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lunedì 27 dicembre 2010

I miei insegnanti - Mia madre


Gatta Madre e Gatta Figlia. Da notare come madre e figlia siano diversissime, ma non per questo la madre non ha gran cura della figlia

Sono una figlia d'arte, e mia madre è stata la prima insegnante che ho conosciuto a fondo - non perché mi abbia mai insegnato alcunché in veste professionale, ma perché ci vivevo insieme e ci parlavo, e certe cose si assorbono per osmosi, anche se non pensi affatto che farai il lavoro di tua madre. Semplicemente ci sei, e ascolti.

Mia madre cominciò a insegnare nel 1950, vincendo a vent'anni un concorso che le assegnò una cattedra per la scuola elementare in un paesello vicino a St. Mary Mead. Le strade all'epoca erano quel che erano, i mezzi di trasporto anche, quasi nessuno aveva la macchina, e insomma per raggiungere da Firenze quel paesello (oggi perfettamente inserito nelle vie di comunicazione e neanche tanto paesello) doveva cambiare ben quattro mezzi di trasporto: treno, corriera, altra corriera, bicicletta e usare pure i piedi. Dopo un po' di quell'odissea quotidiana prese un appartamento sul posto e si rassegnò a tornare a Firenze solo per i fine settimana - cosa assai seccante per lei, visto che ambiva a vedere con una certa regolarità il mio futuro padre, con cui già stava insieme.
Con gli anni e con i concorsi si avvicinò alla città e contemporaneamente i trasporti migliorarono; a trent'anni era comodamente installata in una scuola a pochi minuti da casa - molto più comodo, considerando che a quel punto aveva messo su famiglia.
Dai bambini ruspanti di campagna (all'epoca molto, molto ruspanti) passò prima ad un Rifugio Infanzia Abbandonata (perché non è che prima non ci fossero situazioni familiari assai particolari, semplicemente le tenevano nel ghetto) poi alla Classe dei Mongoloidi (che c'erano anche un tempo, ma li tenevano nel ghetto e "mongoloidi" non era termine gergale ma ufficiale e tecnico) fino ai ragazzi di buona famiglia della Scuola Prestigiosa del suo quartiere.
Visse poi la stagione eroica dell'avvio dei Decreti Delegati, tuffandosi con voluttà nel Consiglio di Circolo, fu una pioniera del tempo pieno, che approdò alla Scuola Prestigiosa solo con grandi malumori collettivi perché richiedeva un orario un po' elastico e "come si faceva a badare alla famiglia?" (la famiglia, devo dire, resse a meraviglia anche se due o tre volte a settimana mangiava il pranzo riscaldato) e prima di andare in pensione fece in tempo a votare per i Moduli. Fu una delle prime Eroiche Gemellatrici, con un'epica gita-scambio in Normandia fatta a dispetto del mondo intero, fu un'accanita sostenitrice delle Uscite Per Il Mondo: durante le elementari io ho fatto una sola uscita agli Uffizi, ma pochi anni dopo le sue classi costituirono uno dei tormentoni dei pullmini del Comune di Firenze, saltellando da un capo all'altro della città e del contado e imperversando per musei e tenute agricole. Io ricordavo le mie mattinate di lezione frontale e un po' invidiavo i suoi alunni, devo dire.
Passò dalle classi di quaranta bambini nei banchi a due a classi decisamente dinamiche, dove diciotto piccoli demoni saltellavano da un capo all'altro dell'aula e la chiamavano "Grazia" e non più "signora maestra" come usava quando ero piccola. Un po' rumoroso, pensai quando andai a trovarla una volta a pochi anni dalla pensione, ma certamente più piacevole per i ragazzi.
A tavola si parlava spesso di scuola: c'erano le Saghe Con i Genitori (che con l'arrivo dei decreti delegati cominciavano a imperversare), le Saghe con i Direttori (con cui mammà litigava serenamente, se il caso lo richiedeva) e le Saghe con i Colleghi (con cui litigava con maggior cautela, e solo se non si vedevano alternative valide, preferendo mediare fino allo sfinimento).
Il tempo pieno e le classi aperte implicavano un lavoro collegiale, e non sempre i colleghi erano di suo gusto, ma riusciva a destreggiarsi assai bene, o almeno così mi pareva.
Apprezzò molto il passaggio dai voti ai giudizi, apprezzò molto i decreti delegati (con il corredo relativo di genitori rompiballe ma anche partecipi, che si sobbarcavano spesso gran copia di lavoro organizzativo), lavorò con atti, pensieri e parole per la fine del Maestro Unico in base alla teoria che il rapporto con l'Unico Maestro rischiava di diventare morboso e che, con più insegnanti, c'era la possibilità di avere più punti di riferimento e magari anche trovare l'insegnante con cui davvero si era in sintonia.
Non credeva ai ragazzi negati per la matematica né all'utilità delle tabelline a memoria. Faceva costruire una tavola pitagorica da tenere in fondo al quaderno e i bambini imparavano a consultarla; ad un certo punto, com'è ovvio, la sapevano a memoria e smettevano di consultarla. Questo fatto di non "risentire le tabelline" faceva di lei un mostro singolare, che i colleghi guardavano con malcelato sospetto - ma, pare, alle medie i suoi alunni erano ben quotati soprattutto tra gli insegnanti di matematica.
Si teneva sempre aggiornata e faceva gran copia di corsi di formazione, che all'epoca venivano pagati dall'insegnante (ma davano, mi sembra di ricordare, anche un po' di punteggio). Cambiò vari metodi nel corso della sua carriera, adattandoli e integrandoli col suo.
Non l'ho mai sentita pronunciare le parole "vocazione" e "missione" - tra l'altro lei non aveva alcuna specifica vocazione per l'insegnamento alle elementari - e non ricordo che abbia mai cercato di incutere nei suoi alunni un particolare rispetto. Lei, comunque, li ha sempre molto rispettati. Tutti.

Da lei ho ereditato* una serie di principi mai detti a parole: che la scuola dovrebbe essere in funzione dei ragazzi e non viceversa, e che dai ragazzi è bene imparare, perché conoscono il mondo in cui vivono meglio di noi (perché lo stanno costruendo); che è opportuno evitare di annoiare l'utenza, perché l'utenza annoiata non ricorda quel che hai detto e nemmeno quel che ha studiato; che lezioni e percorsi vanno adattati alla classe; che gli alunni vanno tenuti in gran conto e assai rispettati, sempre e comunque.
E anche: che l'insegnante sensato evita di trasformare i sassolini in montagne e che la disciplina non è un totem cui convenga sacrificare la lezione. Soprattutto, che insegnare è un lavoro a volte faticoso, certamente impegnativo, ma comunque vario e soprattutto molto, molto divertente.

*sì, è viva e anche piuttosto in salute. Ma le eredità si trasmettono anche da vivi,  per fortuna

6 commenti:

cautelosa ha detto...

Che bel ritratto della tua mamma, una maestra che mi sarebbe piaciuto avere come insegnante per i miei figli.
Una donna in gamba.
E, talis mater, talis filia...

La prof ha detto...

Che bello questo post.
E che bellissima mamma :-)

'povna ha detto...

un bellissimo ritratto, e un modello cui sarebbe un onore somigliare... :-)

lanoisette ha detto...

mi accodo anch'io alla sequela dei "ma che bello!" :)

palmy ha detto...

Il tuo ritratto, denso e circostanziato, degno di una studiosa di storia... mi è piaciuto molto. Mi sono immadesimata parecchio visto che anch'io sono figlia d'arte. Anch'io ho imparato tanto dallo stile di insegnamento di mia madre e mi ritrovo negli "assiomi" finali. Mi ha colpito soprattutto quello del non fare montagne di un sassolino... hai ragione, non ci avevo mai riflettuto anche se l'avevo sempre vissuto!
Approfitto per farti i miei auguri di buon anno!

Murasaki ha detto...

^___^