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lunedì 28 gennaio 2013

Cronache dalla ghiacciaia

In diretta dal gioco Hidden Chronicles ecco la prima scena dell'Islanda: un delizioso chalet completamente intagliato nel ghiaccio. Non fa venir freddo soltanto a guardarla?

La settimana scorsa, mentre me ne stavo serenamente a poltrire al caldo del mio comodo letto nel mio giorno libero, la scuola media di St. Mary Mead si trovò avvolta da gran copia di fumo nero. Alquanto perplessa, la prof. Casini decise di indagare e trovò la stanza della caldaia allagata e piena di un fumo assai più consono ad un girone dantesco che ad una scuola. 
Spenta la caldaia (che contava poco più di un anno di vita) venne prontamente chiamato il Comune che giurò che il tecnico sarebbe venuto subito, e la caldaia nuova sarebbe arrivata il giorno seguente.

E' noto che tre sono le bugie cui non si deve mai credere ovvero:
1) L'assegno è stato spedito ieri
2) Le mando il tecnico in giornata
3) Devi solo entrare nel trasportino e tutto andrà bene.
(Come si evince dalla n. 3, la lista è presa da un sito di cat addicted. Chiunque abbia provato a infilare in un trasportino un gatto per portarlo dal veterinario o in vacanza capirà).
Di queste tre intramontabili bugie, quella che da sempre miete più vittime è senza dubbio la n. 2, e infatti a scuola non si è vista neanche l'ombra fugace di un tecnico quel giorno, mentre nel pomeriggio noi insegnanti emigravamo verso le vicine e ben più calde scuole elementari per tenervi il Collegio Docenti.

Tuttavia, in un qualche momento, Qualcuno arrivò e sentenziò che la caldaia era da buttare  (cosa che non ci sorprese moltissimo) MA che ci saremmo dovuti accontentare sul momento di un rattoppo, perché la ditta che l'aveva installata era fallita (e ci credo, visto quel che rifilava ai suoi sventurati clienti) e procurarsi una caldaia nuova non era affare dei più rapidi - del resto, anche mettere le mani sui pezzi di ricambio giusti non sarebbe stato molto facile. 
Comunque i tecnici sarebbero venuti presto, prestissimo, praticamente erano già lì.

Nei giorni seguenti la bugia n. 2 si manifestò in tutto il suo luminoso splendore. La scuola si trasformò rapidamente in una ghiacciaia e perfino nelle classi più numerose faceva un gran freddo. 
La prof. Casini, che nelle vene ha sangue di rana e nel blasone una lucertola freddolosa, regnava incontrastata e corteggiatissima da tutti grazie alla sua stufetta personale, che da anni ormai si porta dietro nelle classi quando secondo lei fa freddo (cioè sempre, salvo gli esami di Giugno).
Colleghi e alunni cominciano a ricordare che anche loro hanno stufette elettriche di vario cablaggio e si ripromettono di portarle. Qualcuno fa garbatamente osservare che già alla seconda stufetta è assai probabile che l'impianto elettrico vada in tilt. QualcunAltro osserva che la stufetta dovrebbe essere fornita dal Comune e anzi andrebbero richieste, QualcunAltrAncora commenta "Come no, mi par di vederli che ce le portano!".
In effetti dal Comune non arriva stufa alcuna, né elettrica né a gas. Ma quel che è peggio, non arrivano nemmeno i pezzi di ricambio.
Nelle classi si sprecano commenti sui ghiaccioli che colano dal soffitto e le aule-igloo con pista di pattinaggio incorporata, ma nel complesso i ragazzi la prendono con filosofia.  Anche i genitori, purtroppo, ché forse una lunga processione di belve infuriate in Comune potrebbe accelerare i tempi della riparazione.

Arriva Sabato. Le elementari sono vuote e la prof. Casini, a suon di insistenze, ottiene di fare lezione lì per quel giorno.
La cosa ha i suoi inconvenienti, perché se i banchi delle quinte sono piuttosto fruibili da parte dei primini, i ragazzi di seconda e soprattutto terza media hanno oggettivamente qualche difficoltà a sistemarsi nelle postazioni dei primi anni. Facciamo lezione seduti sui banchi o per terra e tutto diventa molto informale. La mia classe mi chiede (e ottiene) qualche minuto per scrivere saluti alle loro ex-maestre, visto che sono finiti proprio nella loro ex-classe. Siccome siamo tutti vestiti pesanti fa pure un gran caldo. Ma nessuno se ne lamenta.

E non sappiamo quando è successo, se Sabato pomeriggio o Domenica notte ma Qualcuno è infine arrivato e stamani un piacevole tepore ci ha accolti. Oh, soave gaudio!
Per ora la caldaia è soltanto rabberciata, e si sono raccomandati di non metterla al massimo. Quella nuova dovrebbero installarla tra poco, forse nel mio giorno libero - il che,  mi sembra, sarebbe davvero cortese da parte loro.
Purché per montarla gli basti un giorno, e purché la nuova caldaia sia di marca diversa dalla precedente...

venerdì 25 gennaio 2013

Le dame galanti - Pierre de Brantome


Il vero nome dell'autore è Pierre de Bourdeille (1540-1614). Discendente di una famiglia di baroni, visse alla corte di Navarra, fece un po' di guerre, ottenne un beneficio ecclesiastico (l'abbazia di Brantome, donde il nome con cui è conosciuto) e invecchiò alla corte di Francia, dedicandosi a scrivere trattati, in una forma che ahimé oggi non usa più e che era un misto tra la raccolta di pettegolezzi cortigiani e la storiografia galante, con occasionali tocchi autobiografici, su nobili temi del tipo "Delle dame amorose e dei loro mariti becchi", "Di alcune vecchie dame che piglian gusto a far l'amore come le giovani", "Sull'argomento che non conviene mai parlar male delle dame, e conseguenze che ne nascono" e simili.
Longanesi negli anni 60 ne fece una traduzione parziale che ho praticamente consumato a forza di rileggere; poi Adelphi, molti anni dopo, lo ha ristampato nella traduzione di Alberto Savinio del 1937, con ampio apparato di note storiche nonché culturali (senza le quali, oggettivamente, il libro si legge comunque benissimo). 
Da diversi anni si trova anche in edizione economica e così per comprarla non è più nemmeno necessario fare un mutuo.

Con una scrittura gradevole, brillante e assai garbata l'autore esamina quella zona intermedia tra sesso e amore, focalizzando l'attenzione più sul primo che sul secondo, discutendo ogni questione sulla base delle migliori argomentazioni retoriche e aiutandosi con un foltissimo repertorio di esempi che spaziano dal mondo antico (le cui storie sono spesso rilette in un'ottica tutt'altro che convenzionale) fino al vasto patrimonio di aneddoti e dicerie che da sempre abbondano su questi temi, citando anche la sua (vasta, si direbbe) esperienza personale, i racconti degli amici e i pettegolezzi delle varie corti dove è vissuto. La maggior parte dei protagonisti sono rigorosamente anonimi e nomi e cognomi sono riservati a pochi racconti altamente rispettabili; gran parte delle note però si dedicano a illuminare la nostra ignoranza elencandoci le varie possibili identificazioni - sempre che uno abbia voglia di leggerle, si capisce.

Non vi è biasimo per la folta schiera di donne che attivamente ricercano e godono le gioie dell'amore: fanciulle, maritate, vecchie, belle e brutte - ma non ve n'è chi, per quanto brutta, non trovi qualcuno disposto ad accontentarla, per soldi o anche gratis, e quanto alle vecchie, hanno dalla loro parte i vantaggi dell'esperienza e possono ben rivelarsi più appaganti di tante giovinette inesperte. 
Molto biasimo invece è riservato a  quei mariti che le puniscono violentemente e le maltrattano e soprattutto a chi  parla di queste belle e distinte signore: perché non si deve mai parlar male delle dame che fanno l'amore, anche (e soprattutto) se è vero, proprio perché si rischia di mandarle incontro a quei deplorevoli maltrattamenti che tanti mariti si ritengono in dovere di infliggere alle loro belle e delicate consorti. Molte pagine sono infine dedicate ad esaltare il coraggio femminile, in amore come in guerra, e la cura che le belle e distinte dame impiegano per tutelare il loro onore (in linea di massima tutte le donne sono presentate come "belle e distinte" o "belle e oneste", dove l'onestà e la distinzione sono riferite al grado sociale; tuttavia c'è anche qualche donna del popolo, che naturalmente si dà da fare anche lei).

Ci sono racconti di tutti i tipi: la sposa ingenua appena giunta a corte, alla quale un gentiluomo mette in mano la sua dotazione contando che costei non sappia come reagire, ma che invece sceglie di fare l'ingenua fino in fondo e chiama ad alta voce il marito, in fondo al salone, dicendogli "Guarda che bel regalo mi fa questo signore, che debbo farne? Debbo io accettarlo?" (che mi sembra una tecnica eccellente per le molestie sessuali), alla signora che, indicando il consorte spiega all'amante "Non vedete come ha  proprio la precisa andatura di un becco? E dunque gravemente offenderei io le leggi di natura se non lo confermassi in cotale stato", alla bella dama che teneva in giardino un albero di cui si diceva che le foglie, messe nel materasso, allontanassero ogni pensiero lussurioso, e di come tale dama lo mostrasse a tutti i suoi ospiti ma non si era mai avuta notizia che ne avesse mai preso anche un solo rametto, fosse pure per infilarlo in un angolo del suo cuscino, fino alla signora che, richiesta se in vecchiaia svanissero gli stimoli della carne serenamente rispose "Non saprei, io ho soltanto sessant'anni".
La gradevole lettura, divisa in brevi paragrafi ed aneddoti, può essere lasciata e ripresa in qualsiasi momento. Il libro può dunque essere una lettura "d'appoggio" da intervallare ad altri libri e da tenere per quelle sere in cui si desidera qualcosa di gradevole ma non troppo impegnativo.
Caldamente consigliato dai tredici anni in su.

Con questo post partecipo ai Venerdì del libro di Homemademamma e possano le buone letture allietare il fine settimana di tutti voi.

martedì 22 gennaio 2013

Le delizie della scuola di paese (CHOMP!)

Un'immagine della SalaDocenti della scuola media di Hogsmeade: grande, luminosa, e con un  lungo tavolo dove sedere tutti assieme

Nei due anni passati a Hogsmeade mi sentivo vagamente in esilio. Era un paesello proprio in mezzo alla conca, quindi piuttosto chiuso e un po' spaventato dal mondo esterno. Tutto lì aveva un'aria alquanto rustica ai miei occhi cittadini, tuttavia c'erano anche alcuni lati positivi che adesso ricordo con nostalgia.
I custodi, per esempio. Entrambi cacciatori, scambiavano commenti e consigli con il professore di Tecnologia su come allevare e curare cani da caccia, sui tipi di fucili migliori, sulla stagione e l'ora più opportuna per meglio prendere questo e quello; uno di loro aveva anche una piccola marroneta, e quando era tempo di raccolta c'era un piccolo mercato di reti di marroni di tre chili l'una; aveva anche qualche oca, e una volta tornai a casa con un bell'uovo: mi aveva spiegato che era ottimo per fare la pasta fatta in casa, ma davanti al mio sguardo affascinato me l'aveva ceduto perché l'uovo di papero è buono anche fatto in qualsiasi altro modo - ed è vero, un uovo di papero all'occhio di bue è un'ottima pietanza, ma assai difficile da procurarsi in un normale supermercato. Ringraziai per mezz'ora, si capisce.
L'ultimo giorno prima delle vacanze di Natale c'erano sempre regali per tutti: le insegnanti del luogo arrivavano portando candeline a forma di farfalla, poesie di Tagore e citazioni squisitamente New Age sull'importanza della collaborazione, saluti poetici, bottigliette da 200 ml. di purissimo olio d'oliva extravergine del loro personale oliveto, dolcetti fatti in casa - entrambi gli anni sono tornata col mio sacchetto di regali, ben farcita di panettone e cioccolatini e di un vago senso di colpa per non aver portato niente salvo il consueto augurio "Buone feste".
Ai consigli di classe o alle riunioni per materia qualche anima buona arrivava sempre con un vassoio: torta di mele, castagnaccio casalingo (e il buon castagnaccio è solo e soltanto casalingo), biscottini con l'uvetta, schiacciata alla fiorentina farcita. Tutto fatto dalle loro abili mani, e tutto squisito.
Ma non c'era solo il dolce: una volta Tecnologia arrivò con un trancio di soprassata di cinghiale e maiale fatta da lui. Uno dei due impareggiabili custodi uscì a procurarsi una squisita schiacciata in un forno lì vicino;quando scesi  nell'ora di buco trovai due vassoi di schiacciata-con-soprassata assolutamente sublimi e invece di aggiornare il registro e correggere gli esercizi di grammatica mi strafogai senza ritegno con i colleghi. Fu difficile trovar parole per ringraziare, anche perché noi insegnanti beneducati non parliamo mai a bocca piena, ché non sarebbe distinto.
Cenci fatti in casa. Insalata di riso per il giorno del collegio. Frittelle di riso e pure di mele. Non dico che ci fosse da sbafare tutti i giorni, ma erano intermezzi frequenti.
L'atmosfera era contagiosa, tanto che un giorno una collega meridionale arrivò con una torta farcita di marmellata di spinaci e mandorle - un dolce assai elaborato da preparare, scoprimmo, e che mandava in iperglicemia sin dal terzo boccone, ma assolutamente fantastico.

Naturalmente non tutti avevano l'orto, il maiale, i paperi e la marroneta. Qualcuno di noi anzi nemmeno sapeva farli, i dolci. Niente però impediva di supplire con prodotti confezionati da qualche buon pasticciere locale. Così facevo anch'io, per non sentirmi troppo in debito, provvedendo fra l'altro di piccole mousse gelate uno scrutinio particolarmente torrido. Qualcun altro aveva provveduto con gelati mignon confezionati, ma nessuno protestò per l'eccessivo carico e, da persone squisite qual erano, per non far torto a nessuno i colleghi mangiarono tutto.
Come sempre, del resto. 

domenica 20 gennaio 2013

Haeretica - In principio era il pronome


Ogni tanto capita che alle riunioni per materie di Lettere si parli effettivamente di quel che insegniamo - non è una cosa comune, ma succede. E in quelle riunioni si manifesta lampante la principale caratteristica degli insegnanti di Lettere, ovvero che ognuno fa a modo suo in base a personalissime convinzioni saldamente radicate nel suo cuore e non condivise da alcun altro essere vivente, tanto meno dagli altri insegnanti di Lettere.
In cotali riunioni di solito mi chiudo in un pudico silenzio, evitando il più possibile di manifestare le mie personali fissazioni - che a me sembrano Elementari Principi di Elementare Buon Senso ma che immancabilmente si discostano dagli altrettanto Elementari Principi Altrui. A domanda rispondo, ma di solito evitano di farmi domande (appunto perché rispondo).
Altri, più coraggiosi di me, sbandierano tranquillamente le loro convinzioni e spiattellano serenamente le loro priorità - e, a ben guardare, le loro classi sembrano funzionare né meglio né peggio delle mie, quindi immagino che i loro Elementari Principi non abbiano nulla da invidiare ai miei.
Grammatica, per esempio. In teoria dovremmo ripassare le nove parti del discorso. A quanto ho visto, la gran maggioranza degli insegnanti parte dal primo capitolo del libro, fa la fonetica, poi l'ortografia, poi articolo,  nome e aggettivo facendo ben attenzione a non saltare un solo paragrafo e solo dopo tutto ciò passa ai pronomi e ai verbi (salvo poi in corso d'anno lamentarsi che "fanno ancora un sacco d'errori, eppure gli ho rispiegato tutto", non considerando che ci sono da combattere automatismi maturati in cinque anni di scrittura a dispetto degli insegnamenti dei maestri, che loro pure avevano già "spiegato tutto").

Altri invece cominciano dal Verbo, e ho visto anche delle grammatiche che lo fanno. La cosa ha senz'altro un senso, perché in principio era il Verbo, come dicono in un libro piuttosto famoso, e del resto tutta la frase ruota proprio intorno al verbo. Io però ho notato che se non conosci bene i verbi puoi fare magari delle frasi sgrammaticate, ma se non conosci l'uso dei pronomi rischi di fare delle frasi incomprensibili, dove non si capisce chi fa che cosa.
Così solo molto occasionalmente dedico una qualche attenzione a certi tipi di nomi (per esempio i terribili plurali in -ce e -ge, onde limitare la quantità di roccie, freccie e goccie ), raramente cito l'esistenza degli articoli e non ricordo di avere mai preso nella benché minima considerazione il capitolo dedicato agli aggettivi. Quanto alla parte ortografica, ci dedico una lunga serie di lezioni sparpagliate durante l'anno, in qualsiasi classe io sia, e non demordo finché il singolo problema non è risolto o finché non si chiude il triennio: invece sin da subito piombo sui pronomi ad ali spiegate, e con quelli comincio a tartassare senza pietà le mie sventurate scolaresche; e non tutti i pronomi, sia chiaro, ma quasi esclusivamente i pronomi personali e quelli relativi.
Il pronome relativo infatti è una strana e viscida creatura con cui raramente le prime che ho meglio conosciuto andavano d'accordo: molto spesso anzi la mia impressione era che, una volta scritto il testo, i ragazzi spargessero a casaccio una manciata di che qua e là, con lo stesso criterio con cui i pasticcieri spargono la granella di zucchero o di nocciola per decorare i pasticcini, ovvero una diffusione omogenea ma non particolarmente mirata - e per uscire da questa fase e approcciarsi al malefico cui con o senza preposizioni di accompagnamento, inevitabilmente occorrono pianto e stridor di denti e gran copia di esercizi di tutti i generi, tipi, forme e qualità. Col tempo ho finito per farmi l'idea (in parte confermata da una singola maestra) che alle elementari i pronomi relativi se li filino poco - il che può alla lunga risultare un problema, perché già in quarta le creature mostrano una certa 
qual tendenza a incatenare tra loro le frasi per ricavarne periodi più ampi, e se non sanno come incatenarle il risultato può essere drammatico per chi legge.

La vera tragedia però arriva con i pronomi personali (che pure alle elementari fanno, e assai per esteso, a quel che mi risulta); costoro, intendo i pronomi personali, sono assai piccoli e insidiosi, e alcuni di loro - in particolare il ci e il si e soprattutto il terribile ne - vivono di vita propria ed è loro perfida consuetudine infilarsi nelle frasi per ogni dove ingoiandosi spesso anche il verbo essere (donde i celebri c'è ne che tanto spesso devastano le interessanti riflessioni esistenziali degli undicenni). Analoga perversione mostrano i perfidi lo e la i quali, non paghi di mangiarsi il verbo essere, spesso e volentieri pasteggiano anche col verbo avere, seminando i compiti degli sventurati alunni con un'infinità di lo visto, lo preso e simili.
In tale spinoso cimento le grammatiche sono di scarso o nessun aiuto, al più infilando un paio di esercizietti nel "quaderno di ortografia" allegato al volume principale, ma guardandosi bene dallo scendere in spiegazioni dettagliate che sollevino almeno in parte la fatica dell'insegnante di turno.
Stante che non ricordo di aver mai sbagliato un pronome in vita mia pur avendo seguito solo molto distrattamente le lezioni di grammatica, per me è molto difficile venirne a capo. Semplicemente non vedo il problema, e davvero non mi spiego perché i miei amati alunni si attorciglino tanto davanti a parolette banali come andatosene o restituiamoglielo, né tanto meno comprendo perché mai, se il problema è così acuto, pedagogisti e linguisti di tutto il paese non si dedichino notte e giorno ad elaborare tecniche semplici ed efficaci per risolverlo, per poi comunicarcele in qualche corso di formazione,  invece di rifilarci l'ennesimo laboratorio sull'intercultura corredato dalla solita raccolta di ricette da tutto il mondo o improbabili giochi di ruolo tesi a dimostrare agli alunni che non tutti siamo uguali ma tutti abbiamo pari dignità - roba assai rispettabile, intendiamoci, ma anche agli stranieri e ai disabili verrà pure il giorno in cui dovremo insegnare i pronomi, e quindi tanto varrebbe arrivarci preparati, a quel giorno.
Col tempo e la pratica (e un bel po' di grammatica) ho finito per elaborare un metodo un po' perverso composto da esempi scritti alla lavagna, di solito a base di draghi che a loro restano più impressi e a me vengono più facilmente (e dove spesso e volentieri i cavalieri fanno una pessima fine), lunghe sfilate di frasi da fare a casa e a scuola - da correggere pazientemente, foglio per foglio - e lunghe sequenze di quelli che chiamo "giri di frasi", dove ognuno a rotazione costruisce la sua frase, spesso anche lì in un grande sfrigolare di cavalieri alla brace e svolazzar di draghi satolli. Particolarmente drammatica si rivela la distinzione tra gli e li, che nella valle dove insegno vengono assai spesso confusi per questioni di palatalizzazione locale; in compenso tutti ridono e si divertono come pazzi quando arriva il tragico momento dei me lo e me la, che quasi sempre culminano, anche nelle classi più garbate e contegnose, in una serie di varianti invero assai pittoresche dove il verbo dare è molto usato e suscita attacchi di risa incontrollabili, con frasi altamente equivocabili su chi lo/la dà, a chi lo/la dà eccetera eccetera - e dove molto si parla anche su chi lo/la prende e con quali risultati.
Questa specie di ordalia dura due mesi, a volte tre, con eventuali riprese in corso d'anno o negli anni successivi. Infine i draghi ritornano ben pasciuti alle loro caverne, dove si concedono un meritato riposo sul loro mucchio di monete d'oro e di gioielli; e la classe può finalmente cambiare capitolo e dedicarsi ai verbi.

giovedì 17 gennaio 2013

Commissione Continuità, ovvero l' Amarcord


Nonostante i molti luoghi comuni che circolano su di lui, l'asino non è un animale sciocco né particolarmente ignorante, e di lui si dice che non casca mai dove è già cascato una volta. Al contrario di me.

Sei anni fa, quando a St. Mary Mead avevo la prima dei Baronetti Inglesi, mi incastrarono nella Commissione Continuità Per Le Prime. Consisteva in un duplice incontro con gli insegnanti delle elementari dei nostri alunni di prima. Il primo incontro si svolse a fine Novembre e un secondo avrebbe dovuto svolgersi in Aprile.
In sintesi, tali incontri avevano il nobile scopo di illustrare alle maestre come stavano andando i loro ex-alunni; naturalmente mi furono presentate come "un momento molto importante di confronto sul piano didattico" (la collega De Rapacis amava molto queste belle espressioni altisonanti: ad esempio una volta mi suggerì di "eseguire un intervento didattico" su alcuni alunni che avevano commesso una grave scorrettezza, e solo quando osai chiedere col mio tono più sottomesso cosa accidenti fosse un intervento didattico si abbassò a tradurmi "Li chiami fuori della classe e gli fai una parte" - cosa che prontamente eseguii) e altrettanto naturalmente il primo si risolse in un nostalgico amarcord dove la De Rapacis informò dettagliatamente le maestre di ogni singolo voto preso dai suoi alunni, lasciano ben poco tempo per noi. Io ero venuta con una sola domanda sulle labbra "Perché l'ortografia di questi ragazzi è così allucinante?" ma non mi fu data occasione di porla. Venni filata pochissimo, io e la mia classe, nessuno mi chiese nemmeno pro forma se avessi trovato adeguata la preparazione impartita ai giovani rampolli e così me ne stetti buona buona nel mio cantuccio, pallificandomi in dignitoso silenzio. Del fatto che X a suo tempo avesse sofferto di enuresi notturna mi importava davvero il giusto, stante che il problema era passato già prima della quinta elementare e che X non era mio allievo, così come della girandola di uomini con cui si accompagnava la madre di Y - però mi venne fatto di pensare che al posto di X non avrei gradito questo inutile sbandierare fatti piuttosto personali a perfette estranee (nella fattispecie, io) e che la madre di Y avrebbe ben avuto le sue ragioni per risentirsi, se la nostra conversazione le fosse mai giunta all'orecchio. 
Mi ripromisi comunque che, se mai avessi avuto ancora una prima in quella scuola, avrei ben trovato un modo di tirarmi fuori da quella noiosissima cerimonia, e che l'amarcord se lo sarebbero fatto senza di me. 
L'incontro di Aprile saltò, con mio grande sollievo - tra l'altro mi sfuggiva completamente il senso di quella strana cerimonia. D'accordo, dopo che hai passato cinque anni con dei bambini sei curioso di sapere cosa fanno e come vanno ma, insomma, siamo a St. Mary Mead, tutti sanno tutto di tutti, non dovrebbe essere mica impossibile rastrellare un po' di informazioni qua e là.

Quest'anno ho di nuovo una prima, e in qualità di insegnante di prima avevo partecipato all'inizio di Settembre ad un incontro piuttosto starnazzante ma non privo di utilità. Nessuno aveva accennato a futuri incontri novembrini e quindi mi ero rallegrata con me stessa medesima perché non avrei dovuto nemmeno cercare qualche pretesto per scansare l'amarcord.
Subito dopo le vacanze di Natale però la prof. Palmina mi blocca per spiegarmi che le insegnanti delle elementari avevano chiesto un incontro con noi di prima per confrontarci sulla preparazione etc. etc.
"Mai più e mai poi" ho risposto con fermezza "A questo giochino non mi ribeccano più".
Ma la Palmina mi ha assicurato che per le maestre tale incontro era veramente importante e loro ci tenevano molto, proprio per regolare la loro programmazione sulla base delle nostre richieste etc. etc.
Ora, non voglio passare per più scema di quello che sono: non è che ci avessi proprio creduto, a questa storia del confronto didattico, anche se avevo deciso di fare qualche raccomandazione sui pronomi (che a St. Mary Mead risultano un settore della grammatica curiosamente trascurato alle elementari), inoltre la riunione è stata fatta in un giorno in cui avevo deciso di restare comunque un'ora in più a scuola perché volevo andare a Firenze nel pomeriggio senza arrivarci prima delle quattro.
Ma insomma c'è stata la riunione amarcord con le maestre e di nuovo io c'ero, nonostante tutti i miei savi proponimenti.
Ovviamente non si è affatto parlato di pronomi, nonostante un paio di timidi tentativi da parte mia, né di alcunché di didattico, e tutta la riunione è consistita in un fluviale amarcord dove ci hanno ripetuto quel che già avevano detto a Settembre (il che è comprensibile, visto che per loro i ragazzi sono rimasti cristallizzati alla fine delle elementari), inclusa la risciacquata perché le classi non erano state fatte bene e un filo di delusione perché il Tale e il Talaltro no, non vanno malaccio e non scoppiano più a piangere ogni due per tre, mentre il Talaltrancora non dà soverchi segni di timidezza anzi ha legato a meraviglia con i nuovi compagni.

Perché, sembra strano, mi rendo conto che sembra strano, ma a undici anni capita che la gente cresca.
Mentre io, che undici anni non li ho più da tempo, continuo imperterrita ad abboccare come una carpa.

sabato 5 gennaio 2013

I miei insegnanti - la prof. Della Gherardesca


Maat, la dea egiziana della giustizia (più esattamente quella che sovrintendeva all'ordine cosmico)

La prof. Della Gherardesca insegnava greco e latino al triennio ed era una delle istituzioni della nostra sezione di liceo. Aveva reputazione di insegnante severa, gelida e distaccata, di quelle che entrano in classe precedute dal soffio del ghiaccio secco, ma i nostri colleghi dell'ultimo anno ci rassicurarono assicurandoci che si trattava di una persona affidabile ed equilibrata, anche se un po' fredda.
Tuttavia, dopo un'iniziale periodo di cauta osservazione, trovammo che non era nemmeno particolarmente fredda, e che ci stavamo volentieri: un po' distaccata, forse, ma cortese, con il dono di una garbata ironia che apprezzammo molto.
Era una donna non più giovanissima (un po' sopra i quaranta, calcolammo) ma ben tenuta, di bel personale e molto elegante - particolarmente apprezzati da noi ragazze furono una serie di chemisier a fiorellini ma in generale il suo abbigliamento era sempre molto curato, come il trucco. Elegante ma non appariscente.
Era un'insegnante molto ben preparata e piuttosto esigente. Non faceva sconti o regali a nessuno, e certo non si poteva definire larga di voti (ma nemmeno troppo stretta) però nelle sue valutazioni non c'era mai traccia di accanimento o  di parzialità, e non faceva mai il processo alle intenzioni; ad esempio l'unica volta in cui accusò (del tutto a ragione) una ragazza di copiare, davanti ai suoi timidi tentativi di negazione elencò nel dettaglio le circostanze, prove e controprove da lei accumulate nel corso di non meno di tre mesi e svariati scritti, dimostrando così che l'accusa era il risultato di un lungo lavoro e non frutto di un sospetto momentaneo, e lo fece in modo molto preciso e cortese.
Le sue correzioni ai margini delle versioni apparivano sensate, le sue lezioni erano chiare e ben strutturate, le sue domande pertinenti e se avevi studiato sapevi cosa rispondere. Usava insomma un metodo molto tradizionale ed equilibrato, e i suoi criteri di valutazione, per quanto non dichiarati, erano palesi. 
Richiesta del perché non facesse interrogazioni programmate, rispose che con materie come il greco e il latino l'esercizio era essenziale, e che quindi dovevamo studiare sempre, e non una volta ogni tanto.  Era un criterio semplice, magari banale, ma scoprii che funzionava. Moralmente costretta a dare sempre e comunque un'occhiata alla lezione, con lo scorrere dei mesi il mio latino fece notevoli progressi e il mio greco cominciò ad acquistare una parvenza di vita. Alla fine dell'anno i miei scritti di latino erano ampiamente sufficienti, e quelli di greco varcarono trionfalmente la media del cinque (un grande traguardo, per me). Scoprii così che lo studio era una cosa che richiedeva allenamento, né più né meno della preparazione atletica.
Mi specializzai in interrogazioni su Virgilio (all'ultima, l'ultima ora dell'ultimo giorno di scuola dell'anno, presi un pingue 7/8). Aveva scelto un testo con un eccellente commento di La Penna, di cui imparai financo le note delle note. La scansione metrica, appiccicata inizialmente con grande fatica ai primi esametri, diventò un raffinato piacere e mi divertivo a preparare la lettura di ogni brano ripetendola più volte ad alta voce fino a farne una bella lettura fluente ed espressiva. Livio mi riusciva più ostico e le versioni non tornavano mai a dovere se non dopo un accurato controllo comparato con qualcuna delle compagne più brave, ma col tempo e la pazienza imparai ad arrangiarmi.
A fine anno venni rimandata a greco ma, dopo un paziente lavoro estivo, riuscii a fare un'interrogazione quasi rispettabile su Omero, avendo avuto anche la buona sorte di essere interrogata sull'incontro tra Achille e Ulisse negli inferi, che era uno dei pochi passi che ero riuscita a preparare fino in fondo. Il fatto che mi fossi letta tanti testi latini e greci (in italiano!) mi era sempre di grande aiuto, quando ero interrogata sugli autori.

Approdai in seconda liceo molto fiduciosa di poter puntare a più alte vette nelle sue materie (ad esempio passare a giugno in greco con la sufficienza piena), ma purtroppo l'anno iniziò con una doccia fredda.
C'erano i tagli alla scuola (ebbene sì, anche alla fine degli anni '70 c'era la deplorevole abitudine di fare dei periodici tagli alla scuola). Qualche sconsiderato aveva deciso di ridurre il numero delle cattedre e nel nostro liceo vennero accorpate due seconde - rese accorpabili dal fatto che al ginnasio i loro insegnanti le avevano falciate col machete, o forse sarebbe più appropriato dire con la mitragliatrice, e dunque doppiamente sfigate. Di conseguenza saltò una cattedra e la prof. Della Gherardesca, che era la più giovane del lotto (il nostro non era un liceo di professori eccezionalmente giovani, in verità) si ritrovò costretta ad emigrare al biennio, al quale tutti davamo per scontato che non fosse adatta, ma dove avrà certo fatto minor danno di quelle due invasate che avevano massacrato le due classi a suo tempo.
Il liceo si mobilitò: le due seconde, che volevano restare separate e ognuna con i suoi propri insegnanti, organizzarono un'assemblea straordinaria e poi un attivo (una forma di protesta simile all'odierna occupazione, ma che riguardava solo le ore scolastiche), mentre noi e i nostri genitori firmammo umili e accorate petizioni per la Preside e per il Provveditorato; venne persino tentato un piccolo colpo di mano sulla scorta di conoscenze e appoggi. Ovviamente non cavammo un ragno dal buco perché certi meccanismi, una volta avviati, non li ferma più nemmeno Domineddio e non era possibile aggirare le graduatorie.
L'ultimo capitolo della vicenda vide convocate in Presidenza una piccola rappresentanza della nostra classe: la Preside, da sempre fedele al detto che esorta ad essere debole davanti ai forti e forte con i deboli, ci rimproverò di esserci impicciati di cose che non eravamo in grado di giudicare. Pur consapevole che era del tutto inutile, sfoderai non so quale antipatica risposta (che mi valse un rimprovero supplementare) ma in cuor mio pensai che quel che avevamo fatto avrebbe in caso meritato qualche parola di apprezzamento, dal momento che a muoverci era stato il desiderio di conseguire una buona e solida preparazione, come sapevamo che la prof. Della Gherardesca ci avrebbe impartito, e di tutelare il nostro diritto alla continuità didattica.
Assai più civilmente, la prof. Della Gherardesca trovò modo di far sapere a noi e alle nostre famiglie che era rimasta commossa dal nostro gesto e dispiaciuta per le rimostranze della Preside.
A malincuore ci adattammo alla situazione, anche perché non c'era modo di fare diversamente - ma invero, durante l'anno, occasioni di rimpiangere l'accaduto con la Picchia non ne mancarono.

Quando, molti anni dopo, sono finita in cattedra, mi sono ritrovata quasi senza accorgermene a usare la prof. Della Gherardesca come punto di riferimento. Non avrei mai osato prendere ad esempio la prof. De Divinis, davvero troppo in alto per me, ma alla prof. Della Gherardesca forse potevo avvicinarmi - tra l'altro mi sentivo abbastanza simile a lei per carattere.
Non ho il suo modo di fare elegante e felpato - e non so nemmeno se sarebbe il più adatto alle medie, dove anzi un tocco di stravaganza è assai gradito agli alunni e il rapporto deve essere più caldo; ma come lei non parlo mai della mia vita personale e come lei cerco di mantenere un certo garbato distacco, perché io sono l'insegnante e loro gli alunni e il legame cerco di crearlo soprattutto con il lavoro che facciamo insieme. 
E in linea di massima evito le interrogazioni programmate perché, come non manco mai di spiegare, l'esercizio è essenziale. 

martedì 1 gennaio 2013

L'anno del Serpente



Il 2013 è l’Anno del Serpente.

Simbolo di buon augurio per eccellenza, Sua Eccellenza il Serpente simboleggia la continua morte e rinascita che la vita si porta con sé, l’inizio che è sempre legato a una fine, il ciclo del tempo e un’infinità di altre cose, tutte molto profonde e molto circolari. 
Nella cultura medieterranea è da sempre legato alla Grande Dea e a tutto ciò che è femminile, nella cultura nordica gli han messo un paio di ali, ne hanno fatto un simbolo di potenza e lo hanno chiamato drago.
E non c’è dubbio che, giunti a questo punto delle nostre umane vicende, a tutti noi servano potenza e forza per lavorare alla nostra rinascita, su piccola e grande scala.

Buon anno a tutti!