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giovedì 31 ottobre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 4 - "Umilissimamente supplichiamo di poter conferire il giorno tale con le Vostre Illustrissime Signorie"

Un genitore implora di essere ricevuto dagli spietati insegnanti della scuola media di St. Mary Mead
Uno degli indiscussi vantaggi del registro elettronico consiste nella programmazione del ricevimento degli insegnanti: i genitori si prenotano e così il giorno del ricevimento settimanale sappiamo quali e quanti genitori vedremo. Molto pratico.
"Ma nel caso in cui nessuno si sia prenotato, l'insegnante può considerarsi libero?".
Ascolto distrattamente perché il problema non mi riguarda: da sempre parlo volentieri con qualunque genitore si presenti a qualsiasi ora, purché non sia in classe a far lezione - mi sembra il classico caso in cui si fa bella figura con poca spesa. 
In effetti fanno così anche tutti gli altri, per quel che mi risulta.
"In teoria si può, perché dovrebbero prenotarsi"
"In teoria non si può perché quella è la tua ora di ricevimento"
"In teoria si potrebbe se la Preside stabilisse di fare così".
" In teoria forse si potrebbe qualora...".
E via con i più vari tipi di periodo ipotetico.
Ma non è così semplice: ci sono i genitori che non aprono il registro. Quelli che non riescono a prenotarsi. Quelli che credono di aver prenotato, anime candide, ma hanno sbagliato qualcosa, chissà che cosa, e in realtà non hanno prenotato proprio per niente. Quelli che prenotano e poi non vengono. Quelli che nemmeno si pongono il problema, vengono e basta. Quelli che...
"Potrebbero mandare un avviso sul diario".
"Sì, ma magari ti mandano l'avviso e tu hai già troppi appuntamenti e non li puoi ricevere. Come puoi controllare che non sia così?".
"Io prendo pochi appuntamenti proprio in previsione di questa possibilità"
Ma ci sono tutti i casi di cui sopra: il genitore che crede di aver prenotato, il genitore che non sa di doversi prenotare eccetera eccetera eccetera. Una casistica infinita, da fare invidia ai canonisti medievali quando cercavano di stabilire in quali circostanze un rapporto sessuale tra coniugi era lecito. A quanto pare un ricevimento settimanale a scuola è più complicato da organizzare di un matrimonio regale in mondovisione..
"Dobbiamo stabilire un criterio che sia valido per tutti e osservarlo".
Sempre, sempre e ancora sempre, dove c'è un gruppo di insegnanti che discute una questione c'è qualche bella anima che stabilisce che dovremmo stabilire un criterio valido, una linea d'azione comune, delle regole che valgano per tutti. Qualche volta si fanno anche riunioni e proclami per stabilirle, queste regole comuni, e mai una volta che abbia visto qualcuno applicarle salvo la sottoscritta che talvolta ancora, nonostante il passar degli anni e l'ormai consistente esperienza, tuttavia abbocca come una carpa e solo dopo qualche giorno smette, accorgendosi che nessun altro le segue, le nuove e condivisissime regole, nemmeno quelli che le han richieste a gran voce.
Di fatto, la scuola, soprattutto la Scuola Inclusiva e dell'Accoglienza non può avere regole troppo precise salvo gli obblighi di legge, perché regolarmente si presenta la situazione particolare, l'eccezione, le circostanze speciali, il caso lacrimevole e via dicendo - succede, quando si ha a che fare con esseri umani, ognuno con la sua storia e i suoi drammi personali.
"Ma se il registro elettronico non funziona dovrebbe essere la Segreteria a farsi carico della gestione dei colloqui con i genitori!".
"Seee, la Segreteria non riesce nemmeno a stamparci delle schede decenti a fine anno, figurati se son buoni a gestirci i colloqui con le famiglie".
La Segreteria del Comprensivo di Sty. Mary Mead è una sconcertante raccolta di imbranati (tuttavia, se il registro elettronico funziona male e le password generate dal registro elettronico in questione sono in gran parte farlocche, non può essere solo per colpa sua).
Non ho voglia di intervenire. Non ho voglia di fare una tirata sulla Funzione Insegnante. Anche Fisica, che è specializzata a chiedere sempre Regole Condivise che poi non segue mai (anche perché si è pure dimenticata di averle chieste e parla principalmente per tenersi in esercizio con la lingua italiana) alla fine è una brava persona (credo) e ha a cuore il benessere psicofisico dei nostri amati alunni, come tutti noi.
"E se è Lunedì', c'è la luna nuova e il genitore indossa calzini di colori diversi?".
"Allora deve fare formale richiesta di un colloquio speciale, specificando dettagliatamente le motivazioni che lo spingono a chiedercelo e i punti che vuole discutere con noi".
"E se invece la luna è crescente"?
"Vabbé, è chiaro che stiamo discutendo in generale. Se la luna è crescente lo riceviamo e basta".
Alla fine chiedo "Scusate, io ricevo sempre tutti se appena posso. Posso continuare a farlo?".
"Certo che puoi. È quel che facciamo un po' tutti, mi sembra".
Forse ho perso qualche anello di congiunzione, in tutto quell'urlío. Forse sono troppo tonta per capire. Forse...
Li lascio discutere e mi immergo in una profonda riflessione: al supermercato stasera per le gatte sarà meglio prendere il cuore, lo spezzatino di manzo o i cuori di nasello surgelati a sconto? Da qualche tempo ho l'impressione che il pesce non gli piaccia molto.
Forse potrei provare col tacchino? È da tanto che non gli compro il tacchino...

domenica 27 ottobre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 3 - Ma anche What's Up, se per questo

La prof. Murasaki e i suoi alunni durante una lezione
Prima ora nella Seconda Invasata. Soliti saluti, buongiorno, come va eccetera. Poi comincio a risentire gli esercizi dati a casa, tra cui un gruppo di domande con risposta scritta.
"Prof, io questi non li ho fatti, non ce li aveva dati" spiega Atalarico, che era stato il primo fortunato chiamato a leggere le sue risposte.
"Sì che ve li ho dati. Ho detto che avrei finito di scrivere i compiti nel pomeriggio, e sono passati cinque giorni".
"Ma io non leggo il registro elettronico".
"Potevi chiedere ai compagni. So che questa classe ha un gruppo su What's Up e che lo usa anche per passare i compiti agli assenti e cose del genere".
"L'ho chiesto, ma nessuno mi ha risposto".
Vabbeh, poniamo che sia vero.
"In quel caso i tuoi compagni sono stati scorretti. È vero che è andata così?" chiedo alla classe con fare assai accigliato.
Qualcuno spiega che non c'era, che non ha letto la notifica, che non aveva il contatto, che era impegnato a salvare il mondo eccetera; e qualcuno aggiunge che lui il registro non lo può leggere. La classe si trasforma in una schiera di analfabeti digitali.
"Io però questi compiti li ho scritti cinque giorni fa. Come mai non hai cercati di leggerli prima, invece di metterti a farli ieri sera dopo cena?".
"Non sapevo che c'erano, l'ho saputo dopo. Io il registro non lo apro".
Va bene, Atalarico è in torto. D'altra parte è in torto anche la scuola che continua a distribuire password farlocche o che scadono improvvisamente durante l'estate. Fino a quel momento non mi ero preoccupata della cosa perché pensavo che il gruppo su What's Up avrebbe supplito alle carenze di Argo (o forse dovrei dire della segreteria che mal gestisce Argo?). 
Ma, in effetti, quanto è prescritto che un alunno debba sbattersi per avere i suoi legittimi compiti o per farli avere ai compagni distratti?
Così lascio momentaneamente da parte le istituzioni dell'Unione Europea e decido di informarmi meglio sul misterioso rapporto che la classe ha col tanto sbandierato Registro Elettronico.
Qualcuno spenge il cellulare dopo cena, o glielo fanno spengere i genitori. Di per sé non mi sembra una cosa sbagliata, e comunque delle regole di famiglia per principio non mi impiccio mai. Io stabilisco le regole in classe, la famiglia le stabilisce a casa.
Qualcuno apre il registro ma non vede i voti.
Qualcuno apre il registro ma non vede i compiti. 
Qualcuno non ha il permesso dei genitori di guardare il registro elettronico. Sgrano gli occhioni, ma sì, mi conferma che. Dice che non vogliono che veda i voti perché se no il voto risulta già visto e ai genitori non arriva la notifica e così i genitori non vengono informati se costui ha peso un votaccio.
La storia mi sembra troppo idiota per escludere che possa essere vera. Fossi il genitore di un ragazzo che ha trovato il modo di occultarmi i voti negativi in quel modo credo che mi limiterei a controllarli ogni giorno invece di impalettarlo in un divieto assurdo, e sarei pure rassegnata in partenza al fatto che se tuo figlio vuol fregarti un modo lo troverà di sicuro, esattamente come succede a noi insegnanti con gli alunni. Ma io non sono un genitore di adolescenti e non vivo immersa nella perenne tempesta emotiva che un figlio adolescente porta in famiglia anche solo per il semplice fatto di esistere e crescere: finite le mie lezioni li saluto e torno a casa dove un benefico silenzio e tre gatte fusaiole placano i miei nervi scossi - e a volte è difficile anche così.
Qualcuno non ce l'ha proprio, il registro elettronico, perché è arrivata la nuova app e in casa non sono riusciti ad installarla perché i cellulari sono del tipo più vecchio. In effetti la faccenda delle app che funzionano solo sulla versione dello smartphone più aggiornata in commercio mi è sempre parsa piuttosto sporca.
Qualcuno è convinto  che esista un registro versione ragazzi (con i voti ma senza i compiti oppure con i compiti ma senza i voti) e uno versione genitori.
Qualcuno vede solo una selezione scelta dei suoi voti, e questa l'avevo già sentita tre anni fa - senza sapere che dire perché io continuavo a vedere tutto quel che avevo messo e quindi sapevo una sega del perché Argo avesse deciso così.
E via e via, peggio dell'infinita serie del Qualcuno era comunista della buonanima di Giorgio Gaber
D'accordo, ricomincerò a dettare i compiti alla fine della lezione proprio come se non avessi il registro elettronico, e se mi viene in mente di aggiungerci qualcosa dopo la fine della lezione me la farò passare e aspetterò la lezione seguente; quanto al gruppo di What's Up si farà conto che i ragazzi lo usino solo per i cazzi loro - e, del resto, per cos'altro lo dovrebbero usare?
Ma forse la domanda del titolo andrebbe leggermente modificata in un più pertinente A cosa serve un registro elettronico che funziona poco e male?
A complicarci la vita, ovviamente. E, a quel che sembra, anche a complicare quella delle famiglie.

venerdì 25 ottobre 2019

Chiamate la levatrice - Jennifer Worth

Di questa lettura sono debitrice al Venerdì del libro di Homemademamma, cui partecipo col presente post: tanto e tanto tempo fa infatti una delle partecipanti presentò questo libro spiegando che era una lettura divertente e gradevole dedicata al mestiere della levatrice. 
I libri di vita vissuta raccontati con brio mi sono sempre piaciuti e il soggetto prometteva bene: i parti al giorno d'oggi vanno quasi sempre a buon fine, ma da sempre i bambini sono specializzati nel venire al mondo nelle circostanze più strane - tutti hanno nel carnet qualche storia divertente legata a un parto, compresa la sottoscritta.
Del resto anche la fascetta parla della "fresca verve" dell'autrice (anche se ammette che la materia è "cruda") e la stessa autrice racconta nella rapida prefazione che il libro è nato in risposta a una sfida di un tale che si chiedeva se mai ci sarebbe stata una ostetrica che avrebbe fatto per il suo pregevole mestiere quel che James Herriot aveva fatto per la veterinaria. E tutti abbiamo letto qualche romanzo di James Herriot con gran divertimento. 
Per l'appunto cercavo una lettura fresca e allegra e quindi con fiducia sono andata in biblioteca e la sera stessa ho aperto con fiduciosa attesa questo libro tanto lodato  per la sua verve - e mi sono ritrovata invece in un vero romanzo dell'orrore; perciò, dopo essere doverosamente inorridita, lo presento in questo Venerdì che apre la settimana di Halloween.
Sia chiaro che quel che sto scrivendo non è uno sconsiglio, anzi. Ho letto il libro con estremo interesse e l'ho trovato una lettura assai avvincente - e del resto l'autrice scrive bene e il tutto è assai scorrevole e ben scritto. Ma, ripeto, è un vero romanzo dell'orrore.
Siamo a Londra, negli anni Cinquanta del secolo scorso. Quasi ieri, e in uno dei paesi più ricchi del mondo, a due passi da casa nostra. La gloriosa Inghilterra, quella che ha 
inventato la democrazia parlamentare e l'industria, la letteratura rosa, quella poliziesca, quella fantastica e quella dell'orrore (sì, appunto).
In effetti, è anche il paese che ha inventato lo sfruttamento operaio, oltre che l'industria; e il lavoro minorile, gli slums e lo smog. Anche la tratta degli schiavi, ora che ci penso. 
Poplar è il sobborgo dove ha lavorato l'autrice: un quartiere in una condizione molto particolare in quegli anni, per buona parte distrutto dai bombardamenti e sulla via non tanto del risanamento ma del trasloco generale: gli appartamenti erano piccoli, miserabili, affollatissimi, sprovvisti di servizi igienici e a volte anche di acqua corrente fredda, e per quella calda si doveva comunque provvedere in proprio. In compenso, visto che ormai era stato dichiarato inabitabile, mancavano molti dei servizi più importanti; era stato dichiarato inabitabile ergo non ci abitava nessuno, e il fatto che in realtà continuasse notoriamente ad abitarci un sacco di gente era considerato un dettaglio del tutto trascurabile.
Si partoriva in casa. Niente di male fin qui, anche le mie nonne hanno partorito in casa, come tutte le loro vicine. Quindi quando partorivano andava chiamata la levatrice. Che era un'istituzione assai nuova e moderna, perché prima si partoriva aiutate alla meno peggio da parenti e, come dire, da cultrici della materia provviste sì di grande esperienza ma assai digiune di scienza medica. Al lettore contemporaneo si rizzano i capelli ad ogni pagina. È l'Inghilterra di Dickens e di Gaskell, solo che nel frattempo è passato un secolo. È, possiamo anche aggiungere, l'Inghilterra dei filantropi, dove solo con difficoltà si raccattano un po' di soldi per fornire di un minimo di assistenza prenatale alle partorienti - e si raccattano, questi soldi, solo quando arriva la mutua pubblica per tutti. Come dire, ci si occupa delle gravidanze solo in ultimo, quando ormai si è pensato davvero a tutto. Gli ultimi spiccioli del fondo cassa sono per le gestanti: se proprio non è rimasto altro a cui provvedere...

Oh sì, qua e là ci sono anche storie divertenti: il parto di Natale, col resto della famiglia che canta a squarciagola gli inni natalizi; il parto nella nebbia giallastra londinese, quando Londra si blocca e non circolano più né auto né mezzi pubblici perché non saprebbero dove andare visto che non si vede a un passo, e così la levatrice va in bicicletta, preceduta e scortata da due poliziotti a piedi che illuminano la strada con una grossa torcia elettrica perché la sventurata possa vedere dove va; i tre parti multietnici a sorpresa, ognuno con un finale diverso. 
Ma la maggior parte dei racconti è agghiacciante, a partire dal breve e sobrio capitolo sul rachitismo (e sui motivi per cui colpiva soprattutto le bambine) per culminare nella terrificante storia della vagabonda che incrociamo di striscio nei primi capitoli  e nella straziante vicenda della prostituta irlandese - un racconto quasi fuori dal tempo, quello, ma anche curiosamente moderno, che ricorda davvero molto certi racconti dell'orrore fatti da talune prostitute straniere assai presenti nel nostro civilissimo paese e che i nostri civilissimi occhi hanno imparato a non vedere. Leggendola, mi sono trovata per la prima volta a nutrire sentimenti non eccessivamente ostili verso le nostre "case chiuse", che al confronto appaiono alberghi di lusso muniti di tutti i confort.
L'autrice racconta senza troppo commentare, e del resto quel che racconta di solito si commenta benissimo da solo. L'elemento davvero straniante però è che quel che racconta non è successo in qualche baraccopoli in uno di quei paesi dove il reddito pro capite è di due dollari al giorno, ma a poche centinaia di metri dal tran tran quotidiano  di una delle più sfarzose metropoli del pianeta.
Prima ancora dell'indignazione arrivano lo sbalordimento e un senso di ghiaccio. Ma davvero un paese ricco e prospero poteva far questo ai suoi concittadini? E alle sue concittadine?
Evidentemente sì. E siamo d'accordo che anche noi abbiamo il nostro bel campionario di racconti dell'orrore, ma va pur detto che siamo sempre stati fino agli anni Sessanta un paese notoriamente povero, e dal nostro impero mignon, nel brevissimo tempo in cui ne abbiamo avuto uno, abbiamo ricavato poco più di qualche voragine nei conti pubblici dell'epoca. 

Consigliato a tutto in qualsiasi momento perché davvero c'è molto da imparare, ma non se state cercando una lettura leggera per rilassarvi. E credo che possa funzionare anche come cura per la depressione, secondo il principio del chiodo scaccia chiodo.
Il libro è stato pubblicato in Inghilterra nel 2002 e, dopo che ne hanno tratto una serie televisiva di gran successo (più volte tramessa da noi su vari circuiti, a partire da Netflix) tradotto per Sellerio nel 2014. E' il primo di una serie di tre libri che l'autrice ha dedicato alla sua esperienza professionale negli anni Cinquanta. Sono stati pubblicati anche gli altri due che si intitolano rispettivamente Tra le vie di Londra e Le ultime levatrici dell'East End. Li leggerò non appena mi sarò rimessa dal trauma del primo.

martedì 22 ottobre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 2 - Piccole perversioni individuali

Oscuri spettri turbano la mia coscienza
 Sono le dieci. Prima di spengere la luce ho abbondante tempo da dedicare alla lettura, e sto leggendo un libro che mi piace assai.
Ma sono inquieta. Guardo male il libro. Lo riguardo ancor più male. 
No, non sono inquieta, sono infelice e turbata.Oppressa da cupi presentimenti. La mia coscienza, quella sì, è inquieta.
Ma cosa vuole da me? Ho preparato le lezioni e la borsa per il giorno dopo, corretto le verifiche di geografia, riempito le ciotole delle gatte che dormono serenamente intorno a me, svolto tutti i miei doveri.
Proprio tutti?
In preda a una oscura premonizione torno al computer, che ho spento poco prima. Lo accendo e vado... sul registro elettronico.
Cosa diavolo ci faccio sul registro elettronico? Ho trascritto i voti delle verifiche, segnato i compiti per le prossime lezioni...
Torno indietro. E scopro con vivo orrore che il giorno precedente nella Seconda Invasata non ho scritto l'argomento delle lezioni. E nemmeno risulto aver interrogato nessuno.
Riguardo ancora indietro. E anche nella Terza...
Tiro fuori l'agenda dalla borsa. Riempio i buchi. Inserisco tutte le interrogazioni. Controllo le altre classi. Risistemo i compiti. Combatto col Perfido Registro per più di mezz'ora. E vinco su tutta la linea.
Controllo la settimana precedente, ma lì va tutto bene.
La seduta di lettura è andata a ramengo ma non importa più: torno a letto di umore celestiale e con la coscienza che ronfa soddisfatta.
Le gatte mi guardano perplesse. 
Le accarezzo, spengo la luce e mi addormento di un sonno tranquillo.

Sono scema, non c'è altra spiegazione.

A cosa serve il registro elettronico - 1 - Una domanda inaspettata



Mentre armeggiava variamente sul computer, Arte mi ha chiesto "Ma in effetti a cosa serve il registro elettronico?".
Ammetto che è una bella domanda.
"Per segnare le presenze, così i genitori possono controllare se i figli han fatto forca" provo.
Cioè, se il docente si ricorda di inserirle. Le assenze e le giustificazioni andrebbero inserite alla prima ora, ma siccome tutte le classi di tutte le scuole che usano Argo alle otto di mattina cercano di fare la stessa cosa, a volte il registro non si apre. Allora il Bravo Docente si ripromette di segnarle a metà ora, poi se ne dimentica platealmente e le appunta da qualche parte insieme alle giustificazioni. Poi, dopo tre ore filate, arriva in Sala Insegnanti dove l'unico computer disponibile è saldamente in mano alla VicePreside che ci sta scrivendo una circolare. Finisce che certe assenze non vengono mai segnate e così una bella mattina Liutprando arriva con la giustificazione, e siccome quel giorno il registro va che è una scheggia il Bravo Docente apre la schermata... e scopre che l'assenza di Liutprando non esiste. 
In un registro cartaceo non sarebbe un problema, basterebbe segnare l'assenza di Liutprando nel giorno indicato e poi scrivere che ha giustificato. Ma talvolta il Bravo Docente in quel giorno in cui Liutprando era assente in quella classe non faceva lezione e non può segnare alcunché.
Allora lascia la giustificazione sulla cattedra con due righe di spiegazione e spera in dio.
Può anche succedere però che Liutprando risulti avere una giustificazione da portare.
"Liutprando, perché non hai ancora portato la giustificazione?".
Liutprando casca dalle nuvole "Quale giustificazione?"
"Quella dell'assenza che hai fatto Martedì"
Liutprando giura che Martedì c'era eccome, tant'è vero che ha pure fatto il compito di matematica, dove ha preso sette perché aveva sbagliato una espressione. La classe conferma.
Poi interviene Livio per dire che Martedì mancava lui, e che in effetti non ha ancora giustificato. Evidentemente la sua assenza è stata attribuita a Liutprando. 
Capita, sono così vicini nell'elenco...
Poi c'è il giorno in cui il collegamento in rete non funziona, il giorno in cui il computer fa i capricci, il giorno in cui la classe è stata divisa perché il professore mancava e quindi nessuno ha preso le assenze, il giorno in cui alla prima ora c'era un supplente a cui nessuno ha dato ancora la password e quindi ha segnato le assenze sull'agenda di classe ma nessuno le ha inserite, il giorno che... e perfino il giorno in cui le assenze sono state regolarmente segnate, i ragazzi lo ricordano benissimo, ma adesso le assenze non ci sono più perché per motivi suoi personali il computer ha rifiutato di registrarle.
Certo, col tempo e la pazienza si viene a capo di tutto, ma spesso e volentieri la situazione delle presenze nella nostra scuola presenta un certo margine di incertezza. Che era molto più ridotto quando le assenze venivano segnate sul registro cartaceo - anche perché capitava spesso che gli insegnanti che venivano dopo, notando il quadrato delle assenze vuoto e tre banchi altrettanto vuoti si affrettavano a colmare la lacuna.

"E poi ci segniamo i compiti, così da casa alunni e famiglie possono vederli" provo ancora.
"Ma metà delle password delle famiglie non funziona!" ribatte Arte.
"Qualcuna funziona, allora fotografano la schermata e la mettono nel gruppo di What's up" spiego.
"Sempre?"
"Beh, non sempre. In effetti si tratta di un'azione volontaria, non spetterebbe a loro farlo" ammetto.
Ma soprattutto, gli assenti giurano e spergiurano che no, non l'hanno vista, la foto. Anche perché magari si sono ben guardati dal cercarla.

Come tutte le Grandi Domande, anche questa rimane senza risposta.
A cosa serve davvero il registro elettronico rispetto a quello cartaceo?
Ah, saperlo, saperlo...

venerdì 11 ottobre 2019

La signora di Wildfell Hall - Anne Brontë

Il secondo e ahimé ultimo romanzo di Anne Brontë si intitola, in inglese The Tenant of Wildfell Hall; tradotto vorrebbe dire "L'inquilina di Wildfell Hall", che sembrerebbe pure un titolo perfettamente accettabile per qualsiasi editore sensato, e anche molto pertinente perché in effetti la protagonista indiscussa del libro è proprio la signora che ha preso in affitto un po' di stanze (restaurate) in un'oscura e diroccata magione chiamata appunto Wildfell Hall e situata in una non meglio definita contea inglese. Aggiungo che magari chi legge in inglese può restare incerto all'inizio perché "tenant" come tutti i sostantivi inglesi è unisex, ma già a pagina sei viene svelato senza infingimenti che si parla di una donna.
Gli editori italiani comunque hanno stabilito che quel titolo proprio non gli piaceva.
La prima edizione, della Capitol nel 1965, opta per La misteriosa signora Graham
che volendo è un po' ingannatore perché la signora Graham non si chiama affatto così e gira sotto pseudonimo, come il lettore comincia a sospettare abbastanza presto visto che si presenta fin dall'inizio come creatura assai misteriosamente misteriosa. Comunque per un bel po' è l'unica edizione italiana (salvo forse la BUR grigia, di cui comunque nn ho trovato traccia in rete) e a giudicare dal numero delle pagine è anche completa. 
Questo è quanto finché non si muove Frassinelli, trentadue anni dopo. Nel 1997 arriva dunque una nuova traduzione sotto il demenziale titolo de Il segreto della signora in nero, che mi sembra adattissimo a far scappare qualsiasi lettore a gambe levate quando l'autore indicato in copertina non sia Ponsoin du Terrail, perché dà l'idea di un polpettone incredibilmente polpettonato. A tutto ciò si aggiunge una copertina che c'entra veramente il giusto 
visto che la bella addormentata ivi raffigurata indossa solo una camicia da notte molto chiara.
Ad ogni modo non mi lasciai distrarre né dalla copertina né dal titolo delirante e mi fiondai subito sul volume, ben felice di poter finalmente leggere il secondo romanzo di Anne Brontë di cui avevo tanto sentito parlare, ma solo in inglese perché in Italia di Anne Brontë non si occupava nessuno. L'edizione si esaurì nel corso degli anni e la conoscenza del romanzo rimase forzatamente limitata a pochi eletti fin quando, nel 2014 se ne occupò Neri Pozzi, con una copertina di singolare bruttezza e molto inquietante e un titolo un po' più fedele all'originale ma piuttosto fuorviante
perché il lettore è portato a pensare che, oltre ad abitare a Wildfell Hall, la protagonista ne sia anche proprietaria invece che inquilina, e non è affatto la stessa cosa.
Ultima, nel 2016, arriva la Newton, che mantiene il titolo di Neri Pozzi e ci mette una copertina un po' balorda (la protagonista ha i capelli neri, non rossi) ma che per lo meno non fa venire gli incubi

Probabilmente costa anche un po' meno della Neri Pozzi, considerati i prezzi piuttosto stracciati della Newton.
Resta da capire cosa ci sia di così impresentabile nella parola "inquilina" nel titolo di un libro, ma si sa che gli editori son gente strana e quelli italiani più degli altri, sospetto. Ma in qualsiasi edizione lo leggiate resta sempre un ottimo romanzo anche se spezza il cuore - e del resto il fatto che spezzi il cuore indica che è bello e ben scritto.
Wildfell Hall (chiamiamolo così che si fa prima) uscì nel 1848 ed ebbe un tale successo che Anne riuscì a scrivere la prefazione alla seconda edizione prima di morire di tisi nel 1849 - prefazione che rispondeva alle solite critiche che venivano fatte spesso ai romanzi delle sorelle Brontë: linguaggio troppo diretto, contenuti crudi - e, naturalmente, inadatti a una donna. Al che l'autrice ha buon gioco a rispondere che proprio non si sa spiegare perché le stesse cose scritte da un uomo vadano bene e scritte da una donna siano sconvenienti.
Ufficialmente secondo la critica è un romanzo dedicato al cupo tema dell'alcolismo e rielaborato dalle esperienze del fratello di Anne, Branwell - che effettivamente morì proprio per l'abuso di alcool. Di alcool nel romanzo si parla parecchio, senza dubbio, ma se per questo anche di gioco d'azzardo, orge e altre dissolutezze. La storia però è imperniata assolutamente e totalmente sulle vicende di Helen ed è incentrata soprattutto sulla lenta dissoluzione di un matrimonio d'amore finito male che più male non si potrebbe. Charlotte racconta che la sorella sentiva il dovere morale di scriverlo appunto per mettere in guardia i lettori contro l'abuso di alcool ma che scriverlo la depresse molto e le costò molta fatica - ma Charlotte, quando parlava dei romanzi delle sorelle, diceva spesso cose piuttosto strane e non sappiamo quanto fosse in buona fede. È senz'altro credibile però che Anne abbia sofferto raccontando la tristissima vicenda di Helen, anche se poi le regala un lieto fine. Di sicuro io ho sofferto leggendola.
Di nuovo troviamo il tema assai caro ad Anne del mercato matrimoniale cui erano sottoposte le ragazze di buona famiglia; mentre nei romanzi di Jane Austen regna l'idea che una ragazza che sappia regolarsi e all'occorrenza riesca a resistere a pressioni indebite possa addivenire a una felice unione basata sulla stima e sull'affetto reciproco, dai romanzi di Anne appare chiaro che la pressione sulle ragazze è troppo forte perché questo avvenga: il modo in cui sono gestite le circostanze nella buona società è sbagliato in partenza e solo una colossale dose di fortuna può permettere a una ragazza bella e in possesso di un buon patrimonio di stringere una unione che non sia in partenza destinata a esisti disastrosi, mentre una ragazza non particolarmente provvista di grazie e di patrimonio può cavarsela molto più facilmente - anche perché le viene lasciata maggior possibilità di regolarsi per conto suo purché in qualche modo si procuri un marito e insomma le pretese sono meno irragionevoli.
Per l'appunto Helen è bella, molto bella - ce lo garantisce sin dalle prime pagine il narratore, dichiarandolo in proprio ma anche testimoniando la gelosia che altre giovani donne provano nei suoi confronti - e ha dei beni da ereditare sia dal padre che dagli zii senza figli che l'hanno allevata. Questa disastrosa combinazione le assicura due terribili corteggiatori: un vecchio libertino e un non troppo giovane uomo di una seriosità insopportabile che la ama contro la sua (di lui) volontà e si ripromette di redimerla dalla sua giovanile frivolezza. Entrambi hanno un solido patrimonio che garantisce loro il diritto ad aspirare alla sua mano e la tengono sotto stretto assedio. La povera Helen registra sul diario che entrambi le fanno venire il latte alle ginocchia o peggio e che lei in società si annoia a morte perché si ritrova sempre quei due appiccicati peggio che della colla di pesce, e non può mai dedicarsi a cercare qualcuno che potrebbe piacerle davvero, e cita un paio di ragazzi che le sembravano piuttosto interessanti e che le sono stati tenuti lontano con gran cura perché erano figli cadetti e quindi non avevano accesso a un patrimonio che la autorizzasse a dedicargli parte del suo tempo (e che magari, vai a sapere, sarebbero stati ottimi mariti).
Che succede a questo punto? Succede che Qualcuno rompe l'assedio, naturalmente - e questo Qualcuno è di famiglia troppo buona e di patrimonio troppo rispettabile per essere apertamente scacciato, anche se non piace ai due zii, che parteggiano apertamente per il corteggiatore pedante senza riuscire a capacitarsi che Helen non si renda conto di com'è adatto a lei.
Helen punta i piedi e resiste, con una forza d'animo davvero ammirevole considerando che la pressione è davvero forte; ma tutto ciò le rende ancor più dolce e appetibile il Qualcuno che è riuscito a intrufolarsi, che non può essere scacciato apertamente e che oltretutto è tanto bello quanto piacevole di modi.
La zia le spiega variamente che il Qualcuno non è un partito raccomandabile perché ha dei precedenti di dissolutezza. Anche un cieco può vedere chiaramente come la faccenda è destinata a finire: Helen lo sposerà con la granitica convinzione di riuscire a redimerlo, anzi con la certezza che non ci sia nemmeno granché da redimere e che alle spalle il bel giovine abbia soltanto qualche passo falso dettato dall'ardore della giovinezza e di cui la maggior parte della colpa spetta in realtà alle cattive compagnie e a una famiglia che lo ha trattato troppo freddamente (il padre) e troppo viziato (la madre).
Volendo la faccenda si può vedere anche in un altro modo: Helen è perdutamente innamorata e lo sposa perché non riuscirebbe a sopravvivere senza di lui, e tutto il resto son dettagli.
Il lettore però vede il bel giovane un po' scapestrato con occhio non alterato dalla passione e percepisce delle note stonate. Si rende conto che il sentimento c'è, anche da parte di lui, ma nota anche un paio di aspetti che Helen rifiuta costantemente di vedere: il bel giovane scapestrato gioca con la ragazza come il gatto col topo, ed ha una vena di prepotenza che tradisce  una singolare indifferenza per i sentimenti altrui. In pratica: è quel tipo di persona che fa il cazzo che gli pare e gli altri si impicchino pure - non esattamente il Perfetto Marito, viene da dire.
Il matrimonio va benissimo per i primi mesi, si regge decentemente per un paio di anni nonostante tutto, anche perché nel frattempo arriva un delizioso figlioletto (che il viziatissimo marito percepirà come un rivale) fino a sfaldarsi sempre più, lentamente e dolorosamente. Helen passa tutte le fasi della cecità e delle scuse possibili e immaginabili, ma gradualmente e inesorabilmente in lei si fa strada la certezza di essersi messa in trappola con le sue mani e di avere di sua libera volontà sposato una persona moralmente tarata e per cui  non riesce a provare altro che un generico affetto, e alla fine nemmeno quello.
A quel punto cercherà una via di scampo, non tanto per lei (è consapevole dei suoi errori ed è disposta a scontarli) ma soprattutto per il bene del bambino su cui l'influsso del padre si sta rivelando davvero deleterio. Lo strano è che riuscirà a trovarla, questa via di scampo, o meglio a costruirsela, aggirando leggi, convenzioni e ostacoli materiali di consistente rilievo.
Tanta determinazione non può andare sprecata ed ecco apparecchiato per lei un nuovo matrimonio, che si rivelerà ben più felice del primo, anche perché è nato da una scelta consapevole e non viene ostacolato da considerazioni economiche: Helen è di nuovo ricca alla fine del romanzo, ma anche indipendente e libera da condizionamenti e illusioni e sceglie sì guidata dalla passione, ma alloggiando tale passione in ben più meritevole oggetto.
Insomma, un romanzo di formazione dove la protagonista impara dai suoi errori e supera le illusioni dettate dalla giovinezza e dall'inesperienza.

Quali sono i punti di forza di questo romanzo? Moltissimi, direi. Una vicenda decisamente originale dietro le apparenze - ad esempio nel fatto che l'eroina non sia una vergine insidiata ma una donna adulta che è scappata da un matrimonio infelice e ha trovato il modo di costruirsi una nuova esistenza guadagnandosi da vivere per sé e per il figlioletto. La descrizione dolorosa di come una donna di rispettabile intelligenza si possa volontariamente consegnare legata mani e piedi all'uomo sbagliato. La descrizione ancor più dolorosa della consunzione di un amore sincero e profondo, con dietro l'impressione che sarebbe bastato poco nei primi tre anni a fermare la dissoluzione dell'amore e a fare di quel matrimonio una unione felice. Una descrizione dolorosamente spietata delle dipendenze e delle "cattive compagnie" - ognuna cattiva a modo suo, ma Helen è riuscita a sposare l'uomo più debole del gruppo, specializzato nel farsi sempre portare dalla piena e risoluto a risparmiarsi sempre la fatica di prendere in mano la sua esistenza. Una gelida descrizione di quell'ossessione per il denaro che è la rovina di tante povere ragazze in una società molto moralistica e assai poco morale. L'elenco dei molti nomi dell'amore. Una trama molto ben costruita, con un continuo gioco di specchi e di rimandi: situazioni simili che portano a esiti diversi, situazioni apparentemente diverse che portano a esiti simili, convenzioni letterarie a volte rispettate e a volte no, sentimenti sinceri che sono in realtà trappole insidiose, sentimenti vissuti sinceramente che sono in realtà raffinati inganni... Anche descrizioni molto, molto accurate di scene di dissolutezza dove il peso delle convenzioni ma soprattutto la debolezza giuridica femminile impedisce alle donne che vi si trovano incastrate di difendersi se non con l'unica possibile tattica del "fare finta di niente" e scappare appena possibile, e sotto questo aspetto mi ha ricordato un po' Evelina.
Il lieto fine, per quanto un po' allungato (o forse proprio perché un po' allungato) scioglie in ultimo la tensione e lascia il lettore un po' scosso, molto stranito ma tutto sommato racconsolato. E' un romanzo cupo, angosciante e crudele ma si legge volentieri, molto volentieri, rubando il tempo agli amici e alle faccende di casa e allestendo improbabili scuse per ritagliarsi una serata libera e spengere la luce due ore più tardi anche se domani sarà una giornata faticosa.
Caldamente consigliato, non fa differenza se nella vostra vita esterna in quel momento siete allegri o infelici o stressati, il romanzo vi avvolgerà come una calda coperta e vi isolerà dall'ambiente esterno. 

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, salutando con dispiacere Anne Brontë e rimandando per il momento l'incontro con Emily (non di molto, comunque). Lurkerella, dove sei?

giovedì 10 ottobre 2019

Brexit Poll (nessuno si preoccupa mai di noi poveri insegnanti)

Ho pescato questa graziosa vignetta dal web circa due anni fa
Credendo di farmi un favore e non confidando troppo nella mia ritrovata forma fisica, la Preside Reggente ha deciso anche quest'anno di darmi un'orario ridotto: otto ore di Potenziamento da dedicare alla Biblioteca, quattro Geografie e una Storia, così se sparisco di nuovo non rischio di fare troppi danni e se invece starò bene nelle sue benevoli intenzioni godrò di un anno più riposante del solito, senza coordinamenti e senza una classe o due dove gestire materie così complesse e impegnative come Italiano, Storia e Geografia.
Le intenzioni erano buone, non lo metto in dubbio, ma...

All'inizio dell'anno mi sono così ritrovata quattro classi con Geografia, e due sono Seconde. E in Seconda, si sa, si fa l'Europa politica con particolare riguardo all'Unione Europea. E si dà il caso che l'Unione Europea da qualche anno stia passando un periodo piuttosto travagliato. Sì, ormai da qualche anno invero essa lo sta passando.
Finora Greta e un ripasso veloce dell'Europa fisica mi avevano salvato, ma alfine è arrivata la domanda tanto temuta, e non è arrivata solo dalle seconde.
Prof, ma l'Inghilterra è dentro o fuori dall'Unione Europea?
(Ah, saperlo, saperlo...)

La domanda è stata posta in vari modi e ha avuto varie risposte, con grande arrampicamento sugli specchi da parte mia, che anzi devo decidermi a comprare delle nuove ventose perché quelle che avevo si stanno ormai logorando.
Prof, è vero che la Gran Bretagna ha lasciato l'Europa?
Per nostra grande fortuna la Gran Bretagna non può lasciare l'Europa, sarebbe un vero cataclisma se lo facesse!
Risate e commenti sulla deriva dei continenti.
E immaginate cosa succederebbe se decidesse di andarsene l'Austria, con tutte le sue montagne al seguito!
Tuttavia più di tanto non si può tergiversare.
Invece è vero che da più di tre anni il Regno Unito sta cercando disperatamente di uscire dall'Unione Europea e nello stesso tempo di non uscirne.
Sguardi comprensibilmente perplessi. Ebbene sì, ragazzi, la verità è questa e io non posso cambiarla per far piacere a voi. D'altra parte non sono stata io a entrare in argomento.
Segue un vago racconto: c'è stato un referendum consultivo, poi hanno cominciato a trattare, e trattano e trattano... E c'è il problema dell'Irlanda del Nord...
Ne approfitto per spiegargli la complessa questione del Regno Unito, che è sempre spinosa quando arriva il momento: ci sono quattro regni su due isole, ognuna con la sua capitale e la capitale del Regno Unito nel suo complesso è Londra, che è anche la capitale dell'Inghilterra; in compenso anche l'isola Irlanda è divisa in due con due capitali. Ci sono sempre dei problemi quando arrivo a interrogare sul Regno Unito, figurarsi in queste classi dove tutti sono convinti che il nome della penisola italica sia Italia e confondono la Spagna con la penisola iberica.
Stasera comunque mi sono messa una mano sulla coscienza e mi sono fatta un ripassino generale della questione Brexit, che è parecchio incasinata. Chiaro che non posso spiegargliela nei dettagli o mi lanciano i pomodori e i torsoli di cavolo; ma qualcosa andrà pur spiegato, in particolare alle seconde, ora che lo spettro della Rivoluzione Inglese con tanto di regal decapitazione è stato evocato più volte quando Boris Johnson the Fox ha deciso di chiudere il parlamento per aggirare la legge che impedisce l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea senza apposito trattato. C'è il no-deal, c'è il backstop, c'è la grandissima troia della loro mamma... no, questa in classe non posso dirla, devo trovare una forbita metafora. Difficile trovarne però per un modo di dire dialettale e difficilissimo da tradurre.
In compenso la Povna mi ha suggerito una sintesi eccellente, e anche quella risale a poco dopo il referendum, come spiega nei commenti:

Come ho già scritto, la sola idea della Brexit mi spezza il cuore. Mai però avrei immaginato che da tal folle pensata della perfida Albione sarebbero derivate tante e sì varie complicanze, o che la Brexit avrebbe reso più difficoltoso il mio lavoro. Ma così va il mondo, e tutti questi politici persi nei loro demenziali giochetti di potere non pensano mai alla gente comune e ai loro problemi, è proprio vero. 
Mai nessuno per esempio che si preoccupi delle difficoltà che quotidianamente incontrano gli insegnanti quando devono, non dico giustificare o spiegare, ma semplicemente esporre certe questioni ai loro poveri alunni tenerelli e tredicenni, ancora inesperti del viver del mondo e che ti guardano con gli occhi radianti di innocenza. E tu devi pur dargli una risposta.
Invero, questo è un mondo crudele.

venerdì 4 ottobre 2019

I miei insegnanti - Francesco d'Assisi

Come tutti gli scolari italiani anch'io ho conosciuto Francesco d'Assisi in tenerissima età attraverso la suggestiva leggenda della conversione del lupo di Gubbio e solo molti anni dopo ho scoperto, con grande dispiacere, che era apocrifa*. Come molti personaggi di enorme popolarità infatti, anche Francesco è famoso soprattutto per quello che non ha fatto e detto, e tra tutte le citazioni che circolano sui social a malapena un paio sono autentiche**, o almeno attestate nelle fonti ufficiali: ma anche se non risulta che abbia addomesticato lupi predatori, mantiene tuttavia un buon numero di frecce al suo arco.
Come tutti gli scolari anch'io in seguito ho approfondito la conoscenza attraverso la lettura del Cantico delle creature, e tanto l'ho apprezzata che nullu scholaro vivente che passa dalle mie mani pò scappare dall'accurata analisi di tal poesia, nonostante da sempre io proclami e dichiari che non faccio letteratura. 
Più avanti arrivò il ritratto tanto bello quanto fedele che Dante ne fa fare nel Paradiso a Tommaso d'Aquino. E, come ogni essere vivente, anch'io ho visto il film di Zeffirelli, anche se con scarso entusiasmo la prima volta e con autentica crisi di rigetto la seconda, come andrò a raccontare più avanti.
Io però sono andata anche oltre, nella cinoscenza di questo affascinante personaggio, perché all'università ci ho fatto un corso, dedicato appunto alle fonti francescane, e da allora mi considero una autorità in materia***. 
Fu un gran bel corso. Partimmo dal Testamento, continuammo con le due Regole ma approdammo poi non solo alle due biografie ufficiali di Tommaso da Celano e a quella di Bonaventura da Bagnoregio ma anche a un testo meno conosciuto, ovvero gli Scripta Leonis, Rufini e Angeli, opera redatta da tre compagni di Francesco della prima ora al tempo in cui l'ordine era a caccia di memorie e racconti di episodi sconosciuti, allo scopo di redarre una biografia adeguata e completa del loro illustre fondatore. Come molti altri della letteratura latina medievale, gli Scripta all'epoca non avevano una traduzione in italiano, e dovemmo ripiegare, su una edizione inglese con testo a fronte, coniugando così il verbo "arrangiarci" tanto caro a tanti studiosi, medievisti e non. 
Il corso si concluse poi con una serata di proiezioni al cinema: partimmo con Zeffirelli per poi vedere lo sconosciutissimo sceneggiato fatto da Liliana Cavani per la televisione italiana e mai trasmesso per motivi che dopo il corso e l'analisi delle fonti più antiche ci fu abbastanza chiaro: infatti era fatto benissimo, con un Lou Castel in stato di grazia, fedelissimo alle fonti e trasmetteva un  ritratto di Francesco decisamente meno zuccherato di quello di Zeffirelli. Il passaggio dalla sontuosa fotografia di Frate Sole, sorella Luna**** al bianco e nero un po' smiciato dello sceneggiato televisivo degli anni 60 fu inizialmente traumatico, ma ben presto seguire Francesco nel suo originalissimo percorso interiore ci piacque immensamente. Gli organizzatori della serata non erano riusciti a procurarsi il film di Rossellini e tutto sommato fu un bene perché dopo quei due lunghi film eravamo piuttosto cotti e, dopo il capolavoro della Cavani , difficilmente quello che non è certo il capolavoro di quell'onorato regista sarebbe riuscito a colpirci.

In quel corso imparai davvero molte cose, prima tra tutte che tra medievisti i santi si chiamano per nome, senza l'appellativo - e così dopo la prima lezione passata a dire "san Francesco di qua" e "san Francesco di là" noi allievi ce ne demmo tutti per inteso e da allora si parlò solo di Francesco (e di Domenico e di Bonaventura e di Tommaso e di un sacco di altri santi di grande o piccola rinomanza sempre rigorosamente chiamati per nome) quasi fosse stato il nostro compagno di banco alle medie, e a quest'uso sono rimasta spocchiosamente assai attaccata, anche se quando sono nel secolo e non tra addetti ai lavori preferisco dire "Francesco d'Assisi" appunto per precisare che sto parlando del celebre poverello, e non del mio ex compagno di banco delle medie*****.
Lo scopo del corso era di mostrarci, attraverso l'analisi delle fonti, come la figura di Francesco fosse stata addomesticata nel corso degli anni (degli anni della sua vita religiosa, intendo - che in effetti sono stati abbastanza pochi, circa una ventina) e nei primissimi anni dopo la sua morte, addolcendo notevolmente sia i suoi insegnamenti che i suoi costumi e soprattutto la regola di vita della sua comunità.
Francesco era partito con l'idea di piccoli gruppi di penitenti che abitavano capanne di legno e paglia, senza possedere niente (e per "niente" si intende proprio niente, inclusi i vestiti che avevano addosso e che Francesco riteneva "dati in prestito, finché non trovavano qualcuno più povero di loro") e che per mangiare andavano mendicando; più esattamente, nei primi tempi i frati andavano a lavorare con i contadini e non chiedevano niente accettando però quel che gli veniva donato "per amor di Dio" (e se i contadini non gli davano niente allora andavano a procurarsi la cena mendicando di casa in casa). Era un progetto decisamente ambizioso e destinato a non durare ma che in effetti non prevedeva la nascita di un ordine su scala internazionale, solo appunto di piccole comunità locali, e all'inizio dell'inizio solo una iniziativa personale: "il Signore mi diede dei frati, ma nessuno mi diceva che cosa ne dovessi fare" ricorda nel Testamento, ma Dio in persona gli dettò lo stile di vita. Insomma, successe perché doveva succedere, non perché lui avesse un disegno preciso in testa o tantomeno tentasse di fondare un nuovo ordine.
I conventi francescani che conosciamo sono in pietra e muratura, le chiese in gotico francescano hanno sì travi di legno al loro interno ma  sono decorati con splendidi affreschi e ben presto, quando l'ordine si allargò a macchia d'olio in tutta Europa, fu trovato un escamotage legale per accettare anche donazioni permanenti e formare un ricco patrimonio. D'altra parte non puoi gestire migliaia e migliaia di frati sparsi sul continente (e, molto più avanti, su tutti i continenti) con lo stesso criterio con cui gestisci un gruppetto di cultori della materia.
Di tutto ciò Francesco soffrì molto (nelle fonti si parla di una "grave tentazione spirituale") e i compagni della prima ora gli chiesero più volte perché non intervenisse contro quel che stava succedendo, che andava contro l'essenza dello spirito originario con cui era nato il movimento, quando ancora non sapeva nemmeno di essere un movimento. Ma Francesco, che avrebbe sì potuto intervenire col peso del suo prestigio e della sua autorità rifiutò sempre di farlo, in nome dell'obbedienza che aveva giurato, come tutti i francescani dopo di lui, perché quel cambiamento era stato approvato dalla Chiesa, cui aveva giurato assoluta sottomissione e per tutta una serie di motivi legati in sintesi al non volere intervenire contro quella che ai suoi occhi era la volontà divina, che aveva voluto fare di lui uno strumento******. Il frate doveva essere sottoposto e obbedire a tutti, principalmente alla Chiesa. La sua personale protesta Francesco la portò avanti in modo non violento e senza proclami, continuando a vivere come aveva stabilito a suo tempo e come aveva giurato di fare, considerando l'Ordine come qualcosa che era sì nato grazie al suo intervento, ma in cui lui non aveva il diritto di intervenire. Se anche pensò che c'era qualcosa di sbagliato in quel che stava succedendo scelse di non intromettersi, in nome della sua coerenza personale - più precisamente, perché non poteva essere sicuro che quel che stava avvenendo fosse sbagliato solo perché lui aveva iniziato cercando di fare qualcosa di diverso. Come segnale che stava agendo correttamente sia nel suo personale percorso, sia rifiutando di intervenire in ciò che non gli apparteneva, ricevette le stimmate - un tipo di ricompensa che a lui fu molto gradito ma di cui, di nuovo, non parlò mai apertamente parendogli del tutto fuor di luogo vantarsi di una grazia così grande (che tuttavia, proprio per la sua natura, non poteva essere davvero tenuta nascosta, anche se Francesco ci provò con grande diligenza).
Ammettere di non poter presumere di sapere cosa era giusto e cosa era sbagliato nel disegno divino per gli altri era un pensiero abbastanza insolito, a quei tempi come sempre. Il mondo trabocca e pullula da sempre di persone assai convinte di sapere cosa è bene e cosa è giusto per tutti, ma che assai raramente si scomodano cercando di vivere in coerenza con quel che sentono giusto per loro. La conversione francescana doveva avvenire non tanto con la persuasione o la minaccia delle orribili pene che aspettavano il peccatore nell'aldilà ma prima di tutto con l'offerta della misericordia, della comprensione e del rispetto. Francesco non ammansì il lupo di Gubbio, se non in senso metaforico, ma non è affatto un caso che una storia del genere gli venisse attribuita perché il suo modo di rivolgersi al lupo denota appunto comprensione e umiltà, oltre a una gentile offerta fatta in nome dell'amore. È più o meno la stessa linea che seguì per convertire un gruppo di briganti che vivevano allo stato brado nella foresta assalendo gli sventurati viandanti: i frati si presentano da loro chiamandoli fratelli briganti e offrendogli buon pane e buon vino, che imbandiscono su una bella tovaglia pulita distesa sull'erba, poi li servono alla mensa, gli parlano con dolcezza e quando i briganti hanno ben mangiato gli chiedono di promettere di non assalire più nessuno: i briganti mangiano, ascoltano e promettono. Il giorno dopo la mensa viene arricchita con uova e formaggio e dopo averli serviti i frati li esortano ad abbandonare la scomoda e dura vita nella foresta. Così, ammansiti dalle buone parole, dal buon pasto e dalla gentilezza dei frati finiscono in breve tempo per unirsi all'ordine propter familiaritatem et caritatem dei frati. La gentilezza, la dolcezza e soprattutto l'empatia sono le note che toccano i cuori e suscitano pentimento e conversione. I peccatori vanno avvicinati non con la mìcollera e la minaccia, né con la superbia di chi sa di essere meglio di loro e perciò li guarda dall'altro in basso, ma con l'umiltà di chi chiede che gli sia consentito  servirli e aiutarli.
Tutto questo va applicato ai peccatori ma anche a tutti i sofferenti: i poveri, gli ammalati, gli infelici. È la stessa comprensione e la stessa cortesia che Francesco applica per esempio a un frate che, avendo praticato in maniera eccessiva il digiuno,  nella notte si lamenta che si sente morire di fame: Francesco lo conforta, lo fa mangiare ma fa di più: perché il poverino non si senta umiliato mangiano tutti insieme a lui. Solo dopo Francesco gli ricorda che il nostro fratello corpo non va eccessivamente maltrattato, negandogli troppo la sua giusta mercede., e che non tutti abbiamo le stesse necessità alimentari. È anche la stessa cortesia che applica con gli ultimi degli ultimi, i lebbrosi, quando mangia con loro (in un caso,  addirittura dallo stesso piatto) oltre ad assisterli, fornendogli oltre alle cure un aiuto spirituale e facendogli sentire di essere, nonostante tutto, qualcosa di più che dei poveri appestati. Non a caso è proprio da un lebbroso che inizia la sua conversione, come ricorda nel Testamento, nel momento in cui Dio gli fece misericordia  e lui si accorge che l'amarezza di accostarsi a qualcosa di ripugnante si trasformava nella dolcezza di abbracciare un fratello.
Questo tipo di spiritualità, basata non soltanto sull'aiuto ma sulla dolcezza della condivisione è il tratto che caratterizza gli interventi dei francescani nel mondo sin dalla nascita dell'ordine, e il vero lascito che Francesco ha lasciato all'umanità - qualcosa, in effetti, più importante dell'avere una capanna di legno e paglia oppure di pietra intonacata e decorata con affreschi; viene quindi da pensare, almeno a me, che nella sua coerenza, Francesco abbia fatto la scelta giusta non intervenendo a favore della forma ma piuttosto cercando di rispettare la sostanza  e prima ancora la sua coerenza e la sua anima, e soprattutto l'anima degli altri.

* apocrifa sì ,a ben costruita. E forse nemmeno tanto apocrifa, se si accetta che abbia la sua base in un evento reale vagamente simile attestato da fonte assai attendibile, vedi più avanti.
** qui una lista delle più famose citazioni prive di riscontro
*** pur ammettendo senza difficoltà che un sacco di gente ne sa più di me sull'argomento, si capisce
**** perché va ben ammesso che in quel film l'Umbria recita meravigliosamente
***** (che peraltro non si chiamava affatto Francesco)
****** Scripta Leonis, Rufini et Angeli sociorum S. Francisci, 1979, Oxford Clarendon Press, capp. 75-6.
L'episodio della conversione dei fratres latrones è narrato al capitolo 90.
Il frate che in piena nitte urla che muore di fame è al capitolo 1.
Il pranzo col lebbroso è narrato al capitolo 22.

martedì 1 ottobre 2019

Pesto di finocchietto selvatico (post con ricetta, ma breve e veloce)

Questo non è, assolutamente, un blog di cucina. Sono una cuoca passabile ma lavoro a occhio, senza dosi e su piatti assai tradizionali, senza contare che la cucina toscana è particolarmente semplice. La nostra ricetta base è del tipo "prendete ingredienti di ottima qualità, manipolateli il meno possibile, cuoceteli lo stretto indispensabile e servite in tavola, è già tanto se non vi mangeranno anche il piatto".
Anche quella che vado a presentare dunque è una ricetta molto semplice, ma per me è stata una scoperta del tutto al di fuori della tradizione toscana. Con un ingrediente che in Toscana si trova con grande facilità nei nostri prati, ma che è piuttosto sottoutilizzato: il finocchietto selvatico.
Eccolo qui in tutta la sua sottile bellezza:

Guarda com'è simpatico
è il finocchietto selvatico
Se un bel po' ne coglierai
un buonissimo pesto tu faraaaai

E così mi sono scoperta anche poetessa - una roba da far schiattare Petrarca per l'invidia, dovete ammettere.

Conobbi il pesto di finocchietto selvatico alla Mostra dell'Artigianato di Firenze di quest'anno. Non c'era granché al padiglione internazionale, così dopo un po' di orecchini tibetani, qualche sciarpetta di cachemire e una collana di avventurina, oltre a qualche regalino per chi mi aveva assistito durante l'interminabile malattia, emigrai verso il settore della cucina tipica, dove davano gli assaggi.
Comprai un paio di eccellenti salamini di Norcia e una mozzarella di bufala grande come un pallone da calcio. Poi arrivai in uno stand siciliano.
"Vuole un assaggino del nostro pesto di finocchietto selvatico?" mi chiede un giovane assai cortese.
Massì, un assaggino non si rifiuta mai anche se...
Ingoio il pezzettino di pane col pesto di finocchietto selvatico e mi sento come Paolo di Tarso cascato da cavallo. Altro che assaggino, ne prendo prontamente due barattoli.
Mi propongono una offerta di tre barattoli con lo sconto, ma vedendo la mia esitazione mi offrono invece un terzo barattolo di pomodorini secchi sott'olio.
Accetto (per poi pentirmene amaramente pochi giorni dopo. Non che i pomodorini secchi sott'olio non mi piacciano, ma si trovano facilmente ovunque, mentre il pesto di finocchietto selvatico NO).
Nel frattempo ascolto con mezzo orecchio il giovin cortese che racconta come lo fanno, che più che un pesto sembra un rituale iniziatico.
Mentre pago sento il giovine che riferisce al principale "Sto vendendo un sacco di pesto col finocchietto". 
Già, chissà perché.
Il giorno dopo mi faccio la prima pasta col pesto di finocchietto selvatico ed è mentre la mangio che comincio a guardare male l'insulso barattolo di pomodorini secchi sott'olio, che vorrei invece vedere pieno di pesto di finocchietto selvatico. Ma ormai è andata, che ci posso fare?
Due mesi dopo, vagando nel giardino di famiglia in cerca di nepitella vedo... WOW! Una pianta di finocchietto selvatico! No, DUE piante di finocch... anzi TRE!
Inizio la caccia, e rientro in casa con un po' di nepitella e una bracciata di finocchietto selvatico.
Tornata alla mia dimora guardo la lista degli ingredienti sul secondo barattolo, che ho conservato per qualche occasione speciale (il primo è volato via in pochi giorni perché oltre che nella pasta il pesto di finocchietto selvatico, come tutti i pesti verdi, funziona benissimo anche sulle patate lesse, in insalata e anche, dice, sul pesce. Del resto il finocchietto selvatico è l'ingrediente base della pasta con le sarde, tipico piatto siciliano che comprende anche pinoli e uva passa e che quest'autunno potrei anche provarmi a fare, ora che posso mangiare tutto).

La ricetta è davvero semplice.
Pulite con amorevole pazienza il finocchietto selvatico togliendo tutti i rametti più duri. Non è un lavoro difficile, e comunque basta avere a disposizione qualcuno con cui fare due chiacchiere, un po' di musica o una buona trasmissione da ascoltare.
Dopo un quarto d'ora il finocchietto è pronto.
Infilatelo nel mixer (o, se proprio ci tenete, pestatelo col pestello in un mortaio. Ma nel mixer il pesto viene buonissimo, checché ti spieghino i cuochi).
Aggiungete un po' di mandorle, un po' di aglio (non importa che sia tanto, un paio di spicchi per barattolo bastano e avanzano, anche per quelli come me che l'aglio lo contano a teste e non a spicchi). Olio di oliva extravergine, naturalmente. Un po' di sale. Un pizzico di peperoncino. Un briciolino di scorza di limone.
Frullate e versate nel barattolo, resistendo alla tentazione di sbafarvelo tutto su delle fette di pane (o non resistendo affatto, il pesto è di chi se lo mangia. Volendo ci potete fare anche un veloce antipastino, va bene sia col pane bianco che con quello integrale, semintegrale o integralissimo).
Se lo mettete sulla pasta aggiungete il formaggio sul momento, ma non ne mettete troppo o si smorza il sapore; vanno bene sia il parmigiano che il grana, e forse va bene anche il pecorino romano, ma non credo di averlo mai provato perché in casa mia di pecorino romano ne transita poco.
È una preparazione facilissima, veloce e molto economica. L'unico problema è avere a disposizione un bel po' di finocchietto selvatico, cosa che non è alla portata di tutti. Ma esiste di sicuro il modo di coltivarlo in vaso e se avete qualche ape industriosa o un po' di farfalle a disposizione, una singola piantina può moltiplicarsi con grande facilità anche in un fazzoletto di prato.
E si riconosce anche molto bene:
Come tutti i pesti, se lo mettete in freezer poi ve lo mangiate quando vi pare, anche a Natale - e magari non è tradizionale, ma chissenefrega?