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venerdì 7 novembre 2014

Haeretica - Dietro il paravento (quando si soffre in silenzio)


Dietro ai paraventi di carta di riso, ai larghi ventagli, alle vesti di seta elegantemente sovrapposte in sfumature ben scalate, alle ampie maniche usate come schermo per coprire il viso, anch'io, come tutte le dame hejan, soffro.
L'eccesso di sensibilità della mia raffinatissima anima, certo. 
Il male di vivere, naturalmente.
Il ricordo di quelle sofferenze che han segnato tutti noi sin dai primi giorni di vita: lutti, dolori, abbandoni, sensi di colpa, ferite mai ricucite, addii mai accettati... anche quello, sì.
Sentirmi inutile, non apprezzata, incapace, inadatta, inetta, calpesta e derisa... si capisce, c'è anche questo.
E non potere mai essere me stessa nella mia totale integrità, sul lavoro.
Ecco, sì. Quello.

Chi mai ha potuto permettersi di essere sé stesso al cento per cento, sul lavoro? Nemmeno i santi più stravaganti, nemmeno i più grandi artisti, credo. C'è sempre una voce interiore che ti ferma a un certo punto e ti dice "No, questo no". Per tutti, anche per chi è andato contro il mondo intero. Persino per chi è andato contro il mondo intero e ha vinto.
Figurarsi per una povera insegnante malamente entrata di ruolo in una piccola scuola di paese.

Non è colpa del piccolo paese, o del ruolo. Il problema c'era anche nelle grandi scuole di città e quando ero precariamente precaria. 
Il problema c'è dal primo giorno in cui sono finita in cattedra.

La scuola è conservatrice e lo è sempre stata. Fa parte della sua natura. Dobbiamo prendere dei piccoli pulcini implumi e trasformarli in membri utili e attivi della società - o almeno provarci. Bravi cittadini onesti, che rispettino le regole e sappiano fare le scelte giuste, impiegare bene il loro tempo e costruirsi una vita ricca e piacevole, ben inseriti nella società. Sani, onesti e laboriosi.
Sembrerebbe un compito rispettabile. Grosso modo lo è. Ai ragazzi piace essere aiutati, instradati e istruiti. Spesso cercano di svicolare, ma nella maggior parte dei casi lo fanno solo perché vogliono essere vieppiù guidati, magari con delicatezza e pazienza. Almeno, credo sia questo quel che credono.

Anch'io del resto ho voluto e voglio essere sana, onesta e laboriosa e guidare con l'opera e con l'esempio. Anch'io sono conservatrice e amo le strade note.
Dentro di me però sonnecchia un anarchica, di quelle che vanno a buttare le bombe nelle carrozze dei re e vorrebbero partire una mattina senza nemmeno un fazzoletto, verso qualcosa che non sanno cos'è né dov'è, e tantomeno se riusciranno ad affrontarlo.
Io come quasi tutti, sospetto. Solo che io me lo ricordo ancora, talvolta, nonostante abbia gran cura nel cercare di rimuovere questo lato della mia personalità.

Nei ragazzi che mi passano davanti però questo lato è molto più desto che negli adulti, e talvolta spunta fuori nonostante tutti i tentativi (anche quelli del giovinetto, o della giovinetta) di addormentarlo. Talvolta sembra quasi indomabile. 
E talvolta, quando li guardo che combattono con le espressioni algebriche e il compasso e i pronomi relativi mi sento mordere delicatamente dal sospetto che no, non è questo che poi gli servirà nella vita. Non a tutti, almeno. Perché la loro vita potrebbe andare in una direzione completamente diversa da quella che vogliamo noi, da quella che ci hanno insegnato a volere per loro. Perché forse, per loro, il cammino è diverso, disseminato di apparenti errori e di sciocchezze inqualificabili, di colossali perdite di tempo, di ferite dolorose e di discese agli inferi che potrebbero ma non vorrebbero risparmiarsi.

E invece la prima cosa che capisci quando sali in cattedra, anche se è il primo giorno che entri in una classe come insegnante, e anche se nessuno te l'ha detto, è che questo lato del loro carattere è pericoloso e non va incoraggiato. Mai. Dove andrebbero a finire la decenza, la ragione, il buon senso e le strutture che tengono insieme la società se proprio tu, loro insegnante e guida ed esempio, faro illuminante o almeno lucina notturna a intermittenza della loro vita, custode dei sacri valori, convenissi con loro che sì, certe cose non si dovrebbero fare, sono rischiose, sono sbagliate ma magari fanno parte di loro  ed è giusto che le facciano, a costo di far male a sé stessi e agli altri? Se si sentissero appoggiati in certe loro malsane attitudini e tendenze proprio da chi dovrebbe aiutarli a reprimerle e per questo è pagato dallo stato, onde renderli sani, onesti e laboriosi nonché utili membri della società?
Quella parte oscura del loro temperamento, che può portarli alla rovina e alla morte o fargliela sfiorare molto da vicino, la faccia nera della luna, il lato oscuro della forza, da cui tanti sono attratti anche loro malgrado (ma chi lo sa se davvero avviene loro malgrado?), sirena incantatrice che può rovinare l'esistenza - quella parte forse li chiama perché la loro strada, la loro vita, il loro destino prevedono lunghe permanenze sui sentieri oscuri, e solo chi conosce davvero le tenebre sa affrontare davvero la luce.

Potrebbe essere. 

Ma chi si azzarda a correre un rischio del genere sulla pelle di uno sventurato adolescente che lo stato e le famiglie ti affidano nella (a volte vana) speranza che tu riesca ad insegnargli a usare bene il compasso e i pronomi e a svolgere adeguatamente le espressioni algebriche?
Non io. Ho già abbastanza fantasmi a carico senza accollarmi pure una responsabilità del genere. Sul mio posso fare quel che voglio, ma sulla pelle degli altri decenza e buon senso e ragione impongono che mi guardi bene dal giocare all'apprendista stregone.
Il solo pensiero di pensare di potermi accollare una responsabilità del genere mi terrorizza, semplicemente.

Tuttavia volte, dietro ai paraventi di carta di riso, ai larghi ventagli, alle vesti di seta sovrapposte, alle ampie maniche usate come schermo per coprire il viso, una tenue voce dal fondo del più profondo del mio cuore mi sussurra pianissimo che, forse, facendo quel che è giusto e buono in realtà faccio la cosa sbagliata.

E la lascio sussurrare, quella tenue vocina, e non prendo nemmeno in considerazione la possibilità di ascoltarla. Però soffro. E vorrei che al mondo ci fossero meno certezze.

E questa è una cosa che non ho mai detto a nessuno prima di scriverla qui, e che mai più dirò.

9 commenti:

ellegio ha detto...

Un bellissimo post, pieno di passione.

Ilaria ha detto...

Concordo, un post appassionato, che lascia senza fiato. E mi fa venire in mente "L'attimo fuggente". In genere tutti sono appassionati di quel film, ma un giorno un professore che stimavo molto stroncò quel film con parole dure. Il suo punto di vista era che Keating era stato un irresponsabile nel fomentare in quel modo i suoi allievi senza preoccuparsi delle conseguenze... secondo il mio prof. avrebbe dovuto avere per sempre sulla coscienza la morte per suicidio del suo allievo, morto per colpa di un istrione narcisista. Sul momento questo punto di vista così drastico mi sconcertò ma mi è rimasto impresso nella mente come "idea regolativa" o almeno come principio problematizzante.

Murasaki ha detto...

@LGO:
Grazie ^__^

@Ilaria
Circola sottocorrente anche quella interpretazione, infatti; o almeno una collega me la diede una volta come del tutto ovvia, salvo dimenticarsene completamente qualche anno dopo. Di fatto qualsiasi professore in quelle circostanze AVRA' sulla coscienza la morte del suo allievo, sia o meno colpa sua. Il prof. Keating però lavora con ragazzi più grandi, che dovrebbero essere in grado di usare il libero arbitrio. Certo, il ragazzo muore per colpa della sua fragilità, che gli impedisce di affrontare il padre, ma magari se la crisi (perché crisi ci sarebbe comunque stata, prima o poi) fosse arrivata anche solo un anno o due dopo lui sarebbe stato più forte?
Il resto della classe però nel frattempo ha acquistato una consapevolezza molto diversa.
E dunque Keating ha fatto male o ha fatto bene?
Se non ci fosse stato quel singolo specifico caso tutti direbbero che ha fatto bene. Ma il singolo specifico caso ogni tanto c'è, ed inciamparci è una delle paure che ogni insegnante si porta sottopelle.

Linda ha detto...

Raramente la nostra brava dama dell'epoca hejan lascia intravedere qualcosa di sé, ma quando lo fa, con la delicatezza che caratterizza le sue movenze, lascia (decisamente) il segno.

Il potere di un insegnante è grande: basta una parola, un gesto, uno sguardo, perché la vita di un adolescente cambi per sempre, nel bene e nel male; per questo credo che suo compito, per questi anni ingrati di età preadolescenziale, sia quello di sostenere e di dare le basi all'impalcatura (sì anche quelle grammaticali o algebriche, che poi sono ragionamento e fatica) che via via i ragazzi si costruiranno. Per dar corso alla propria natura c'è sempre tempo e modo, l'importante è che essa trovi un'impalcatura solida su cui installarsi.

Sary ha detto...

Il segno lo stai lasciando, non sarà il dirompente botto della locomotiva lanciata contro l'ingiustizia, ma il tuo essere te stessa arriva, i ragazzi sentono, respirano, assorbono la tua integrità intellettuale, il tuo essere hic et nunc, il tuo dare valore a ciò che fai, i tuoi dubbi che dicono di te che non consideri il tuo lavoro cosa da poco. I ragazzi al di là di quello che sembra capiscano (poco) interiorizzano, elaborano, sono sicura che certi incontri lasciano il segno. In un circo di quart'ordine com'è la scuola italiana, il tuo ESSERCI è importante, sei a tuo modo MOLTO destabilizzante e quindi, mettendo in crisi, fai riflettere....pensa al prof di latino che nel già citato film di Keating assume un altro stile educativo, fa lo stesso declinare, ma scende in campo e li porta in giardino, quasi a far vivere esperienze e non solo recitare monotonamente sfilze di casi. Cara dama, naturalmente ti fa onore il tuo sconforto, indice di sensibilità e consapevolezza di quanto è duro, controcorrente, irto di difficoltà e soprattutto di quanto sia un navigare a vista, il nostro bellissimo lavoro, costellato di delusioni note e di ignote soddisfazioni.

melchisedec mel ha detto...

Temo che il lato eretico emerga comunque tra le pieghe di quello che diciamo, a volte sussurriamo e altre volte spingiamo nuovamente dentro. C'è, tra i docenti, chi si fodera di quella sorta di pellicola impermeabile in modo così ermetico da non far trapelare nulla. So di non appartenere a questa tipologia; mi viene naturale essere me stesso con i miei allievi, dichiarando talvolta cosa io pensi veramente. Costa tutto questo e si può pagare. Purché il prezzo non sia troppo alto.

Intanto 10 al post! :-D

la povna ha detto...

Io ricordo che interpretai Keating in quel modo, che peraltro nella cerchia ermeneutica in cui mi sono imbattuta è quello prevalente, già quando lo vidi in seconda liceo classico. Uscendo dal cinema dove ero andata a vederlo con due compagne, provai soprattutto una profonda irritazione.
Per il resto credo che si possa provare a vivere sul sottile discrimine tra essere e dover essere, per fingersi un po' kantiani d'accatto. In questo avere ex alunni ancora all'interno della scuola aiuta.

Murasaki ha detto...

@Linda
Risposta perfetta.
Hai perfettamente ragione: per dirazzare c'è sempre tempo, e quanto a noi è bene che restiamo ben ancorati alla parte che ci è stata assegnata. Hanno tempo, cresceranno e decideranno loro. Grazie ^__^

@Sary
Ne approfitto per segnalare il tuo commento quando ci siamo sentite per telefono Sabato: "Il guaio è che ci sono insegnanti che non hanno NESSUNA difficoltà a essere sé stessi sul posto di lavoro". Verissimo. La Cleptomane, in questo senso, non si faceva ALCUN problema. Le veniva da rubare? E lei rubava. Come quelli che si mettono a fare allegra,mente propaganda politica per questo o quel partito. Sì, anche alle medie.

@Mel.
Grazie :)
Alle superiori però è un po' diverso. Alle medie sono VERAMENTE in formazione, e dare un opinione su qualcosa che non sia prettamente tecnico mi sembra sempre giocare sporco.
Ricordo una collega, che ha lavorato molto a St. Mary Mead, che qualche anno fa fu accolta dalla domanda "Professoressa, cosa ne pensa lei di un presidente del consiglio che possiede tre televisioni eccetera eccetera?" e lei disse "Ditemi VOI cosa ne pensate, e vediamo come esprimete i vostri argomenti". E passò l'ora ad ascoltarli discutere rivedendogli le bucce. Noi dobbiamo fare così, secondo me.

@la povna
"Fingersi kantiani d'accatto" è una bellissima espressione :)
Sì, dobbiamo fare così - anche se da noi è decisamente insolito avere ex alunni ancora all'interno della scuola (soprattutto quando non resti mai a lungo nella stessa scuola)

Murasaki ha detto...

Aggiungo un ringraziamento collettivo, perché mi ha fatto molto bene sia scrivere il post, sia riflettere su quel che mi avete scritto voi.