venerdì 22 novembre 2019

Queen Opera omnia. Le storie dietro le canzoni - Roberto De Ponti



C'è sempre qualche scriteriato che accusa gli appassionati di questo e di quello di farlo solo "perché è di moda" (che poi, quand'anche fosse vero, non capisco proprio cosa ci sia di male. Quante cose belle e piacevoli ho scoperto solo perché "erano di moda" e altrimenti non avrei mai nemmen saputo che esistevano?).
A tutto però c'è un limite, e ammetto di essere rimasta parecchio perplessa e anche un po' scandalizzata quando su Facebook ho trovato qualcuno che deprecava "tutti quei fan dei Queen che prima che uscisse il film nemmeno sapevano che cos'erano i Queen".
In Italia, non su Marte.
Giù, proprio vero, prima che uscisse il film Bohemian Rhapsody i Queen in Italia non se li filava nessuno, e infatti tutti dissero "Oh guarda, un film che parla di gente sconosciuta mai sentita nominare e di cui non mi importa un bel nulla, mi precipiterò a vederlo", e tanto lo dissero che il film su questa gente sconosciuta di cui nessuno si interessava diventò campione di incassi in un batter d'occhio e lo rimase per un pezzo.
Quando il film uscì io ero all'ospedale (in quel periodo ero sempre all'ospedale) e ricordo benissimo torme di infermieri e assistenti vari che si proponevano di vedere il film quella sera o l'indomani, o lo avevano visto la sera prima e ne riferivano a colleghi e pazienti, i quali a loro volta se erano stati ricoverati pochi giorni prima ed erano sotto gli ottanta anni si informavano su com'era e se valeva la pena andarlo a vedere una volta usciti da lì (tranne me uscivano quasi tutti in pochi giorni e già pronti ad affrontare il mondo) - e senza alcuna difficoltà lessi tonnellate di recensioni assai entusiaste e discussioni varie sulle licenze che si erano presi gli sceneggiatori, la bravura degli attori eccetera, e tutti a parlare dei Queen come se ci avessero preso insieme il latte da bambini. 
Sostenere che i Queen prima dell'uscita del film erano un fenomeno di nicchia, apprezzati da un piccolo manipolo di fedeli fan è davvero assurdo. Io che scrivo li seguivo con un certo interesse sin da ragazzina e ho diversi dischi su vinile più qualcosa su CD, ma gran parte dei fan dei Queen sono molto, molto più giovani di me e i Queen li hanno conosciuti e ascoltati dopo la morte del compianto Freddie Mercury - che ormai ci ha lasciato da quasi trent'anni.
Semplicemente, i Queen hanno bucato le generazioni e sono sempre stati ascoltati. Non è un culto di nostalgici, è un fenomeno che ormai imperversa da una cinquantina d'anni: il loro primo disco è del 1972, ma in Italia arrivarono un po' più tardi, nel 1976, con Somebody to love
e da allora hanno continuato a imperversare con grande regolarità - ho già raccontato il mio sbalordimento quando per la prima volta trovai una classe che batteva sui banchi il ritmo di We Will Rock You, ma posso aggiungere il mio ulteriore sbalordimento quando lessi su Facebook il post di un mio alunno che citava "l'unica canzone che puoi scrivere anche senza le parole" (sempre We Will Rock You, che infatti riconobbi facilmente dal tum-tum-clap scritto dal ragazzo in questione. O era una ragazza?).
E, tanto per continuare a ricordare episodi che mi hanno sbalordito, di questo libro ho avuto notizia... da Radio Radicale, che a volte presenta libri, ma di solito si tratta di raccolte di saggi sulla Costituzione, analisi di movimenti politici o simili,  perché non è esattamente una emittente accentrata sulla musica rock.
Comunque presentarono il libro, con una bella chiacchierata di mezz'ora. E visto che all'epoca (poco più di un mese fa) ero ormai ampiamente uscita dall'ospedale, mi precipitai a telefonare alla mia libreria di fiducia perché me lo procurassero a gran velocità perché - dissi testualmente - DOVEVA essere mio nel più breve tempo possibile.

Come si può evincere dalla foto, non è un picciol libro: cm. 24x17, 480 pagine scritte a caratteri non molto grandi e belle fitte, di cui meno di una decina dedicate a indici e bibliografie, sovraccoperta rigida bordeaux con sopra stampata la celebre corona inglese, niente fotografie o illustrazioni, solo testo, il tutto per 24 euro che mi sembra un ottimo rapporto qualità/prezzo.
Niente testi delle canzoni, solo chiacchiere - ma tanto i testi li trovi con la massima facilità in rete, perfino quello di Mustapha ´(testo in inglese, arabo e gujarati, che è una lingua indiana, e nemmeno l'informatissimo Di Ponte sa di che accidente parli. Sembra che lo sapesse soltanto Freddie Mercury).

Si parla delle canzoni e solo di quelle, e dei relativi dischi, in ordine cronologico. Ogni canzone ha la sua storia, le sue curiosità, le sue discussioni (i Queen discutevano parecchio, in sala di incisione, senza lesinare sui litigi, ma in una ventina di anni di onorata carriera non si separarono mai né cambiarono formazione, e questo è un record). Abbiamo canzoni nate letteralmente nella vasca da bagno, canzoni partite da una base ritmica o una frase (no, non una frase musicale  - cioè sì, anche quello. Ma alcune sono nate proprio da una frase che continuava a ronzare in testa a uno dei quattro; canzoni dedicate ai gatti (no, non solo Delilah) eccetera eccetera.
Nel libro sono compresi anche i dischi ufficiali dal vivo e un inserto di diverse pagine dedicato alla loro esibizione al Live Aid che, ho scoperto per l'occasione, è considerata da molti la più grande esibizione dal vivo di tutti i tempi di una rock band.
Ho così scoperto come sono nati i titoli e le varie copertine, come i Queen curassero attentamente ogni dettaglio, come in certe canzoni gli autori sono genericamente "i Queen" perché certamente l'idea è partita da uno di loro quattro, ma alla fine dell'incisione ci avevano lavorato talmente in collegiale che nemmeno loro ricordavano chi l'avesse fatta partire, che il bassista John Deacon è l'unico che non ha mai fatto un disco da solista perché non sapeva cantare, che la bellissima Show Must Go On, canzone autobiografica di Freddie Mercury scritta poco prima di morire  non è stata scritta da lui pur essendo indubbiamente il suo testamento e che i mitici falsetti di Bohemian Rhapsody non sono cantati da Freddie ma da Brian May e tante altre cose.

Si può leggere dall'inizio alla fine, ma anche dalla fine all'inizio, per carotaggio, a spizzichi, saltellando qua e là. Per l'appassionato medio come me si tratta di un pasto abbondante e assai gustoso, anche se probabilmente i fan più specializzati conoscono giù buona parte del contenuto. Per tutti comunque c'è qualcosa da scoprire.
L'accento è molto più sulla musica che sulle vicende umane e i ricordi d'infanzia e le vicende private sono veramente ridotte al minimo. In compenso alla fine su quelle canzoni sappiamo veramente tutto quello che avremmo voluto sapere e anche molto di più.
Infine: una lettura perfetta se avete accanto un qualche cosa per ascoltare le canzoni di cui si parla, come faccio io con il tablet.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture per questo fine settimana.

mercoledì 20 novembre 2019

È ufficiale: Stefano Cucchi NON è morto di noia



Contrariamente a quanto ci avevano ufficialmente comunicato 5 anni fa, altrettanto ufficialmente da qualche giorno è stato stabilito, dopo lunmgo processo, che Stefano Cucchi non è morto di noia, di mal di vivere o di altro malessere esistenziale, bensì a seguito delle percosse ricevute nel corso della sua pur breve detenzione. Tutta la complessa vicenda giudiziaria è stata estremamente dolorosa, non solo per amici e parenti della vittima ma anche per chiunque avesse a cuore la situazione dei diritti civili in Italia, ma alla fine il tutto si è risolto secondo giustizia, anche se ci è voluto davvero molto tempo.
Da quando Stefano è morto ho festeggiato dieci compleanni, sono entrata di ruolo, ho comprato casa, ho sepolto una gatta amatissima e ne ho adottate due, ho comprato due moto, sfiorato la morte, riletto due volte il Signore degli Anelli, partecipato al funerale di una nonna, uno zio e di mia madre, scritto svariate centinaia di post su questo blog (di cui uno solo dedicato a lui, ma questo è il secondo), licenziato sette classi con relativo esame e ho vissuto tante altre cose, piccole e grandi, di quelle che compongono il tessuto della nostra esistenza; ho anche seguito da lontano le alterne vicende dei processi sulla sua morte. 
Dieci anni sono lunghi da passare. Ma magari a lui sarebbe piaciuto passarli da vivo. Oh sì, aveva i suoi problemi. E chi non ne ha? Ma i problemi si affrontano, si superano, a volte si risolvono. In dieci anni possono succedere tante cose.
Ecco, a lui invece non è successo niente.

E niente sarebbe successo di collegabile al suo nome se la sua famiglia, soprattutto la sorella, non avessero tenuto duro con le unghie e con i denti insistendo nel dire che Stefano non era morto di morte naturale (o di sonno, o di noia).
Adesso qualcuno sta cercando di spiegare che la sorella non è stata mossa da purissimi sentimenti di ricerca della giustizia o simili, ma da smodato desiderio di fama ed eccessivo esibizionismo.
Il che, quand'anche fosse assolutamente vero, non sposterebbe di mezzo millimetro la questione: per qualsiasi oscuro motivo abbia eventualmente agito la sorella, sta di fatto che la sua risoluta insistenza a capire come come mai il fratello, vivo al momento dell'arresto, una settimana dopo era morto in pessime condizioni fisiche, ha portato a scoprire che diverse leggi erano state violate.
Del che io le sono assai riconoscente e fermamente credo che tutti noi cittadini dovremmo esserlo.
Le chiacchiere degli orchetti passano, i morti non ritornano, ma le sentenze restano. E per noi comuni cittadini resta anche la speranza di un paese migliore e la fiducia nel futuro.

lunedì 18 novembre 2019

Siam giunti, ecco la torre dove di stato / gemono i prigionieri (post sulle forme di didattica innovativa)

In questi giorni gli insegnanti di St. Mary Mead sono lievemente irritati (e io molto più della media)


Non so perché, ma i Dirigenti Scolastici da noi non durano mai a lungo: pochi anni e spariscono nel nulla. La Preside Reggente, che tutto sommato non ha lavorato male, è andata in pensione l'anno scorso accompagnata dal tradizionale mazzo di fiori con regalino e tutti eravamo assai curiosi di vedere cosa sarebbe arrivato di nuovo, ché ormai il concorso per Dirigenti Scolastici stava sfornando le prime mandate.
A Settembre è arrivata una simpatica signora che ci ha ammanito un bel discorsetto: lei era per il dialogo, solo per il dialogo, la sua porta sarebbe stata sempre aperta per noi, voleva conoscerci, voleva capire, voleva collaborare...
Già questo avrebbe dovuto metterci sull'avviso. Ma noi siamo una scuoletta di provincia, con insegnanti assai ricchi di buona volontà ma un po' sprovveduti, e insomma abbiamo abboccato come tante carpe.
Dopo i primi sopralluoghi Cornelia Caramell ha osservato che c'era stato un certo calo negli iscritti. Qualcuno aveva provato a farle notare che la notizia dei nuovi, Grandi Lavori di ristrutturazione della scuola e la prospettiva di veder passare ai figli un anno nei container poteva avere avuto una qualche responsabilità nella decisione di certi genitori di non iscrivere da noi la loro prole. Lo spettro dei lavori si era poi allontanato, venendo sostituito dalla prospettiva di un misterioso Cappotto Sismico (?!?) che dovrebbe essere eseguito durante la prossima estate, ma c'è il caso che qualche genitore non avesse avuto troppa fiducia nella reale conclusione dei lavori durante l'estate, e chissà se tale sfiducia si rivelerà davvero infondata, alla resa dei conti.
Qualcun altro invece sosteneva che molti avessero deviato verso Pietraforata (da sempre la nostra grande rivale per le iscrizioni) perché lì si faceva scuola con la didattica DADA.
"Icchell'è i' Dada?" è stato chiesto da più parti da noi insegnanti campagnoli, che al più ricordavano il leggendario Dadaumpa delle gemelle Kessler


Le spiegazioni sono state piuttosto vaghe.
"Funziona come il sistema inglese, l'insegnante sta fermo e si spostano le classi".
"Ah, come in Harry Potter".
"E poi si usa una didattica laboratoriale".
"Ah..." (cosa sia esattamente una didattica laboratoriale nessuno di noi l'ha ancora capito bene, anche se in effetti abbiamo un laboratorio scientifico che è laboratoriale assai e un po' di laboratori sparpagliati, uno pure per la cibernetica, di cui viene fatto grande uso).
"Capisco che ai ragazzi faccia piacere essere loro a spostarsi" osserva alla fine qualcuno "Ma non mi sembra poi questo gran cambiamento. Possibile che sia tutto qui?"
Chiediamo dunque un po' di materiale esplicativo alla Preside Cornelia, che ci manda un quartetto di pagine che spiegano che DADA è buono, bravo e bello e rappresenta la soluzione a tutte le difficoltà di apprendimento, le quali al suo arrivo spariscono per incanto. Scopriamo anche che si mettono i banchi in posizione diversa, a gruppi.
Il tutto ci sembra un po' autoreferenziale e non ci chiarisce affatto le idee.
Nel frattempo qualcuno ha raccattato un po' di informazioni dai colleghi di Pietraforata, che, scopriamo, per imparare a far spostare i ragazzi hanno fatto tre anni di formazione.
"Tre anni di formazione? Ma la Cornelia vuol cominciare l'anno prossimo".
Certo, per imparare a far spostare i ragazzi qualche mese dovrebbe essere più che sufficiente, ma in molti di noi alberga il sospetto che la didattica DADA comprenda anche qualcosina in più.
Ciò nonostante al Collegio votiamo per il DADA dall'anno prossimo. Qualcuno però è perplesso. Molto, molto perplesso.
In quel Collegio, detto per inciso, la Preside Cornelia ci annuncia anche l'arrivo di una circolare, molto dettagliata, sulla sorveglianza e la sicurezza.
Nessuno commenta, anche perché non abbiamo nulla in contrario alle circolari molto dettagliate, specie se ci aiutano a tenere i ragazzi al sicuro.
Un pomeriggio di pochi giorni fa me ne stavo buona buona nel mio cantuccio, tutta assorta a leggermi un libro sulla triste storia di Napoleone II, quando mi chiama la Referente di Plesso.
"Murasaki, ho spedito una circolare ma non a tutti è arrivata. Tu l'hai ricevuta?"
"No, ho aperto la posta alle tre e non c'era nessuna circolare" rispondo assai paciosa. La Responsabile è persona assai garbata e cortese e sarebbe una vergogna essere men che cortesi con lei.
"Te la rimando. È la circolare sulla sicurezza. Dice che da domani i ragazzi faranno l'intervallo in classe".
Segue da parte mia un ruggito informe accompagnato da una frase che non riporterò perché, davvero, era del tutto sconveniente per una dama hejan, sia per il contenuto lessicale sia, soprattutto, per l'intonazione della voce e il volume della suddetta. Come sempre in questi casi, le gatte mi guardano perplesse ma non troppo preoccupate.
"Ma non si dovrebbe cominciare il DADA l'anno prossimo?" articolo quando alla fine ritrovo una barlume di autocontrollo.
"È quel che le ho detto, ma mi ha risposto che è anche meglio, così i ragazzi si abituano ad essere responsabili".
"Ma ci prende per il culo oppure ci prende per il culo?" mi informo. Considerando le circostanze va riconosciuto che è stata una risposta davvero signorile ed educata.
D'altra parte mi rendo conto che la cortese Referente sia rimasta troppo spiazzata per risponderle nell'unico modo possibile, ovvero che non era il primo di Aprile.
"Non lo so" ammette la Referente "Comunque ho pensato di avvisarti. Qui sul gruppo stanno dicendo di tutto, e tra l'altro i genitori non sono stati avvisati anche se la circolare sarebbe indirizzata anche a loro".
"Quindi domani alla prima ora i poverini si sentiranno dire che sono murati vivi nella classe e nessuno di loro sarà minimamente preparato alla notizia?" mi informo.
"Sì, più o meno dovrebbe andare così" conferma la Referente. Certo, in un paesello come St. Mary Mead, con due insegnanti che sono pure genitori, la possibilità di una fuga di notizie è piuttosto consistente, ma questi son dettagli.

A quanto ho capito il gruppo degli insegnanti su What's Up è incandescente, e per la prima volta rimpiango di non farne parte. D'altra parte, cosa ci potrei trovare se non ululati di indinniazione seguiti da altrettanto indinniate repliche? Provo a telefonare a un paio di colleghe con cui mi sento particolarmente in sintonia ma trovo misericordiosamente occupato. E dopotutto, cosa potrebbero dirmi se non che sono indinniate eccetera eccetera? Per il momento le cose stanno così e basta.
Non mi preoccupano le reazioni dei ragazzi: non se la prenderanno con me visto che non spenderò nemmeno un quarto di parola in difesa della circolare ma anzi aprirò loro il mio cuore senza infingimento alcuno ed esporrò senza remore i vari dubbi legali, oltre che educativi, legati a quella che ai miei occhi sembra una scelta del tutto sconsiderata, sia nei modi che nei tempi.
Esistono scuole che fanno fare l'intervallo in classe, anche dove c'è l'orario di sei ore per mattinata. Non a caso, sono scuole dove spesso la disciplina è piuttosto difficile da tenere (classico caso del serpente che si morde la coda). Ma se non altro, i genitori che iscrivono lì i loro figli sanno che c'è questa regola e implicitamente la accettano. I nostri hanno iscritto la loro prole ad una scuola dove vige una disciplina piuttosto soft, per antica tradizione, e dove la progressiva riduzione dei custodi e delle ore a disposizione ha finito per incoraggiare l'uso dei ragazzi come corrieri - per avvisare che qualcuno si è sentito male, per chiedere una riga una squadra una penna un pennarello bordeaux a strisce giallo senape una calcolatrice tre fotocopie per chi ha dimenticato il libro a casa  chiamare il prof. Jorge perché non parte la LIM e per tutta l'infinità di casi dabili in cui in classe si presenta un problema. In più abbiamo una buona parte dei contenitori per la raccolta differenziata in corridoio, la biblioteca dove alla terza ora i ragazzi possono andare a prendere e restituire libri, le raccolte per i buoni dei vari supermercati - e naturalmente c'è l'andirivieni dei ragazzi in bagno, che certo non può essere risolto con la demenziale procedura di far uscire i ragazzi uno per volta nei dieci minuti di intervallo, anche perché per alcune classi i bagni sono relativamente lontani. Poi ci sono pure io, che talvolta quando vedo un alunno un po' troppo effervescente lo invito ad andare in corridoio a farsi un paio di vasche su e giù e rientrare quando si sente un po' meno esagitato (non sono l'unica, ed è un piccolo accorgimento che ho trovato molto efficace perché quando rientra l'alunno di turno è di solito molto più tranquillo e disponibile ad occuparsi dei fiumi della Ruritania o dell'incoronazione di Ermenegildo III). In conclusione, gli alunni vanno e vengono nei corridoi e da ciò non risulta che a nessuno venga danno. Non risultano particolari incidenti, dall'inizio dell'anno non ci sono state risse né insulti né feriti o infortunati, se non per incidenti imprevedibili e del tutto involontari (e pochi anche di quelli). Non c'è stato insomma qualche evento che ci abbia spinto a prendere atto di una qualche mancanza di sicurezza, e il fatto che un povero bambino a Milano sia caduto dalla tromba delle scale della scuola è notizia che ci riempie di dolore e di angoscia, ma non ci risulta avere niente a che fare con noi. L'intervallo in classe, fino a pochi giorni fa, era una misura cui si ricorreva solo nel caso di (alcune) prove scritte o come grave punizione per fatti gravi. 
Questo modo di vivere la scuola fa parte del modo di vivere di St. Mary Mead, un paese  che come tutti i posti ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma dove non vige un gran culto dell'autoritarismo, anche se l'autorità in generale è piuttosto rispettata. E non è un caso che a quella scuola io sia abbarbicata come una cozza e intorno a quella scuola abbia organizzato la mia vita, a partire dalla scelta dell'abitazione.

Una decisione del genere mi contraria e irrita in estremo grado, prima di tutto per motivi professionali - faccio l'insegnante, non la guardia carceraria, e sono risolutamente contraria a qualsiasi novità che riduca il benessere psico-fisico dei miei amati alunni e gli impedisca di ascoltare le mie preziose lezioni con adeguata attenzione - ma soprattutto mi inquieta, perché l'impressione è di trovare alla guida della mia amata barchetta una scriteriata ignara delle leggi, del buon senso e del viver civile. Non c'è stato il minimo accenno di condivisione, né con gli insegnanti, né con gli alunni né con i genitori - e quest'ultima è una mossa piuttosto pericolosa da fare, specie in un paese che sta meditando di iscrivere altrove i suoi cuccioli e dove i rapporti con i genitori in questione sono tutto sommato piuttosto buoni  e i genitori in questione si sono più volte frugati le tasche per finanziarci cose di non poco conto, ad esempio il nostro grazioso laboratorio di informatica. Al di là di tutte le chiacchiere sulla collaborazione, che vabbé son solo chiacchiere fatte per motivi di marketing, si poteva comunque con poca spesa fare qualcosa di meglio che sbattere nove insegnanti in classe a spiegare il nuovo arrivo di una regola che non condividono senza un filo di preparazione e un tentativo di comunicare preventivamente la bella pensata: di fatto la sostanza (ovvero "io so' io e voi nun siete un cazzo") sarebbe rimasta la stessa, ma almeno le più elementari regole di civiltà avrebbero potuto dirsi salve se per esempio una piccola circolare rivolta agli alunni fosse stata scritta e fatta girare il giorno prima dell'inizio di tale regola.

Io, comunque, a chiusura della piccola conversazione che è seguita all'annuncio della buona nuova, ho fatto guardare il video di Jailhouse rock. E siccome la versione classica di Elvis Presley l'ho già postata su questo blog, stavolta ci metto quella dei Blues Brothers.

domenica 17 novembre 2019

17 Novembre 2019 - Festa del Gatto Nero

Un gatto nero nella neve è sempre un bello spettacolo - purché non sia infelice, abbandonato e infreddolito - nel qual caso magari non è un bello spettacolo, ma dovrebbe diventare in tempi rapidissimi il tuo nuovo gatto se appena hai un po' di cuore e un minimo di buon senso, perché è cosa nota tra noi amanti dei gatti neri che un gatto nero che ti sceglie o che tu scegli ti porterà molta fortuna.

Anche un gatto nero che ti cammina sulla tastiera è un bello spettacolo, ed è anche molto consapevole di esserlo. Può darsi che peggiori la qualità dei tuoi scritti, con tutti quei ^@@°¶##£$%:§§@ ma chi se ne importa? Un gatto nero vale ben più di un paragrafo di scrittura chiara e comprensibile.
Oggi  è la Festa del Gatto Nero, una festa tutta italiana perché la festa internazionale dei gatti neri arriva il 17 Agosto. Sul piano festivo il gatto nero è un po' sovrarappresentato, ma per chi come me ne ha due non è un problema, perché abitando con due gatti neri ci si convince che sono i migliori e i più belli e i più cari (lo stesso succede con qualsiasi altra tipologia di gatti, si capisce).
Al momento però ho molto ammorbidito le mie posizioni in materia e la terza gatta che mi è capitata in sorte non è del tutto nera. Infatti oltre che nera è anche bianca, come si può vedere da questa foto
La foto non è proprio il massimo e non le rende gran giustizia, ma la micia non è molto facile da fotografare perché appena mi vede col tablet in mano mi corre incontro e mi fa delle bellissime fusa.
Nonostante sia una gatta bianca e nera si chiama Azzurra, e visto che ormai ha sei anni credo che cambiarle nome sia difficile: infatti i gatti di solito non ti rispondono quando li chiami, ma sanno benissimo qual è il loro nome.
Alle spalle ha una storia piuttosto triste. Amo raccontare in giro che mi è stata affidata dai Servizi Sociali, ma la verità è che ben difficilmente i Servizi Sociali me la richiederanno indietro, perché la sua precedente padrona è stata ricoverata perché era andata fuori di testa. 
Insomma, di questa povera micia non sapevano che farsene e appena qualcuno ha sentito dire che cercavo un terzo gatto (un passo che meditavo da anni, ma che per molto tempo era stato improponibile a causa delle mie precarie condizioni di salute) me l'hanno sbolognata senza farsi problemi. Del resto, le uniche alternative per la poverina era il gattile o la strada - e il gattile della nostra zona è anche un bel posto, tenuto assai bene eccetera, però la micia era proprio una gatta di casa, e anche qui mostra scarsissimo interesse per i nostri bei praticelli,  gli alberi eccetera e praticamente non esce mai.

Insomma mi sono ritrovata in casa questa povera micia molto traumatizzata e triste, e per due giorni buoni non è nemmeno uscita da sotto il letto, tanto che nemmeno avevo capito com'era, non parliamo di sapere se era maschio o femmina.
Adesso è meno triste e molto affettuosa e si è ambientata bene. A lei, che ha portato un tocco di bianco nella mia casa dedico questo post.
Auguri a tutti i gatti neri, ma anche a tutti i gatti bianchi e neri e a tutti i gatti in generale, e naturalmente anche a tutti gli umani che sanno apprezzarli
(ma anche a tutti gli esseri a due, quattro, sei e otto zampe che oggi rischiano seriamente di andare sott'acqua, copn la speranza che le piogge diventino un po' più clementi)

martedì 12 novembre 2019

Il complotto demoplutogiudaicomassonico ai danni di Tolkien (post ad alto contenuto cultural-filologico)


Abstract: è uscita la prima parte della nuova traduzione del Signore degli Anelli. Do anch'io il mio parere senza averla letta, come fanno tanti. E anch'io come tanti cito Cannarsi, ma solo di striscio.

Cominciamo dalle basi: la prima parte de il Signore degli Anelli è stato tradotto nel 1967 per lo sconosciutissimo (da me) editore Astrolabio senza gran successo commerciale dalla giovanissima Vicky Alliata di Villafranca. Poco dopo, credo nel 1971, uscì una traduzione completa, sempre di Alliata ma rivista da Quirino Principe e pubblicata da Rusconi. Nel 1973  Adelphi pubblicò la traduzione dello Hobbit ad opera di Elena Jeronimidimis Conte. In seguito la traduzione del Signore degli Anelli subì alcuni ritocchi (per esempio gli Gnomi tornarono Elfi, con mio grande sollievo).
Nel 1978 arrivò in Italia la versione a cartoni animati del film tratto dal Signore degli Anelli (più esattamente dalla prima parte, poi finirono i soldi), a partire dal 2002 ci furono i film di Peter Jackson, in seguito Bompiani rilevò i diritti editoriali e pubblicò una versione ritoccata della traduzione Alliata-Principe correggendo alcuni errori, dal 2012 arrivarono i film di Peter Jackson tratti da Lo Hobbit e Adelphi rivide un po' la traduzione. Nel doppiaggio dei film furono adottati nel complesso i nomi delle traduzioni italiane, con qualche ritocco (per esempio i troll de lo Hobbit dopo essere stati sia Uomini Neri che Vagabondi tornarono appunto troll) oppure fu scelta la versione Alliata-Principe che non era sempre uguale a quella di Jeronimidimis (per esempio Gran Burrone invece che Forraspaccata, Pungolo invece di Pungiglione).
A questo punto, e siamo ormai ai giorni nostri, Bompiani decide di fare una nuova traduzione de Il Signore degli Anelli. 
E fu grande festa nell'universo tolkieniano dove da tempo si diceva che la traduzione Alliata-Principe non era cosa, traboccava di errori, praticamente un cimitero di croci più che una traduzione.
Poi la traduzione, ad opera di Ottavio Fatica, ha cominciato a uscire - per adesso è arrivata solo la prima parte, ovvero La Compagnia dell'Anello, e il fandom tolkieniano è letteralmente impazzito. No, non di gioia. Improvvisamente quasi tutti hanno cominciato a dire un gran bene della versione Alliata-Principe, descrivendola come un vero capolavoro a parte alcuni trascurabili errorucci di cui nemmeno metteva conto parlare. In compenso la nuova traduzione è un vero cesso - più esattamente una serie di water chimici sotto usura di quelli che si trovano a qualsiasi grande fiera - l'orrore fatto traduzione, l'abominio degli abomini. Addirittura, sembrava essere stata fatta dal mitico Gualtiero Cannarsi, una sorta di creatura mitologica la cui fama al momento è legata soprattutto ad alcuni adattamenti di anime che si sono distinti per una impronta piuttosto personale, tanto che gli è stato dedicato un gruppo su Facebook*. Insomma, una traduzione così brutta, ma così brutta che non si era ancora mai vista.

All'inizio ho seguito la discussione con blando disinteresse: bella o brutta che sia, la versione Alliata-Principe mi tiene compagnia da quasi mezzo secolo con una buona ventina di riletture e il suono che ho nelle orecchie ormai è quello. 
Tuttavia poche settimane di ardenti polemiche sono bastate per ammorbidire le mie posizioni, tanto da farmi decidere che, non appena la traduzione sarà stata pubblicata per intero e acquistata da una delle biblioteche del mio circuito le dedicherò una lettura completa e accurata. 
Nell'attesa continuo a seguire i thread con il tradizionale sacchetto di pop corn in mano, il quale sacchetto è ormai diventato una gigantesca balla, di quelle che si usano per trasportare grandi quantità di patate, e a forza di seguirli mi è venuta voglia di dare anch'io il mio augustissimo parere;  cosa importa se della traduzione conosco solo qualche frasetta sparsa e qualche diatriba sui nomi? Un parere gratuito non si nega a nessuno e anche se non ho letto la traduzione io so. E dunque è giusto che parli, o meglio che scriva.
Fine della premessa.

Due sono i temi a cui ho deciso di dedicare questo lungo post (so già che sarà molto lungo, anche se ancora non l'ho scritto, allo stesso modo con cui so come criticare una traduzione che non ho ancora letto): il primo è il complotto demoplutogiudaicomassonico dal quale questa traduzione è generata, allo scopo di reclutare politicamente Tolkien, e l'altro sono naturalmente i nomi, argomento principale della maggior parte delle diatribe.
Partiamo dal Perfido Complotto: una bieca macchinazione al cui confronto il leggendario piano Kalergi per sterminare la razza europea è una ragazzata e nulla più; perché la nuova traduzione si dice che sia stata fatta per spostare a sinistra Tolkien e sdoganare il suo romanzo in direzione LGBT. Dietro a questa traduzione ci sarebbe la sinistrissima mano del collettivo Wu Ming che, oltre a varie altre tematiche, si interessa effettivamente da tempo anche di questioni tolkieniane e dei curiosi rapporti che la politica italiana ha avuto con Tolkien sin dai tempi in cui il Signore degli Anelli fu tradotto in italiano la prima volta. Qui potrei infilare una giungla di link sulla questione, ma mi rifiuto. Una stringa di ricerca del tipo "Signore degli anelli nuova traduzione" oppure "Tolkien e Wu Ming" fornirà facilmente a chiunque passi di qui e non sia ancora scappato urlando "Mai più e mai poi!"  materiale più che sufficiente a riempire un fine settimana passato forzatamente in casa per colpa di un raffreddore. Mi limito a segnalare un articolo di due anni fa, appunto di Wu Ming 4, dove viene effettivamente ammessa senza mezzi termini la ferma intenzione di disincrostare dal santo nome di Tolkien le interpretazioni della destra più estrema (ma senza alcun riferimento alle tematiche LGBT, di cui onestamente si fatica assai a trovare traccia in un testo dove nessuno fa sesso e gran parte dei personaggi non mostra di pensarci nemmen di striscio) - proponimento tutto sommato legittimo quanto qualsiasi altro del genere - e una sintesi sulla complessa nascita della traduzione e i misteriosi ma intricati rapporti tra Tolkien e politica italiana fatto da Cardini, che è persona sensata e soprattutto informata dei fatti perché c'era, oltre ad essere un buon medievista assai esperto di guerre sante.
Personalmente non sono molto interessata alla questione se non, moderatamente, sul piano storico. Le reali opinioni politiche di Tolkien contano fino a un certo punto: ha pubblicato il Signore degli Anelli e così facendo lo ha messo a disposizione di tutti, e ognuno può trovarci quel che meglio crede. "La letteratura è un fiume, e il lettore ci pesca la sua cena" diceva un personaggio di Erica Jong, e io la penso nello stesso modo. D'altra parte siamo in un periodo in cui va assai di moda indinniarsi moltissimo su qualunque cosa, soprattutto per partito preso e senza curarsi troppo di sapere su cosa effettivamente ci si stia indinniando. La cosa mi irrita alquanto, ma indinniarmi perché gli altri si indinniano mi sembra sport troppo faticoso e troppo poco fruttifero perché ai miei occhi valga la pena di praticarlo, e d'altra parte è forse meglio che chi sente l'inderogabile necessità di indinniarsi almeno tre volte al giorno lo faccia a spese di un presunto complotto tolkieniano piuttosto che screditando i vaccini o il parto assistito - dopo tutto Tolkien dispone di uno zoccolo di ammiratori abbastanza duro da permettergli di superare anche questa tempesta, credo.
Detto questo, ammetto senza riserve che ai miei occhi si tratta di "una quantità di chiacchiere degne degli orchetti", per citare il saggio Sam, e non nego che leggere le grida straziate di chi lamenta che la nuova traduzione sia il mezzo per sfregiare una cosa troppo bella, anzi bella al punto di causare solo rabbia e invidia negli indegni che non sono in grado di capirla nella sua purezza e suprema bellezza e piange perché d'ora in poi, più se ne parlerà e più il mondo di Tolkien perderà quell'aura di sacralità che a ragione lo contraddistingueva, lungi dal ricavarne nuova dignità con chi aveva preteso di dargliene** mi fa  un po' male al cuore - non già per la perdita di sacralità cui il mondo di Tolkien rischia di andare incontro, ma per l'evidente (ai miei occhi) perdita del raziocinio in chi parla del mondo di Tolkien con accenti che a malapena Bernard de Clairvaux avrebbe riservato al culto della Madonna.
In questi casi non viene criticata dunque la nuova traduzione (non sia mai che ti toccasse addirittura leggerla, o almeno dargli una scorsa) ma il fatto stesso che essa esiste e i biechi scopi con cui Big Pharma e le lobby ghei ce l'hanno inflitta, sperando di dannare le nostre anime a colpi di Forestali.

Grande scontento han suscitato anche le traduzioni delle poesie, e  sono polemiche in cui ho molta difficoltà a prendere posizione. Personalmente ritengo le poesie di Tolkien quasi intraducibili, o comunque la versione Alliata-Quirino non mi è mai piaciuta e quella Jeronimidimis mi ha sempre fatto accapponare la pelle. In effetti ho comprato lo Hobbit e il Signore degli Anelli in inglese soprattutto per vedere com'erano le poesie in lingua originale e mi son piaciute molto di più che leggendole in italiano, tanto che parecchie me le sono pure mandate a memoria. Quel po' che ne ho visto nella nuova traduzione onestamente non mi è piaciuto, ma in effetti è roba che mi piace solo in inglese e quindi per conto mio tendo ad assolvere chiunque provi a fare una buona traduzione delle suddette poesie e non cavi un ragno dal buco perché mi sembra molto difficile che qualcuno possa riuscirci.

Ma veniamo al grave problema dei nomi, dove di posizioni sempre ne ho prese e sempre ne prenderò. Sui nomi discutono, con assoluta parità di astio, fan di destra, di sinistra, di centro e pure quelli che votano solo occasionalmente o non votano affatto non entusiasmandosi per alcuna formazione politica, oltre a etero e gay, sovranisti e europeisti, bianchi e neri, carnivori e vegani, giovani e anziani, cattolici e agnostici; e quasi tutti deprecano assai. E depreco anch'io, naturalmente. E perché mai non dovrei deprecare? Ma mi rendo conto che la questione è davvero complessa.
Prima di tutto: detti nomi tengono compagnia all'immaginario italico ormai da decenni, e quindi sarebbe stato forse il caso di lasciarli proprio stare secondo come si erano variamente stratificati. Col tempo si è sedimentata nell'immaginario collettivo una bizzarra miscellanea di nomi italiani, nomi stranieri e adattamenti vari. Il cuore ha le sue ragioni, e sono ragioni che della fonetica e della linguistica se ne sbattono alla stragrande. Vale la pena cercare di intervenire rischiando di spezzare il cuore a tanta brava gente? Personalmente penso di no. Trent'anni fa, forse, avrebbe potuto scivolar via senza troppi danni. Ma ormai...

Ad ogni modo, se decidi di prendere in mano la situazione e riponderare i nomi uno per uno, il disastro è garantito: perché ogni nome deve tenere conto di infiniti fattori ed è impossibile usare un criterio omogeneo dato che ogni caso è diverso e in più c'è l'affetto per la tradizione che fa velo e induce a prediligere cose francamente indigeribili rifiutando magari di accettare eventuali miglioramenti. Sul momento comunque l'effetto è atroce e tutti si lamentano e ululano come tante banshee. In cuor mio, devo dire, davanti a certe scelte ululo un po' anch'io.
Prendiamo i Forestali, oggetto di disapprovazione quasi universale (e che personalmente  mi piacciono, ma a quel che sembra sono un caso unico).
L'originale è Rangers. Tradurlo con Raminghi mi è sempre parso una sciocchezza: già quando venne scelta questa traduzione, negli anni 60, era parola decisamente aulica, da libretto d'opera, per intendersi. "Ramingo ed esule, in suol straniero", roba di questo tipo; d'altra parte l'originale Ranger all'epoca evocava irresistibilmente l'ombra dell'orso Yoghi; adesso dopo non so quanti anni di Texas Ranger è ancor meno proponibile. Ottavio Fatica l'ha tradotto con "Forestali" riscuotendo una disapprovazione davvero universale, anche se a me non dispiace: mi evoca l'immagine di persone serie e ben formate professionalmente, che proteggono l'ambiente loro affidato  avendo cura di intervenire il meno possibile e addirittura di non farsi notare. Ma tutti erano abituati ai Raminghi e tutti ululano alla luna come tanti coyote. Che dire? Magari hanno torto, ma ormai è fatta. Anche se la tua mamma si chiamava Ruodperta era la tua mamma, e non si tocca, inutile dire che chiamarla Roberta suona meglio in italiano.
Ancor più se ti metti in testa di dar retta alle istruzioni dell'autore - che magari aveva le sue buone ragioni, o faceva finta di averle quando dava certi suggerimenti a eventuali traduttori, ma era anche piuttosto biforcuto e prendeva in giro i lettori alla grande.
Nelle appendici per esempio il nostro caro professore universitario J. R. R. Tolkien,  filologo nonché buontempone, finge che il romanzo sia stato tradotto da una lingua ormai scomparsa parlata un tempo nella Terra di Mezzo, dove a sua volta alcuni dei nomi erano stati tradotti dalle più varie lingue. Uno dei risultati di tutto questo gran tradurre e ritradurre nomi è... Brandywine, tradotto assai sennatamente in maniera assai letterale da Alliata-Principe in "Brandivino" - una roba assai alcolica e inebriante, insomma. Ebbene, non si tratta né di brandy né di vino bensì di Baranduin, che vorrebbe dire acqua di confine MA gli hobbit amavano chiamarlo"Braldahim" ovvero "birra inebriante" perché tal fiume aveva le acque di un bel colore bruno-dorato, proprio come la birra.
Ma tu guarda che coincidenza, non è brandy né vino, ma una bella birra un po' scura.
Tolkien quindi non intendeva assolutamente tirare in ballo né il vino né il brandy, giusto?
Ma no, certo. Perché mai pensare a una cosa così terraterra come il colore del brandy?
Il nome del Brandivino significa "acqua di confine", brandy, birra e sidro non c'entrano assolutamente nulla. E del resto tutti sappiamo che Tolkien era astemio e che gli Inklings quando si ritrovavano bevevano esclusivamente camomilla e tisane di equiseto. 
Qualcosa del genere deve essere successo con Samwise, che la prima traduzione traslittera con un semplice e innocuo "Samvise". Di fatto, per quasi tutto il tempo Samwise è semplicemente Sam, un comunissimo Sam. Poi Tolkien ci spiega che in antico sassone e in antico inglese Samwise vuol dire più o meno "sempliciotto". Ma Tolkien sapeva benissimo che il lettore medio, anche quello abbastanza acculturato verso cui puntava, di antico inglese e di antico sassone di solito non sa molto mentre conosce benissimo la parola wise, che vuol dire "saggio" (nel senso di "savio" e non di "trattato, dissertazione"). Abbiamo così un nome a triplo fondo: il personaggio apparentemente sempliciotto e un po' sprovveduto, che si rivelerà molto saggio e che al momento giusto prenderà decisioni assai accorte anche se passerà le milleduecento pagine del romanzo a darsi continuamente di scemo e a guardare con occhi tondi tutti quei grandi saggi che incrocia continuamente e che senza di lui sarebbero andati tutti a ramengo, Ramingo compreso. Tradurlo Samplicio ci può stare, come non tradurlo affatto e affidarsi a quell'infarinatura di inglese che tutti noi abbiamo grazie alla scuola pubblica e che ci permetterebbe comunque di fare il passaggio "wise = saggio". Di fatto, salvo pochissime volte, Sam rimane Sam. E perché proprio Sam?
Omaggio letterario: a Charles Dickens, per la precisione, e ai suoi Documenti postumi del Circolo Pickwick dove il giovane Sam Weller, di umile condizione, uso a citare sempre suo padre che a sua volta si esprime per detti e modi di dire, servo fedele e devoto, si dimostra abilissimo nello spaniare il suo amato padrone Pickwick dai più vari impicci e a fine romanzo si sposerà con la cameriera Mary con cui ha flirtato per numerose pagine. 
Ma c'è anche un altro omaggio dickensiano: Pipino (che nella nuova traduzione mantiene il nome Pippin) che a un certo punto ci racconta che "gli amici a volte lo chiamano Pip". In realtà nel corso del romanzo, dove con i suoi amici passa parecchio tempo, nessuno fa niente del genere. Ma Pip, guarda caso, è il nome del protagonista di "Grandi speranze": giovane, ingenuo, con una buona educazione alle spalle. Batte qualche cornata ma alla fine, come tutti i protagonisti dickensiani, se la cava abbastanza bene. Ma tu guarda che coincidenza.
Sui nomi del quartetto hobbit c'è poi un altro giochetto, che mi è sempre piaciuto molto: il servo ha un nome abbastanza comune, mentre i tre hobbit possidenti hanno tutti e tre nomi regali, ma di diversa origine. Fino a Pippin, giustamente lasciato com'era in inglese nella nuova traduzione (ma altrettanto giustamente tradotto con "Pipino" nella prima traduzione) ci arriviamo tutti: nella stirpe di Carlo Magno ce ne sono ben due, entrambi molto abili a destreggiarsi in politica come nel campo di battaglia - mentre lo hobbit Pippin a destreggiarsi in politica non ci prova neppure né gli interessa. Ma in realtà anche Pippin è un soprannome, perché il vero nome è Peregrin - nome abbastanza raro ma che si trova senza troppa difficoltà nei romanzi inglesi con protagonisti aristocratici, o almeno io ne ho incrociati almeno due. Volendo proprio tradurlo comunque non sarebbe "Peregrino", come avevano messo nella Alliata-Quirino, bensì "Pellegrino" (sì, proprio come il santo e la magnesia bisurata). Giusto per completare il quadro suo padre si chiama Paladin, nientemeno (che sì, si traduce "paladino", pari pari, con tutte le sue implicazioni ciclocarolineggianti).
Meriadoc (Merry per gli amici) è invece un antico e semileggendario re di Bretagna - la Bretagna francese, quella di Asterix e di Lancillotto. La voce di Wikipedia che ne parla mi forza ad ammettere una volta di più la mia immensa ignoranza sulle fonti dell'alto medioevo inglese, però i due testi che ne parlano di più li ho almeno sentite nominare: Gilda era un monaco inglese che scriveva in un bellissimo latino che nessuno mi ha mai fatto la gentilezza di tradurre in italiano**, mentre del gallese Sogno di Macsen conosco almeno la trama grazie ai romanzi di Mary Stewart su Merlino.
Frodo infine richiama apertamente Frotho, semileggendario re di Danimarca le cui gesta sono narrate da Saxo Grammatico*** e che in gioventù uccise un drago per recuperare un tesoro che detto drago gli aveva rubato, guarda un po' la combinazione.
Dunque abbiamo un personaggio che fa riferimento all'epica carolingia, uno che richiama quella arturiana o comunque anticoinglese, e un rappresentante dell'epica norrena. 
E di nuovo: ma tu guarda la curiosa combinazione.
Dopo questo ignobile sfoggio di cultura nozionistica di terza mano si impone una domanda: di tutto ciò, quanto conosce il lettore medio inglese? E quello italiano?
Immagino che nel primo caso la risposta sia "qualcosina certamente. Almeno l'origine dei nomi". Per quello italiano darei per sicuro che la risposta giusta sia "ben poco, se non rientra nella ristretta categoria di quelli che son diventati medievisti perché hanno letto Tolkien".
Vanno tradotti? Non tradotti? Va ignorata la questione? Lasciamo starte, ché tanto la storia si leggerebbe bene anche se i protagonisti si chiamassero Luca, Claudio, Antonio e Bertoldino? Recuperiamo qualcosa? Come lo rendiamo visibile, questo qualcosa? Tolkien avrebbe voluto che lo recuperassimo, questo qualcosa?
La nuova traduzione (che, ripeto, non ho ancora letto e per un bel pezzo ancora non leggerò) sarà anche sponsorizzata dalla sinistra ma i problemi che Fatica si è trovato davanti non erano né di destra né di sinistra, erano problemi e basta, e anche parecchio rognosi.
Personalmente, non trovo poi così strano che non li abbia risolti tutti nel più soddisfacente dei modi.

*"Gualtiero Cannarsi, cambia lavoro!!!" https://www.facebook.com/groups/132361799200/
** giuro che lo scrivono davvero, e anche di peggio. Controllate pure su una qualsiasi pagina tolkieniana su Facebook, se non ci credete. O su un qualsiasi altro social, perché temo che le cose non migliorino bussando ad altre porte.
*** anche se potrei pur sempre darmi una mossa e leggermelo in inglese o, meglio ancora, in latino visto che il governo ha la gentilezza di pagarmi perché mi aggiorni.

domenica 10 novembre 2019

Un serpente a sonagli morde? (intermezzo demenziale)


Lezione di Geografia nella Terza Zuzzurlona. Sto spiegando alcuni ambienti particolari e parlo del deserto.
"In realtà il deserto non è affatto deserto, anzi è abitatissimo e ha una ricca fauna. Ci sono per esempio molti serpenti, per esempio i serpenti a sonagli...".
Brusìo. Mano alzata.
"Mi scusi, prof, ma i serpenti a sonagli pinzano?"
Brusìo più alto. "Scemo, i serpenti non pinzano, Non hanno le pinze!".
"Ehm, no. Come faceva notare giustamente il vostro compagno i serpenti, non avendo braccia, non hanno nemmeno le pinze per pinzare. I serpenti a sonagli però mordono".
Breve pausa. Lo dico o non lo dico?
Massì, diciamolo.
"Anzi, la vera domanda è "Morde un serpente a sonagli?" e la risposta è "A sonagli no, ma a pestagli eccome se morde!""
Nuovo brusìo. Sorrido, un po' contrita.
"Scusatemi, ragazzi, la verità è che questo tipo di battute sciocchine mi piacciono, e non ho saputo resistere".
Nuovo brusìo. Un ragazzo ha l'aria un po' triste.
"È che volevamo dirlo noi..." mi spiega.
Mi mostro molto contrita.
"Mi dispiace" dico con le orecchie abbassate.
Mentre la classe si sganascia decido che è il momento di passare alla foresta tropicale.

giovedì 7 novembre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 6 - Caro, autem infirma (imperativo presente)

Il moderno set di attrezzature con cui l'insegnante di St. Mary Mead notifica la sua presenza in tempo di nuove tecnologie

Altro indubbio vantaggio del registro elettronico è di contenere in sé anche il registro delle firme che attesta la presenza degli insegnanti nelle classi.
Un tempo, alla scuola media di St. Mary Mead gli insegnanti notificavano la loro presenza strisciando un badge. La faccenda era di dubbia utilità perché tanto nessuno controllava mai e un bel giorno la macchinetta da strisciaggio venne levata, mi pare (ma non sono sicura) in concomitanza con l'arrivo del Grandioso Registro Elettronico.
Comparve però un registrino per le firme manuali, che nella maggior parte dei casi dimenticavo di firmare. Non ero però l'unica.
"Non capisco" osservai blandamente un giorno in cui entravo alla seconda ora "Siamo nove classi, oggi non ci sono insegnanti assenti ma qua sono la quinta a firmare".
"Io non firmo per partito preso, è una cosa assolutamente inutile" mi spiegò una collega.
"Io non firmo perché me ne dimentico sempre" aggiunse un'altra.
Più avanti, però, nella remota eventualità che qualcuno controllasse, presi l'abitudine di firmare in entrata e in uscita per segnalare sommessamente l'immane quantità di ore che dedicavo alla biblioteca, all'epoca in fase di allestimento. Era un lavoro che facevo aggratisse e del tutto di mia spontanea volontà, ma se qualcuno caso mai avesse voluto controllare, avrebbe comunque potuto agevolmente vedere che in quella scuola passavo un tempo molto maggiore di quanto il mio orario prevedesse.
Quest'anno ho visto però che il regolamento della scuola prevedeva che io firmassi su carta perciò firmo, per purissimo spirito di pedanteria e per nessun altro motivo. Ma non siamo in molti a farlo.
"La firma su carta è inutile e io non la faccio" ha dichiarato stamani la collega Scarpetta "L'importante è che ci sia la mia firma sul registro elettronico". 
Pausa "Beh, certo, io firmo alle sei e un quarto da casa..."
"Ti alzi alle sei e un quarto per firmare?" chiede una collega perplessa.
"Non proprio" risponde Scarpetta "Mi sveglio alle sei e un quarto, per prima cosa accendo il computer e a quel punto ne approfitto per firmare".
Rassicurati sulla salute mentale della nostra collega, non ci sfugge però un problema di base: la firma fatta in anticipo non ha una gran base legale; infatti se, poniamo, io firmo alle sei e un quarto, faccio colazione, mi vesto e poi ho un qualche intralcio, del tipo macchina che non parte o treno in grave ritardo, la mia firma si trasforma in un falso in atto pubblico.
Argo si è evoluto: un tempo andava a dormire da mezzanotte alle otto e firmare in anticipo non era possibile. Siccome però non era possibile nemmeno fare nient'altro sul registro, nemmeno controllare i compiti o inserire voti, qualcuno deve aver sturato le orecchie all'Argo in questione che adesso evidentemente è sveglissimo a tutte le ore del giorno e della notte, salvo di Domenica quando è regolarmente staccato per improbabili lavori di aggiornamento - peccato che in certi periodi molti insegnanti passino la Domenica per l'appunto a lavorare sul registro, soprattutto dopo aver corretto caterve di compiti scritti; ma immagino che non si possa avere tutto dalla vita.

Di fatto in molti abbiamo preso l'abitudine di firmare tutte le ore insieme, ai tempi in cui la connessione era una sorta di araba fenice, della serie "Prendiamone finché ce n'è".  Del resto, se alla prima ora conviene aprire il registro elettronico per segnare assenze, presenze e giustificazioni, nelle altre ore finisce per diventare quasi sempre solo una perdita di tempo.
Ma, in teoria, chi ha firmato alle otto (o alle sei e un quarto) non è detto che alle undici sia ancora lì: potrebbe essersi sentito male, o essere corso via per gravi e inderogabili motivi. E potrebbe persino succedere che, sempre per i soliti e inderogabili motivi, sia sì presente a scuola ma intento a tutt'altro che a far lezione - per qualche improvvisa emergenza, per l'arrivo di un funzionario che vuol essere scarrozzato di qua e di là a controllare la sicurezza dell'edificio e via dicendo. Sono cose che succedono raramente, ma succedono, e non sempre ci si ricorda di aggiornare il prezioso archivio informatico.
Tutto ciò, una volta tanto, non è minimamente colpa di Argo né della Segreteria, ma solo degli incerti casi della vita. Sta di fatto che il registro elettronico sul piano delle presenze non è sempre molto attendibile.
Resta da vedere quanto però sia attendibile un registro delle firme su carta che qualcuno si dimentica di firmare, qualcuno non firma per partito preso e che molti firmano in ritardo - non perché siano effettivamente arrivati in ritardo, ma perché gli è venuto in mente di farlo solo alla quinta ora.
Per fortuna in ogni classe disponiamo di abbondanza di testimoni oculari pronti a prendere atto della nostra presenza, funzionino o meno i numerosi registri di vario supporto di cui siamo dotati.

lunedì 4 novembre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 5 - A poco, se Argo non fa mai le pulizie

Alcuni insegnanti di St. Mary Mead si lamentano del loro rapporto (complesso e un po' perverso) con il registro Argo

Premessa: quest'anno, all'apertura del nostro amato registro elettronico, sul nostro abituale Argo Next è comparso l'avviso che durante l'anno tale registro si sarebbe spostato sull'applicazione Argo DidUp, per cui noi insegnanti eravamo caldamente esortati a lavorare fin dall'inizio su Argo DidUp, onde arrivare pronti al Gran Trasloco.
La cosa ci è stata invero facilitata dal fatto che Argo Next non funzionava più (se non per prenotare il ricevimento, con nostra enorme comodità nel saltellare da una applicazione all'altra. Ma questi son dettagli).

Come ogni anno, anche quest'anno a fine Ottobre dalla scuola ci è arrivata la calda esortazione a preparare le nostre programmazioni, ovvero quel documento in cui, secondo la teoria di una mia saggia amica, andrebbe scritto precipuamente Visto il livello di apprendimento e la preparazione degli alunni nonché il loro livello socio-affettivo oltre alle condizioni economiche, sociali e culturali delle loro famiglie, considerando inoltre le dinamiche del gruppo-classe, le circostanze esterne, previste e impreviste e financo imprevedibili, le attrezzatura di cui dispongono la classe e la scuola, le possibilità offerte dal territorio e tenendo conto inoltre del livello culturale e professionale di noi insegnanti
si farà quel che si può.
Perciò tutti noi abbiamo preparato con impegno e dedizione le nostre programmazioni, sì come il dovere ci imponeva. 
Una volta chiusi i nostri file pieni di nobili intenzioni che ci ingegneremo di condurre a buon fine, restava solo da allegarli al nostro Grandioso Registro Elettronico. E lì sono cominciati i problemi.
Il mio primo tentativo di allegare le programmazioni ad Argo DidUp si risolve in un nulla di fatto: esiste sì uno spazio per programmazioni scolastiche, dove trovo le mie classi e anche l'indicazione delle materie che insegno, ma non vi è alcuna possibilità di inserirci alcunché.
D'altra parte anche il ricevimento dei genitori è stato inserito in Scuola Next. Chissà se...
Entro su Scuola Next e comincio a cercare. Tra le altre cose trovo le mie programmazioni... dell'anno 2016/2017, che comunque non riesco ad aprire. Ma ricordo benissimo di avere fatto e inserito anche quelle dell'anno successivo, di cui non c'è più traccia.
Mentre pasticcio tra una schermata e l'ìaltra mi ricordo di un amico che sosteneva che un determinato programma di archiviazione con cui ho avuto la sventura di lavorare molti anni fa non aveva una interfaccia, ma al massimo un interculo. Direi che tale definizione si adatta benissimo anche ad Argo.
Mi arrendo e chiamo l'esperta di informatica della scuola. È la mattina di Domenica e un vaffanculo ci starebbe benissimo da parte sua, anzi mi preparo spiritualmente a riceverlo perché la Domenica mattina una povera insegnante avrebbe ben diritto a pensare ai fatti suoi e non ad Argo. La poverina però è una creatura molto gentile, si prende a cuore il mio caso e cerca di guidarmi. Dopo due o tre tentativi andati a vuoto finalmente ricorda il percorso giusto e mi assiste spiritualmente durante il periglioso inserimento. Poi mi fa fare un giro di controllo.
"Si aprono" confermo.
"Guarda un po' se si aprono anche dalla bacheca dei genitori. La Ghirlandai ha detto che come genitore riesce a vedere le sue".
La Ghirlandai infatti ha due figli nella nostra scuola.
"I genitori le vedono?" strabilio.
"Sì, dovrebbero vederle anche loro".
Tramecolo. Le programmazioni, che io sappia, sono quelle strane scartoffie che nessuno guarda mai, salvo qualche professore in qualche particolarissimo caso, per esempio quando si ritrova una classe che l'anno prima era affidata a qualcun altro. Cosa gliene può mai fregare, a un genitore, di una paginetta scritta in didattichese? Soprattutto se riguarda una classe dove suo figlio nemmeno c'è?
(ma anche: cosa se ne fa l'archivio di Argo delle mie programmazioni di tre anni fa, visto che riguardavano classi ormai felicemente licenziate? Non potrebbe stoccarle da qualche parte, visto che nemmeno si aprono? Ah, saperlo, saperlo).

Ultimo dettaglio di colore locale: per scrivere questo post ho aperto entrambe le versioni di Argo, e ne ho approfittato per controllare se le mie relazioni si aprivano anche oggi.
Non si aprono, ma in compenso posso scaricarle. Così ho scoperto che hanno una impaginazione orrenda. Immagino sia perché ad Argo non piace la mia videoscrittura.