto patetico leggevano?

Al primo incontro con i genitori dissi senza mezzi termini che la situazione in italiano si presentava parecchio grigia. Nessuno insorse, molti si scambiarono sguardi malinconici e alcuni ammisero francamente di non essere sorpresi.
Più avanti, a pezzi e bocconi e con l'aiuto di molte chiacchiere di corridoio con gli insegnanti del luogo (intendo quelli che vivevano a St. Mary Mead, e magari ci erano anche nati e cresciuti) emerse uno strano racconto.
A quanto sembra era colpa delle insegnanti delle elementari (beh, in effetti non poteva essere colpa di nessun altro) che per insegnargli a scrivere seguivano un metodo particolarissimo, basato sulla necessità di non mortificare il bambino e di non mettere in evidenza i suoi errori. In pratica, la creatura scriveva la parola sulla lavagna e non veniva corretto, doveva arrivarci da solo, azzeccando la grafia giusta col tempo. Quanto agli accenti e alle H, erano sistematicamente evitati: semplicemente, i ragazzi non venivano informati della loro esistenza se non verso la quarta o la quinta. Nessuno mi ha spiegato cosa succedeva per le maiuscole (giudicando dal risultato, si direbbe che non succedeva un bel nulla, nel senso che la questione non veniva posta se non in modo del tutto marginale).
Questo strampalato metodo, mi hanno assicurato, gode di scarsissima diffusione (e meno male!) ma a St. Mary Mead è assai apprezzato e le sue più convinte sostenitrici sono proprio il team modulare che aveva avuto in sorte di occuparsi dei miei amati ma sgrammaticassimi alunni - le altre sembra che adottino una forma un po' più soft (o forse, come è stato ipotizzato, sono semplicemente meno cretine).
Ignoro se questa storia abbia un pur vago fondamento di verità. Non ho indagato più di tanto con i ragazzi (che erano molto affezionati alle loro insegnanti passate) né con i genitori. Comunque fosse andata la cosa, ormai era andata e indietro non si tornava.

Non sono di quelli che "Certe cose, se non le hai imparate alle elementari, non le impari più". Sono fermamente convinta che a qualsiasi età si può imparare qualsiasi cosa. Resta il fatto che l'ortografia, come la postura con il violino, è più pratico impararla subito giusta piuttosto che correggerla in corsa. Per un bambino che sta imparando a districarsi con l'alfabeto, scrivere freccie o frecce immagino sia la stessa identica cosa e non so fino a che punto il suo amor proprio soffra se gli si fa notare che freccie non va bene e la forma giusta è frecce.
Va già un po' peggio, per il suo amor proprio, se sei costretta a farglielo notare alle medie, quando in teoria avrebbe già da un pezzo imparato a scrivere - anche se dubito che il grado di autostima sia così strettamente collegato con il grado di correttezza della propria ortografia.
In tutti i casi a nessuno, per quanto poco suscettibile, può far piacere consegnare un compito di italiano e vedersi ritornare indietro una sorta di cimitero di correzioni dove non si salva una riga, e in aggiunta una buona cinquantina di frasi supplementari assegnate per correggere almeno gli errori più salienti (normalmente la mia regola è che per ogni errore vanno fatte cinque frasi con la parola giusta. Ovvio che lì ho dovuto darmi una regolata o finivo denunciata ad Amnesty International per torture inflitte a minori); inoltre, per cambiare un automatismo nella scrittura ci vuole molta fatica, appunto perché è un automatismo. Far scattare subito l'automatismo giusto dovrebbe apparire come la soluzione più pratica a livello ergonomico anche agli occhi di chi non si è fatto due lauree e un master in pedagogia e scienze dell'apprendimento. Sembrerebbe.
Il discorso è ancor più valido con gli accenti: non ha molto senso dover prima imparare a non tenerne conto, poi a tenerne conto, il tutto con un'invasata con un'ascia in mano (plur: ascie) che pretende pure che tu colleghi a sottili distinzioni di significato il fatto di accentare li, la e da e ti ricordi pure che, Dio solo sa perché, sto e fu non vanno accentate mai - senza contare che se un poveraccio ad ogni parola si domanda come deve scriverla, è già tanto se alla fine dell'ora del tema è riuscito a raccontarti che sulla strada del ritorno a casa si è fermato a comprare il latte per la colazione.

In tre anni ho corretto valanghe di esercizi supplementari e fatto un'infinità di ore di grammatica; in effetti a volte mi domando se ho fatto qualcosa, a italiano, che non fosse finalizzato alla grammatica. Ed eravamo un tempo prolungato, con tante belle ore a disposizione - tutte passate a fare grammatica. Ci sono un'infinità di cose belle e interessanti che non abbiamo fatto a storia, geografia e letteratura perché c'erano i monosillabi accentati da ripassare o i verbi irregolari da risentire (non sono una fanatica dei verbi irregolari, ma se mezza classe muorette e l'altra mezza friggette o cuocette e simili, la cosa va pure affrontata in qualche modo).

Conclusione: i moduli sono (o meglio erano, possa la Marystella assurgere al più presto al grado di costellazione e smettere di imperversare per il ministero) una bella cosa e il tempo pieno anche, e sono convinta che le nostre elementari siano le migliori del mondo e le nostre maestre tutte bravissime. Ma, forse, i pedagogisti che le formano, può essere che non siano poi questo granché?

mercoledì 8 luglio 2009

Caccia al libro (ovvero la ricerca de "La spada di san Crodegango")


Prendendo spunto da un post di qualche settimana fa di Gamberetta andrò qui a dimostrare per gradi di come talvolta l'insegnante che vuole ben oprare, per quanto desideroso possa essere di osservare scrupolosamente tutte le leggi vigenti nel suo paese, non abbia spesso altra possibilità che quella di infrangerle andando in tasca alle norme sul copyright; e per farlo partirò assai da lontano, più o meno da quando Adamo si aggirava ancora tra i pruni della sua prima residenza.

Il problema di base è il seguente: la maggior parte dei libri non si trova in commercio se non per breve tempo. A parte qualche editore come Adelphi, che segue la sennata pratica di stampare un numero ridotto di titoli, distribuirli a dovere e ristamparli regolarmente quando si esauriscono (più o meno), la maggior parte degli editori, per sua volontà e perversione o costretta da circostanze esterne, abbandona al suo destino la maggior parte dei suoi figli. Il problema è particolarmente grave per gli editori di nicchia, che spesso non possono fare diversamente.

In Italia vengono stampati circa 60.000 titoli l'anno. Di questi una buona parte non arriva mai in libreria, o arriva in poche librerie specializzate: per i piccoli editori la distribuzione è un problema molto serio. Anche i libri che arrivano in libreria ci restano per un tempo abbastanza ridotto, e spesso vengono restituiti all'editore quando ancora il pubblico ignora financo la loro esistenza. In tutti i casi non hanno quasi mai grandi tirature, ed esaurita la prima edizione passano nella categoria "introvabili" - chi ha incrociato almeno una volta nella sua vita un libro uscito qualche anno prima, di cui è venuto casualmente a conoscenza e che non si trova più in vendita né per oro né per argento sa di cosa parlo.

Le biblioteche non sempre sono una soluzione. Certo, esistono le Biblioteche Nazionali Centrali, che sono tenute per legge ad avere almeno una copia di ogni libro uscito in Italia. La loro esistenza è complicata, quella dei suoi utenti ancor si più. Intanto sono solo due (Firenze e Roma), quindi non esattamente dietro l'angolo per la maggior parte dell'italica popolazione; inoltre, per ottenere un libro in prestito alla Nazionale Centrale occorrono tutta una serie di autorizzazioni e pratiche iniziatiche. Se sei uno studente universitario o uno studioso non ci sono grandi problemi, ma se sei un comune mortale che voleva semplicemente leggersi La spada incantata di san Crodegango o Trenta gatti azzurri a Parigi la sera prima di dormire, beh, allora la questione non è affatto semplice.
Inoltre queste biblioteche (alle quali lo stato si diverte a ridurre i fondi e il personale ad ogni finanziaria, nell'improbabile tentativo di contenere il deficit pubblico e, signori miei, garantisco che ci vuol altro) sono letteralmente sommerse dai libri da catalogare e col passare del tempo accumulano dei ritardi sempre più mostruosi. Magari ce l'hanno, "La spada incantata di san Crodegango", uscita sei anni fa, ma se è ancora da catalogare nemmeno loro sanno dov'è.
Le biblioteche pubbliche per comuni mortali, quelle dove vai al bancone, dichiari la tua esistenza in vita, mostri un documento, fai una tesserina e da quel momento hai diritto a prenderti da uno a cinque libri per volta e tenerli fino a trenta giorni prorogabili a sessanta senza altre spese o formalità, sono molto più fruibili e i bibliotecari sono cortesi e disponibili: ti aiutano nella ricerca e ti procurano il libro da altre biblioteche se riescono a trovarne traccia.
Spesso queste biblioteche sono una vera miniera per l'editoria di nicchia - spesso, ma non sempre (detto per inciso, ogni anno riducono i fondi anche a loro). Inoltre di solito tengono una copia per ogni libro e può capitare che quella singola copia sia andata dispersa, rubata o sia scomparsa in un buco nero. Naturalmente, per quanto gentili e disponibili, i bibliotecari non sanno evocare dal nulla libri che non hanno.
Abbiamo poi i negozi e i banchetti di libri usati; andare a caccia di libri usati è uno dei grandi piaceri della vita, ma chi si diletta di questo pregevole passatempo sa che è molto più facile trovare qualcosa che non cercavi affatto, o magari nemmeno sapevi che esisteva, piuttosto che qualche libro che in quel momento vuoi con tutte le tue forze. La regola, all'incirca, è che se anche cerchi La cruna dell'ago di Ken Follett, che pure vanta tirature rispettabili, giusto nelle settimane in cui lo cerchi tutte le copie della Cruna dell'Ago disponibili all'usato nel raggio di duecento chilometri intorno a te compiono improvvisamente suicidio, e figurarsi la spada di san Crodegango, che magari, in un'altra città, ingombrerà le mani di qualche cliente che di san Crodegango e delle sue spade se ne strafrega ma vorrebbe tanto trovare i trenta gatti azzurri di Parigi, magari per regalarli alla sua ragazza per l'anniversario (e dovrà ripiegare su un mazzo di fiori o un paio di orecchini Swaroski).
Va un po' meglio con l'acquisto in rete, ma anche lì non è detto - perché insomma, se la maggior parte delle copie di un libro è finita al macero, è difficile che in giro ce ne sia una così grande disponibilità.

L'editore (soprattutto se è un grande editore, ma anche se è un editore di nicchia disorganizzato) spesso preferisce impiegare il suo tempo deprecando la pirateria della rete e le perfide fotocopie, o magari organizzando demenziali campagne pubblicitarie tese a far sentire in colpa il Perfido Fotocopiatore o lo Scaricatore Pirata (che a sentirsi in colpa, detto per inciso, non ci pensano nemmeno di lontano) piuttosto che occuparsi di cose terrene quali l'effettiva diffusione dei suoi libri o la ristampa dei medesimi. Del resto, è risaputo che in quest'epoca di culto del mercato nessuno sta mai a sentire cosa vuole l'acquirente, salvo poi lamentarsi se le vendite non vanno granché bene.
Comunque, spesso e volentieri l'editore non ristampa. Perché non è consapevole della richiesta (lui sa solo che il libro non ha venduto molto all'inizio, e non pensa mai che quel poco che ha comunque venduto possa aver dato frutto, come il seme della parabola evangelica che cade sul terreno fertile), perché è complicato ripescare i diritti editoriali, perché non gli conviene. Invece che mettersi all'anima altre cinquemila copie della spada di san Crodegango, preferisce commissionare a qualcuno un progetto editoriale fresco e originale, ad esempio la storia di tre ragazzi che frequentando una scuola di magia si imbattono in qualche oscura forza malvagia che devono sconfiggere ("no, non è il solito clone di Harry Potter, assolutamente. Tanto per cominciare è ambientato in Olanda, e poi la protagonista principale è una ragazza di quattordici anni").
Ristampare, in effetti, è una soluzione solo fino a un certo punto: non puoi ristampare quaranta copie per volta e ad ogni edizione si ripresenta il problema della gestione dell'invenduto; stoccare per anni un migliaio di questo e cinquecento di quest'altro in effetti è piuttosto costoso e complicato. Sotto questo aspetto erano messi meglio nel medioevo, quando il problema delle rese era l'ultima preoccupazione di monasteri e scriptoria vari.
Oggi però, volendo, potremmo disporre di altre possibilità.

Gamberetta suggerisce:
"Una semplice soluzione: vendere a poco prezzo l’edizione elettronica dei romanzi fuori catalogo. Diciamo 2 euro (1 per la casa editrice, 1 per l’autore). La casa editrice non deve spendere praticamente niente (il romanzo in formato elettronico l’ha già, quasi sicuramente ha già l’infrastruttura commerciale, dato che vende i libri di carta, il consumo di banda per trasferire il libro ai clienti è insignificante), e i lettori potrebbero usufruire a prezzo minimo di tante opere che per una ragione o per l’altra non hanno intercettato all’uscita nelle librerie.
Non lo fa nessuno. Quei pochi, tipo Mondadori, che vendono ebook li vendono a prezzi esorbitanti, hanno un catalogo minuscolo e, ciliegina sulla torta, i libri sono in un formato elettronico legalmente usabile solo con software Microsoft."


E quasi quasi l'ultima frase la ripeto perché mi ha davvero colpito:
Quei pochi, tipo Mondadori, che vendono ebook hanno un catalogo minuscolo e, ciliegina sulla torta, i libri sono in un formato elettronico legalmente usabile solo con software Microsoft.
Quei pochi, in effetti, sono troppo occupati a imporre gli e-book ad un mercato (quello scolastico) del tutto impreparato, per pensare di fare e-book per chi effettivamente li vorrebbe, o comunque li accetterebbe in mancanza di meglio, magari pagandoli anche a prezzi più alti di quelli ipotizzati da Gamberetta.

Domanda: ma davvero c'è questa gran calca di gente che smania per comprarsi gli e-book? Sono scomodi da scaricare, faticosi da stampare, ti consumi gli occhi a leggerli... il libro è bello in poltrona, col fruscio della carta, il piacere di tenere l'oggetto in mano, magari ben rilegato...
A titolo personale e in linea di principio posso essere anche d'accordo con questa scuola di pensiero: per me il libro è soprattutto un simpatico oggetto da gustarmi a letto prima di dormire (spesso molto, molto prima di dormire) o quando ho l'influenza, col fruscio delle pagine etc. etc.; detto questo, preferisco uno scomodo libro virtuale (che peraltro le giovani generazioni non trovano particolarmente scomodo, sembra) piuttosto che un libro ideale, rilegato in finissima pelle di drago con sovrimpressioni in mithril e fogli di carta stampigliati uno per uno su cui non ho alcuna possibilità di mettere le mani. Certo, un libro che non esiste non danneggia la vista e non costa niente a stamparlo. In effetti non costa niente, punto e basta. Però non lo leggi, tantomeno lo fai leggere ai tuoi allievi.

Così, mentre gli editori cazzeggiano variamente con minacciose campagne pubblicitarie dove cercano di descrivere l'aspirante lettore come un libricida affamatore di autori indifesi, il lettore in questione si è organizzato con i libri elettronici clandestini. L'insegnante medio, molto meno evoluto, di solito si arrangia con le fotocopie, ma non sempre le fotocopie sono una soluzione ideale, soprattutto quando l'idea è di far leggere alle proprie classi come libri di narrativa libri che non si trovano più in commercio.

Il caso, almeno per me, è piuttosto consueto. Trovo che l'istituzione del libro di narrativa in sé sia un'ottima cosa, ma disapprovo la quasi totalità dei libri di narrativa che gli editori scolastici cercano di rifilarmi: li ritengo in gran parte orrendi, spesso inadatti alle scuole medie (o alla specifica classe che ho in un certo momento) e soprattutto disapprovo che quasi tutti siano ridotti e adattati. Ho una vera idiosincrasia per i libri ridotti e adattati, soprattutto quando la cosa serve soprattutto ad aggiungere ai diritti d'autore dell'autore vero anche quelli dell'adattatore. Trovo anche che la letteratura mondiale abbia prodotto un buon numero di libri simpatici, interessanti e ben scritti, del giusto formato e con i giusti argomenti per essere validamente usati in una classe - ma spesso e volentieri non posso adottarli perché nel momento in cui li cerco sono sempre fuori catalogo. Naturalmente qualcosa è sempre presente nel catalogo... ma siccome è sempre presente nel catalogo, spesso si tratta di libri che almeno una parte della classe ha già letto. D'altra parte capisco perché in tanti fanno leggere l'Inventore dei Sogni o Ascolta il Mio Cuore: almeno quelli si trovano sempre. E sono libri validissimi, ma non è che glieli puoi far leggere tutti gli anni - tutti gli anni alla stessa classe, intendo.
Sono un'insegnante dalle ricche e variegate letture, perché non vengo messa in grado di utilizzarle a vantaggio o svantaggio dei miei allievi? Soprattutto in un'epoca in cui tanti straparlano di valorizzare le competenze?

Capita poi che a un insegnante serva solo una frazione di libro: un racconto di Agatha Christe, una novella di Verga (Rosso Malpelo per esempio è regolarmente dimezzato nelle antologie), trecento versi di Omero, un racconto di fantasmi di M.R. James, un capitolo del Nostro Comune Amico di Dickens, una fiaba norvegese. Con l'aiuto di apposite convenzioni editoriali per pochi soldi potrei evitare di surriscaldare l'unica fotocopiatrice della scuola, risparmiare tempo e fatica; inoltre soddisferei lo sfrenato esibizionismo che mi impedisce di apprezzare a dovere il (pessimo, di solito) lavoro degli autori di antologie e smetterei di uccidere libri nottetempo - non solo, ma anche i depositari dei diritti d'autore vedrebbero qualche soldo.

C'è qualche segnale che ci stiamo incamminando in quella direzione?
Assolutamente no.

Diritto di Informazione e Facoltà di Fraintendimento



Come ho già sommariamente raccontato, agli scrutini di ammissione di esame il Nuovo Preside (presumo dopo l'assunzione, spero inconsapevole,  di grosse quantità di sostanze proibite dalla legge) ha stabilito, in base ad un ragionamento di cui non si capivano né le premesse né lo svolgimento, che non sarebbero state distribuite ai genitori le schede di ammissione perché l'unica cosa di cui i genitori in questione avevano il diritto di essere informati era, appunto, se la prole era stata o no ammessa all'esame. Se proprio cotali genitori desideravano placare la loro insaziabile curiosità in proposito, dovevano fare richiesta scritta alla Dirigenza (dove avrebbero comunque ricevuto una scheda che non recava alcuna indicazione dei voti alzati dal consiglio...).
Corre voce che, nelle altre terze, abbia anche esortato gli insegnanti a non dire niente di questo agli allievi e anzi a non comunicare loro nemmeno i voti delle proprie materie; ma se l'ha fatto deve essere stato in un momento in cui gli insegnanti erano distratti, perché nessuno ne ha tenuto gran conto.

Dopo ponderata riflessione e ampio digrignar di denti, la mattina dopo ho dettato ai miei amati allievi una comunicazione per le famiglie in cui spiegavo che la Dirigenza aveva deciso eccetera eccetera e che chi avesse voluto conoscere i voti di ammissione doveva farne richiesta scritta alla sede centrale della scuola (a più di venti chilometri da lì).
Breve sommossa. I ragazzi sostenevano che "non era giusto". Mi sono detta assolutamente d'accordo con loro e mi sono raccomandata che portassero la nota firmata dopo il ponte elettorale.
La mia neanche segreta speranza era che una torma di genitori inferociti si precipitasse dal Nuovo Preside e ne facesse il dovuto scempio. Ma non avevo considerato che i genitori della mia classe sono persone gentili, ragionevoli e, come i loro figli, conoscono a perfezione la legge del minimo sforzo.

Ritornata dal ponte elettorale tutti mi mostrano i loro diari firmati. Poi mi chiedono "Quando ci legge i voti?".
E così scopro che tutti, genitori e figli, avevano tradotto la mia acidissima (ma assai chiara) nota con una promessa di pubblica lettura dei voti - di tutti i voti di tutte le materie.
Perché non è vero che i nostri alunni non ci stanno a sentire: spesso ci stanno a sentire, eccome, ma decidono di fraintenderci per questioni di comodità, e nello stesso modo si regolano i loro genitori.
Mi consulto brevemente con i colleghi. Matematica approva, Inglese mi incoraggia.
Torno in classe con la griglia dei voti stampata. Guarda caso, erano i voti di prima degli scrutini, con le insufficienze ancora da alzare.
"Ehm, bene, adesso vi chiamo in ordine alfabetico e venite alla cattedra.."
"Via, ce li legga e amen" taglia corto Cuorcontento "Tanto. mezzo secondo dopo che ce li ha detti li avremo già fatti vedere a tutti!".
Mi guardo intorno un po' perplessa. Sono abituata a comunicare i voti alla fine dell'anno (i miei voti, intendo) ma di solito è una cerimonia abbastanza riservata, che non prevede l'uso del megafono.
"Ma io non credo che..."
Con la massima decisione, tutti, mi assicurano che invece è bene che io creda.

E così i voti segretissimi vengono da me pubblicamente letti e dai ragazzi prontamente trascritti sul diario, inclusi quelli di Belsorriso che non è stato ammesso all'esame.
All'anima delle Informazioni Riservate.

martedì 7 luglio 2009

Crisalide (questa volta è la canzone)



Crisalide è la canzone di Max Gazzé che preferisco e forse la mia canzone preferita in assoluto; di sicuro è il motivo per cui mi sono comprata Tra l'aratro e la radio prima, e tutti gli altri CD di Gazzé poi: quell'inizio spaziale, un po' ipnotico mi aveva affascinata. Mi trasmetteva l'immagine di qualcosa (Uovo cosmico? Seme di stelle?) sospeso a un filo invisibile che ruotava su se stesso prima di schiudersi.
La nascita dell'universo? La nascita di una parte dell'universo? La partenza di quello che noi chiamiamo "creazione"?
Passai qualche settimana catturata dalla musica prima di prendere in considerazione anche il testo; il quale testo, a parte la frase centrale "del non essere ancora e dovere diventare" sembrava parlare di tutt'altro che di crisalidi; in effetti...

Di questi lacerti antropici 
Sgretolati irreparabili 
Di queste scaglie non più corporee 
Arricciate come coriandoli 
Stracciati per dispetto 
Per essere un calcolo un fluido 
Un sistema perfetto 
Incompleto e provvisorio 
Resterà un sogno? Un ricordo? 

Di queste scorie di cellule umori e passioni 
Dell'ansimare tra coscienza e istinto tra sublime e minuto? 
Di questo odore di pane caldo 
In questa notte d'estate cosi piena di stelle? 
Di questo spasimo incontenibile chiamato amore? 

Per l'ultimo umano esercizio del paragone 
Per declinare il conforto di ciò che è stato 
Comunque sia stato 
Per vidimare il terrore dell'ignoto 
Del non essere più e dovere ancora diventare 

Se questo ignoto stadio dell'essere 
(se è) 
Se questa forma di vita non informata 
Sparisce con l'intuizione 
Estranea e superiore 
Della dialettica del cosmo 
Del segreto del divenire 
Quotidiano 

Resterà un segno? Il mio ricordo? 

Di queste scorie di cellule umori e passioni 
Dell'ansimare tra coscienza e istinto, tra sublime e minuto? 
Di questo odore di pane caldo 
In questa notte d'estate cosi piena di stelle? 
Di questo spasimo incontenibile chiamato amore? 

Solo chi non ha visto ci crede davvero 
Perché chi c'era 
Ancora si chiede se era 
(G. Santucci – M. Gazzè) 

...in effetti, qui nasce poco. A dirla tutta, più che nascere si muore.
Sì, certo, ogni morte è una nuova nascita etc. etc. Ma qui la Grande Domanda che occupa tutta la canzone è, per l'appunto "di tutto quello che ho provato e vissuto, mi resterà qualcosa?": ed è una domanda senza risposta. Davanti al terrore dell'ignoto, al momento del Passaggio, siamo soli e senza appigli.

D'accordo, e allora che caspita c'entra la crisalide? SE questa forma di vita non informata svanisce con l'intuizione, allora la nostra morte non ha niente di crisalideo - anche perché le crisalidi mica muoiono. Almeno,  così credevo.

Dunque Crisalide per me era una canzone sull'incognito dopo la morte. Tema senz'altro interessante, almeno ai miei occhi, e al quale non avevo mai pensato;  per chi è vivo è difficile immaginare che, da morto, tutto quel che è stato non conti più nulla per lui stesso medesimo. Che possa non contare niente per gli altri si mette in conto, in fondo quasi tutti quelli che sono venuti prima di noi sono stati completamente dimenticati, col tempo. Tutti quei bravi villanoviani e celti e iperborei e cavernicoli, magari amati teneramente da amici e parenti, di cui non serbiamo più l'ombra di un ricordo... 

Poi qualcuno (mi sembra sul penultimo forum del sito ufficiale di Gazzé,  forum ormai defunto per i soliti disguidi informatici e rinato, lui, senza traccia dei post precedenti) aveva scritto di avere sempre inteso Crisalide come una canzone sulla nascita - che, visto il titolo, aveva anche un senso. Mi ero messa da parte quel discorso in un cantuccio della mente e ogni tanto ci ripensavo, ma senza venirne a capo. Finché, un bel giorno...

Stavo leggendo un libro di fantasy, nemmeno entusiasmante: l'ultimo volume della Guerra degli Elfi di Brennan - la solita saga iniziata bene ma che si perde per strada. B Brennan non scrive male, ma dà l'impressione di non essere convinto lui per primo che la sua storia stia in piedi (e non ha tutti i torti). 
Comunque a un certo punto un personaggio (che sta per morire) fa questa tirata:

"Durante le sue prime due settimane di vita, un mese al massimo, il bruco non fa che ingozzarsi di foglie, fino a diventare quasi trentamila volte più grosso di quando è nato. Un bell'animaletto robusto. Gli spuntano occhi e papille gustative e antenne per annusare. Ha mascelle robuste. Usa le zampe anteriori per afferrare il cibo. E dentro ha intestini e organi di ogni genere. Finché un giorno il bruco... che, ricorda bene, in vita sua non ha mai fatto altro che mangiare... comincia a filare la seta. Questa creatura che ha trascorso la vita evitando uccelli e vespe, che fino ad allora si è preoccupato solo di sopravvivere, tesse la seta e se l'avvolge attorno come un sudario finché non riesce più a respirare. Si suicida. Come altro vorresti metterla? Il bruco si suicida. E poi resta a marcire dentro il bozzolo che ha tessuto e lasciato appeso a una foglia, o a un ramo o dove ti pare. Non resta più niente di lui. Niente mascelle, niente occhi, niente intestino... niente. Non resta niente di quel bruco! Così questo sacchetto di liquido putrefatto resta lì appeso. Finché, di punto in bianco, diventa trasparente, si spacca e ne esce... una farfalla! Una creatura con ali, cuore, sangue, sistema nervoso, ovaie o testicoli, e perfino un organo speciale che le permette di mantenere l'equilibrio mentre vola. Dal bozzolo esce una creatura che più diversa dal bruco non si può. E nessuno sull'intero pianeta ha la minima idea di come sia possibile una cosa del genere!"

Il bruco della crisalide non si trasforma, come avevo sempre creduto. Il bruco della crisalide muore e rinasce e non è più lui, ma tutt'altra cosa. Quel che c'era prima non c'è più, definitivamente. E solo chi non ha visto ci crede davvero, perché chi l'ha visto non è mai riuscito a convincersi davvero di aver visto giusto.

La farfalla conserva i ricordi del bruco?
Ci dicono di sì ma ignoro come abbiano fatto a scoprirlo. Forse con un buon trattamento psicanalitico?

(Last but not least: quando Santucci e Gazzé elaboravano questo testo invero piuttosto singolare, Brennan doveva ancora pubblicare il suo libro, e forse nemmeno l'aveva scritto. In tutti i casi, non ci credo nemmeno se me lo giurano loro che fossero, non dico in contatto, ma almeno vagamente a conoscenza l'uno degli altri)

lunedì 6 luglio 2009

Mattinata di relax

L'ultimo pomeriggio degli orali si presentava piuttosto tranquillo, a parte l'incognita del Ripetente (famoso l'anno scorso per le sue scene mute).
Anche se non avevo puntato la sveglia mi sono svegliata lo stesso poco dopo le otto: uccellini che cinguettano, sole che brilla eccetera eccetera. Dopo un pigro caffé in giardino e una rapida scorsa alle notizie della notte mi sono messa a riflettere come conveniva organizzare la scaletta della mattinata: dovevo lavarmi i capelli, prima di tutto, farmi una bella colazione alta perché gli esami cominciavano alle due e mezzo e per arrivare a St. Mary Mead ad ora acconcia dovevo partire da dov'ero (che non era casa mia) con una buona ora di anticipo e prima c'erano due o tre cose che dovevo....

Suona il telefono.

"Pronto?" chiedo placidamente. Qualcuno che cerca i padroni di casa, probabilmente. Chi mai avrebbe motivo per chiamarmi a quest'ora del mattino?
"Professoressa Murasaki?"
"Sono io. Mi dica"
La voce si fa interrogativa "Parlo con la professoressa Murasaki?"
Chi è 'sta torda? E che vuole? Perchè mi chiama e si meraviglia tanto se le rispondo?
(In realtà la poveretta era convinta che fossi rimasta vittima di qualche orribile incidente lungo la strada. A St. Mary Mead mi conoscono come uno specchio di puntualità, anche se chi mi conosce fuori dal lavoro stenta a crederlo).
"Sì, sono io".
"Ma... ti stiamo aspettando per gli esami!".
"ESAMI?!? Ma non erano nel pomeriggio, gli esami?"
"No, erano per stamani alle otto e mezzo".

E così tutto è diventato di colpo molto meno rilassato. Nel giro di otto minuti, dopo aver compiuto una singolare quantità di azioni che non credevo potessero richiederne meno di venti, sfrecciavo verso St. Mary Mead, dove sono arrivata due minuti dopo le dieci. Naturalmente i miei affezionati colleghi non si sono persi in vane recriminazioni perché
1) eravamo già abbastanza in ritardo anche così
2) if looks could kill they probably will, e dunque perché sprecare parole?

Per limitare i danni, il VicePreside aveva suggerito di avviare gli orali senza chiedere le mie materie. Non era forse una procedura del tutto ortodossa ma almeno non prevedeva tentativi di sequestro di persona o simili e ormai si era visto che i genitori non intendevano piantare grane al minimo pretesto. Insomma abbiamo concluso in ritardo, certo, ma non quanto temevamo - e il Ripetente si è ben guardato dal fare scena muta, ma anzi col suo filino di voce ha fatto un orale tutto sommato accettabile - dunque tutto è bene quel che finisce bene.

Dice: "Ma non avevi controllato l'ora degli esami?".
Ma certo che l'avevo controllata. Un'infinità di volte. Controllo sempre con molta attenzione, io, perché non vorrei mai, sbagliando l'ora, rischiare di creare disturbo a colleghi e alunni.
"Cioè, non sei nemmen capace di leggere un orario che anche i più scarsi elementi della classe, Ripetente incluso, hanno decifrato senza alcuna difficoltà?"

Per l'appunto.

domenica 5 luglio 2009

Il rapimento di Minou


Il primo giorno degli orali si presentava drammatico: un deplorevole caso aveva riunito nel gruppo gli elementi più deboli del lotto e a tagliare il nastro sarebbe naturalmente stato il più emotivo di tutti - come a dire che il disastro incombeva a ogni parola e guai a interrompere chi parlava.
Per fortuna ci sarebbe stata anche Minou a portarci un raggio di sole: la più minuta e la più aggraziata delle Tre Grazie, quasi a rischio di leziosità. Meno combattiva di Hermione Granger, meno pragmatica della Garantista, ma più raffinata e profonda, aveva chiuso l'anno in netto progresso e prodotto una batteria di scritti tra l'otto e mezzo e il dieci. Doveva essere un otto ma, dopo quegli scritti, avevamo stabilito che "se appena fa un orale decente le diamo nove".

E dunque Minou arriva, apparentemente tranquilla e sorridente, e chiede di iniziare con letteratura. A italiano di tendenza non interrogo, ma se qualcuno proprio vuole, figurarsi. E così, di sua spontanea volontà, Minou mi scodella la vita di Uhlman e la trama dell'Amico Ritrovato, la cui lettura in classe è stata da lei seguita con attenta partecipazione. Dopo tanto stress anch'io mi sento rilassata e azzardo una domanda del tipo "Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone". Minou inciampa, balbetta e risponde a casaccio mentre gli occhi le si riempiono di lacrime. Batto precipitosamente in ritirata, mi rispondo da sola, parlo per un paio di minuti e scivolo verso guerra e Shoah approdando infine in Giappone.
Meccanicamente, senza degnare di uno sguardo l'atlante, Minou elenca le varie caratteristiche dell'arcipelago nipponico. Un'incauta domanda sul colore del mantello rosso di Carlo Magno da parte di Tecnica per collegarsi con la sua materia provoca nuove lacrime, stavolta molto più visibili.
Proviamo a racconfortare la creatura, diamo la risposta sul mantello rosso per acquisita e Tecnica bene o male riesce a sbarcare la sua materia, ma ormai il disastro incombe e Matematica lo scatena con una blanda domandina legata all'argomento del suo scritto.
"Minou" suggerisco "Perché non vai fuori per qualche minuto così ti rinfreschi? Poi quando torni continuiamo".
Si alza anche Artistica "Sì, dai, andiamo, ti porto a St.Mary Mead".
Sul momento nessuno di noi fa caso a questa frase, anzi io rifletto sui vantaggi di avere una colleghi che abitano nel paese e conoscono meglio i ragazzi. Artistica poi è una persona pratica, sportiva e carica di esperienza.
Noi rimaste deploriamo un po' il triste caso ma il nove continua ad allettarci.
"Avremmo dovuto cominciare dagli scritti, per incoraggiarla".
"E chi si immaginava che Minou andasse incoraggiata? Non l'avevo mai vista spaventata prima di oggi"
"Beh, quando entra le facciamo vedere gli scritti, la lisciamo un po' e poi ci riproviamo".
"Dai, falla entrare".

La cosa però si presenta complessa. Minou è sparita, Artistica pure. Le amiche che aspettavano ci spiegano che "sono andate via in macchina". A St.Mary Mead.
"Ma siamo a St. Mary Mead!" guaiolo.
In realtà siamo in un mare di guai: una di noi ha abbandonato il servizio e la scuola senza autorizzazione, portandosi pure via in macchina senza uno straccio di autorizzazione una minorenne affidata alla nostra custodia. Metti che hanno un incidente... Abbiamo un esame a metà e la commissione incompleta, non possiamo continuare, siamo ormai in ritardo e gli altri ragazzi aspettano...
Alla fine chiedo se qualcuno ha il cellulare di Artistica e se la chiama a rotta di collo. Possibilmente qualcuno di vedute più larghe delle mie, che sto schiumando e temo che risulterei piuttosto alterata.
"Ma che le è preso?" mi domanda una collega.
Mi stringo nelle spalle. Prima dell'inizio degli orali mi ero raccomandata perché la commissione fosse sempre al completo come prescriveva la legge, ma non mi era venuto in mente di avvisare "Se qualcuno degli allievi si mette a piangere, non portatelo via in macchina a mangiare un gelato senza avvisare nessuno, perché si chiama 'sequestro di persona' ed è un reato grave".

La collega rientra. Ci spiega che Minou era stata presa dall'Ansia Da Prestazione. Beh, nessuno di noi ha una laurea in psicologia ma fin lì ci eravamo arrivati tutti.
Sembra anche che la ragazza avrebbe tanto voluto prendere almeno otto - una pretesa più che legittima, peccato che per colpa dell'ansia si sia giocata un altrettanto legittimo nove.

Facciamo rientrare Minou. Passiamo cinque minuti a sviolinare sui suoi bellissimi scritti. La ragazza risponde a tono, sorride, ma dopo le prime frasi di scienze va di nuovo in tilt.
A malincuore, prendiamo atto della sconfitta e la mandiamo via. Lei esce piangendo.
Sospiriamo e facciamo entrare il tormentone successivo, che si siede guardandoci con lo stesso sguardo di ipnotizzato terrore con cui si dice che i conigli guardino i serpenti che stanno per mangiarli. Tre anni a tirarli su a mollichine di pane inzuppate nel latte, e basta che arrivi la parola "esame" che ai loro occhi diventiamo peggio di tante tigri con i denti a sciabola.

Ciliegina sulla torta, verso la fine arriva la madre di Minou. Siccome è una donna di animo gentile ed equilibrato (come, in condizioni normali, sarebbe anche la figlia) non minaccia di denunciarci per tentato sequestro di minore ma anzi ci ringrazia per la comprensione con cui abbiamo trattato il caso.

Immagino che tutta la storia rientri nella categoria "Vantaggi e svantaggi di insegnare in una scuola di paese", perché proprio non riesco a immaginarmi niente del genere in un esame nella Grande Città.
Forse perché manco di immaginazione?

sabato 4 luglio 2009

Rivalutare il piffero


Chiamasi "piffero", con forte connotazione dispregiativa, quello strano flauto in plastica colorata (i colori più gettonati sono il beije cappuccino-annacquato e l'arancio fuoco) con cui i nostri sventurati alunni cercano, guidati dai loro insegnanti, di produrre suoni tollerabili all'orecchio umano, spesso fallendo miseramente ma non necesariamente per colpa loro.

Da quei micidiali flauti infatti è quasi impossibile tirare fuori suoni melodiosi (ricordo solo due eccezioni, uno dei quali era un allievo rom alle prese con la Primavera di Vivaldi) ma è invece facilissimo torturare un innocente fino a fargli quasi perdere il lume della ragione: chi ha sentito un'intera classe steccare il tema conduttore di Titanic sa cosa intendo.
E dunque con l'andare degli anni mi ero convinta che il flauto in plastica fosse il peggio del peggio del peggio, musicalmente parlando.
Meglio la tastiera.
Molto, molto meglio la tastiera. Proprio non c'è confronto.

Poi è arrivato l'esame di quest'anno. Niente ricerche di storia della musica e monografie su Chat Baker, i Queen e Stravinski. I ragazzi suonavano un brano scelto da una rosa di quattro: tema principale del Lago dei Cigni, Inno alla gioia, Yesterday e un Minuetto di autore ignoto.
Niente armonizzazioni, suonavano le note nude e crude, con una mano sola, su una base elettronica che il professore mandava dal computer.

Sia chiaro che non ho nulla contro la musica elettronica. Mi sono sempre piaciuti i Depeche Mode, ho comprato i dischi dei Kraftwerk, sono consapevole che gli Emerson Lake & Palmer hanno fatto ottime trascrizioni al sintetizzatore dei Quadri di un'esposizione e di Fanfare For the Common Man.
Non ho niente nemmeno contro le basi al computer: come tutti quelli della mia generazione ho felicemente ballato sulle basi di Moroder cantate dalla bella voce di Donna Summer.
Però, ecco, le basi al computer si fanno in tanti modi. Alcuni le fanno bene e alcuni le fanno male, ma quelle del mio collega di musica arrivavano (nel loro abominio) là dove nessuno è mai giunto finora. E avevano dei tempi da far venire l'orticaria, specialmente il Lago dei Cigni.
Che poi, niente armonizzazione, si suona con una mano sola, i tempi sono per forza quelli della base, insomma l'intervento del ragazzo si riduceva a un malinconico pi-pi-pi sulla tastiera, mentre il resto della commissione si sfavava oltre ogni umano dire e faceva le sue brave ipotesi sul come mai non c'è classe, per quanto mansueta, che col professore di Musica di St. Mary Mead non faccia casino.

Meglio, molto meglio il flauto di plastica arancione. Possibilmente senza base elettronica.

venerdì 19 giugno 2009

Alcune pacate considerazioni sulla prova Invalsi


Premesso che all'Invalsi sono tutti dei grandissimi cornuti e che, quand'anche per qualche deplorevolissimo caso non lo fossero, sono disposta ad andare a riempire di schiaffi le loro mogli e i loro mariti, perché restare fedeli a chi è intrinsecamente un grandissimo cornuto è atto gravemente contro natura e grande spregio alle leggi di Dio e dell'uomo


dicevo, premesso questo


sarebbe ora di togliere dalle patrie galere un po' di extracomunitari senza permesso di soggiorno e qualche rispettabile spacciatore per lasciar posto a quelli dell'Invalsi* (che in tal modo potrebbero vieppiù adempiere alla loro vera mission di vita, che è quella di essere dei grandissimi cornuti); capi di imputazione non ne mancano: Atti Osceni in Luogo Pubblico, Manifesta e Reiterata Rottura di Palle alla Collettività Maschile, Pallificazione Completa e ad Oltranza della Collettività Femminile, Sevizie a Minorenni, Sevizie a Maggiorenni, Disprezzo Assoluto della Costituzione Italiana, della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e della Convenzione di Ginevra, Eccesso di Narcisismo (forse per compensare il fatto di essere, tutti loro, dei grandissimi cornuti) e Istigazione al Turpiloquio.


Non mi riferisco ai contenuti. I contenuti sembravano in effetti piuttosto balordi (per esempio le domande di grammatica mi sono sembrate decisamente faciline rispetto alle altre due parti e i brani da analizzare erano parecchio lunghi), ma posso pur sempre sperare che dietro a cotanta follia ci sia un qualche tipo di metodo, pur essendo convinta che l'intero attuale consiglio dei ministri (a parte, forse, la Meloni) ci si sarebbe arenato pietosamente e che per le medie alcune domande erano parecchio difficili.


Quello che mi sembra al di là del bene e del male sono le tecniche di valutazione astruse, bizantine e deliranti. E' un procedimento di calcolo che ha piu' fasi di un'iniziazione e più tappe del Giro d'Italia.

Non le ho dovute correggere io, vivaddio, ma ho visto i miei colleghi sputarci sangue e rifare i conti tre volte. Alla terza volta mi hanno dettato i risultati, ma più per stanchezza che perché convinti di aver ottenuto i punteggi giusti.


Che accidenti di prova oggettiva è, se si possono scegliere due diversi metodi di calcolo per il punteggio?

Se gli va di fare una procedura tanto complicata, perché non ci mandano del personale specializzato o non se le valutano al Ministero?


E soprattutto: perché non vanno tutti quanti, senza esclusione alcuna, a farsi impalare con qualche abete norvegese, invece di tormentare brava gente che non gli ha fatto nulla di male (per adesso)?


*no, non agli spacciatori dell'Invalsi (anche se un po' di detenzione non gli farebbe male, visto che spacciano evidentemente roba di pessima qualità). Intendevo ai DIPENDENTI dell'Invalsi.


(Per chi volesse leggere una descrizione più accurata della prova Invalsi, può servirsi qui e qui, mentre un'analisi sul sistema di valutazione di detta prova si trova qui)