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domenica 22 ottobre 2017

#metoo

La metamorfosi di Atteone (Parmigianino, 1524)
Perché Diana sapeva come affrontare certe questioni. Del resto, sappiamo farlo tutti quando siamo i più forti.

Alfin tornata in rete dopo crudelissimo e del tutto involontario esilio, nella navigatina sui blog che frequento e che finalmente posso di nuovo leggere scopro dalla 'povna di essermi persa l'onda di #metoo, cui avrei partecipato molto volentieri, e senza remore di sorta, perché non ho mai avuto alcuna difficoltà a definirmi femminista - del resto, quando ero ragazzina era abbastanza scontato che tutte le donne lo fossero e di solito nessuno ci trovava da ridire. So che oggi è diverso, anche se non sono sicura di aver capito perché.
Porto volentieri la testimonianza dei miei ricordi; niente di drammatico (tranne nell'ultimo  caso, che non mi riguarda direttamente) e tutto senza sensi di colpa (tranne nel caso di cui sopra).
Perché, devo aggiungere, la mia buona mamma, rispettabile e borghesissima madre di famiglia che non ha mai fatto alzare un piatto a mio padre, femminista anche lei ma di un femminismo quieto e casalingo, senza cortei e che mai mi risulta aver bruciato un reggiseno in piazza (ma che non mi risulta nemmeno aver disapprovato i cortei né taluni slogan piuttosto accesi), pur impartendomi una educazione piuttosto convenzionale per quegli anni si dimenticò completamente di trasmettermi alcun senso di colpa verso le molestie sessuali - forse perché a sua volta non ne aveva mai sofferto, a giudicare da come raccontava taluni episodi della sua tranquilla e rispettabile gioventù.
La mancanza di senso di colpa e l'implicita legittimazione della rabbia con cui reagire a un sopruso - qualsiasi tipo di sopruso, non solo le molestie sessuali - ha reso tutto molto più facile da gestire. Aggiungo che anche mio padre ha sempre mostrato di condividere questo insolito punto di vista, e a occhio mi vien da dire che anche lui l'aveva ereditato da suo padre, che ho conosciuto poco ma che risulta essere stato quel che si usava un tempo definire "un gentiluomo". Perché, e anche questo va ricordato, i gentiluomini ci sono sempre stati, e per esserlo non era necessario aver ricevuto una particolare istruzione o aver frequentato giri particolarmente raffinati. Bastava e basta esserlo.
Ero una brava ragazza, dall'apparenza tranquilla. Vestivo in modo piuttosto stravagante ma senza la tendenza a scoprirmi troppo; del resto, ai miei tempi non usava scoprirsi molto. 
Bastava questo a preservare una fanciulla dalle insidie?
Ma nemmeno per idea, come sappiamo tutte benissimo.
- il mio primo (e unico) pedofilo:
passeggiavo tranquilla tornando da una commissione, tipo comprare il latte. Era pieno pomeriggio. Mi accostò con una rivista - che solo anni dopo ho capito essere porno. "Guarda che roba ho trovato per terra. Ma guarda che roba. Che faccio, la butto via?" "Beh, direi di sì" (sì, mi esprimevo proprio così, con tutti i condizionali precisini). Tornai a casa, riferii lo strano episodio ai miei e assistetti al curioso spettacolo di due tigri che, dopo essersi informate dettagliatamente sul posto esatto e avermi strappato una descrizione dell'individuo, uscirono a gran velocità per la battuta di caccia. Non trovarono nessuno - o così mi dissero. Credo che avrei completamente dimenticato l'episodio, senza quella loro reazione che cercarono di soffocare in mia presenza ma che percepii benissimo.
- il sorvegliante della colonia, che mi fece oggetto di uno stranissimo corteggiamento molesto. Cercai di scansarlo con cura (sono bravissima a scansare chiunque) ma davo assolutamente per scontato che mi stesse prendendo in giro, rifiutandomi per principio di credere che un uomo sulla trentina potesse provare un qualsiasi tipo di interesse per una ragazzina che stava per compierne dodici - d'altra parte non capivo perché stesse sempre tra i piedi, visto che mostravo chiaramente di non apprezzare la sua viscidetta compagnia. Solo molti anni dopo, ricordando casualmente quelle tre settimane, fui assalita dal forte sospetto di averla scampata bella. La mia natura spinosa, che lui tanto criticò, si era rivelata la miglior difesa - ma non sarei stata affatto spinosa se lui non mi fosse stato così antipatico - e naturalmente non mi sarebbe stato antipatico se non avesse avuto qualcosa di viscido inside.
- gli Incontri d'Agosto. Anche se sono cresciuta col mito che la notte per una ragazza fosse pericoloso andare a giro da sola, quelle poche volte che mi trovai da sola di notte per circostanze imprevedibili non mi successe niente di niente di niente, salvo un gruppetto di giovani (suppongo abbastanza ubriachi) che cantavano in coro "Te violentiamo! Forza la fregna!" ma che non mi si accostarono nemmeno, restando a cantare sull'altro lato del marciapiede. In compenso, fare una passeggiata da sola in Agosto, fosse mattina o pomeriggio o ora di pranzo, prevedeva quasi inevitabilmente qualche approccio, a volte decisamente esplicito. Vabbé, in centro a Firenze c'era comunque gente. Diciamo che imparai ad evitare quelle belle passeggiate nei pittoreschi viali sulle colline verso Fiesole che durante il resto dell'anno erano così piacevoli. A quel punto avevo ormai compiuto i vent'anni e, anche se restavo salda nella mia determinazione a non pensare male di nessuno per principio, sapevo riconoscere una sega quando la vedevo, specie se chi se la faceva camminava all'indietro appunto perché la vedessi. In quella specifica occasione finii per fermare una macchina e chiedere un passaggio. Disgraziatamente chi guidava era un uomo. Fortunatamente si limitò a darmi il passaggio e quando capì cos'era successo ("Ehm, sa, c'era un uomo un pochino esibizionista") si chiuse in un dignitoso silenzio e mi lasciò su mia richiesta appena raggiungemmo una strada mediamente frequentata. Lo ringraziai molto.
- L'episodio più spinoso, a diciassette anni. Diciamo un amico di famiglia, diciamo il marito di una persona a me molto cara che frequentavo con una certa regolarità. Mi veniva a prendere alla fermata del tram e mi riaccompagnava alla fermata dopo la visita a sua moglie. Una volta (l'ultima volta, in effetti, perché dopo, con vari pretesti, diradai alquanto le visite alla moglie e andavo in folta compagnia) mi saltò addosso, e dovetti usare una reazione decisamente brusca per levarmelo di dosso. Per tutto il tempo di quella visita, mentre chiacchieravo piacevolmente (beh, mica tanto piacevolmente, per una volta) con la signora, due Grandi Interrogativi invadevano i miei pensieri: cosa mai poteva aver spinto quel perfetto idiota a pensare che fossi disponibile? Aveva quarant'anni buoni più di me, e sono sicurissima di non aver lanciato alcun segnale di incoraggiamento. Ma soprattutto: e come pensava che dopo, qualsiasi "dopo" avesse potuto esserci, avrei affrontato una chiacchierata con la sua consorte? Il viaggio di ritorno fu punteggiato da aperte lamentele sulla mia mancanza di generosità, alle quali risposi con un cupo silenzio.La moglie ci sarebbe rimasta decisamente male se avesse immaginato alcunché, questo era sicuro. Così tacqui l'accaduto con chiunque, ma un anno dopo lo raccontai a tre compagne di scuola, che ne rimasero più che sbalordite, ma che a quanto so osservarono a loro volta un rigoroso silenzio. Almeno spero, perché una conosceva anche il protagonista della vicenda.
- L'episodio più doloroso: una ragazzina che frequentava casa mia e che confidò al mio compagno di essere stata violentata dallo zio. La madre, alternativissima di sinistrissima e femministissima, si era limitata a scrivere al cognato una letteraccia ma non aveva sporto denuncia sostenendo che la sua (di lei e della ragazzina) famiglia aveva un rapporto un po' particolare con la polizia (qualche fermo per disordini nei cortei) e che quindi non era il caso. Francamente ci sembrava una bieca scusa. Lui mi riferì l'episodio perché voleva sapere se conoscevo un qualche tipo di circolo o collettivo di aiuto per vittime di violenza - e in verità c'era, godeva ottima reputazione e lo conoscevo piuttosto bene per interposta persona. Mi precipitai lì il giorno dopo per raccontare il triste caso. Ebbero calde parole di solidarietà e promisero aiuto e assistenza psicologica professionista gratuitissima per la giovane vittima se appena si fosse fatta viva, e del resto era appunto un centro contro la violenza alle donne nato per quello. La ragazzina ringraziò molto... ma a conti fatti non ci andò e rimase impastata nel suo vischio familiare cercando di assorbire il trauma da sola. Deprecammo molto, ma non ce la potevamo certo portare di peso (...o sì?). Rimanemmo entrambi  sbalorditi per la reazione della femministissima madre davanti allo stupro familiare della figlioletta - che a conti fatti sembrava più che altro una forma di rivalsa verso la madre, oltre che a un modo di marcare il territorio, il tutto alle soglie del 2000. Ci domandammo a lungo se potevamo fare di più, ma non vedevamo come. Però in qualche modo la coscienza ci rimordeva. 
- L'episodio più recente: quando vennero a trovarmi due colleghe durante la convalescenza, e mi raccontarono del corso di educazione sessuale che stavano facendo a scuola. Chiacchierando variamente gli raccontai che proprio in quei giorni avevo letto di una attrice molto famosa (Jane Fonda, forse) che aveva parlato di una violenza subita da ragazzina. Osservai che erano tante, ma proprio tante, le attrici che a distanza di decenni raccontavano storie del genere. "Evidentemente succede spesso, molto più spesso di quel che si pensa" commentò una delle colleghe "Conosciamo quel che è successo alle più famose, ma a quante altre sarà capitato?".

A cosa serve questo amarcord fuori tempo? 
Non ne ho idea, comunque anch'io ho portato i miei due centesimi. Posso solo ringraziare la mia buona sorte che siano stati appunto due centesimi e non due dobloni d'oro. A proteggermi c'è stata una certa dose di fortuna, un buon rapporto con la mia aggressività ma anche, credo fermamente, un forte aiuto da parte dei miei genitori, insieme alla sicurezza che da loro avrei ricevuto solo aiuto, appoggio e solidarietà se qualcosa di più grave ci fosse stato. E', quella, una grossa protezione che aiuta molto contro la paura e i sensi di colpa - di cui in effetti non ho mai sofferto.

8 commenti:

pensierini ha detto...

Ti è andata bene, tutto sommato. E hai ragione ad essere riconoscente ai tuoi.

la povna ha detto...

Intanto grazie, sospettavo che potesse essere uno di quei meme che suscitavano il tuo interesse... Poi, nello specifico, credo anche io, ne parlavo l'altra sera con Galileo, che essere molto strutturati per educazione (prioritaria), carattere (talvolta), cultura (forse occasionalmente) aiuti, ma questo non toglie che la maggioranza di questi episodi, simmetrici, non si sarebbero verificati. Mi chiedo (e ti chiedo), se posso, perché decidesti di non dire nulla alla moglie del satiro tua amica: ci sarebbe rimasta male, vero, ma si potrebbe pensare simmetricamente che proprio per questo meritasse di sapere, o lui di subire una qualche forma di ufficiale censura che alla fine non ha avuto, chissà, forse così pensando che tu stessa potessi avere compreso, dal suo punto di vista, "l'eccesso della tua reazione" e con ciò in ogni caso autorizzandolo a riprovarci con chicchessia.
Ma la verità è che ci sono sempre tanti motivi per cui si tace, e anche se non ci sono sensi di colpa (neanche io li ho provati mai), alla fine la società è congegnata in modo che spinge al silenzio più che alla narrazione. Almeno credo.

Eva ha detto...

Brava Murasaki.
Quanto a me non ho mai vissuto episodi del genere...mai...grazie a Dio e forse al posto dove vivo....pur se adesso qualcosa è cambiato...ma non voglio scendere in polemica con quel....FASCISTA del sindaco Ghinelli di Arezzo!!!!..."e ho detto tutto"

Murasaki ha detto...

@Pensierini:
D'accordissimo!

@Eva:
Mi conforta il pensiero che qualcuno non abbia niente da raccontare su questo argomento, vivaddio!
(sul sindaco di Arezzo stendo un pietoso velo, o meglio uno spesso coltrone)

@la 'povna:
In sintesi: per proteggerla. Era chiaro anche a me a quel punto che quel matrimonio aveva qualcosa che non andava, ma erano sposati da molti anni e mi sembrava troppo tardi per rimediare e lei in quel matrimonio sembrava trovarsi assai bene, non volevo scombinare l'equilibrio. Da ragazza ragionai così. Da adulta so che ci sono matrimoni in grado di sopravvivere a parecchie cose e che possono essere risistemati anche a distanza di decenni, secoli e millenni, e che ci sono crisi salutari. Ma io avevo diciassette anni e di matrimoni francamente mi intendevo davvero poco. Di sicuro è una scelta che feci senza nessuna esitazione e di cui non mi sono pentita. Non mi ha mai sfiorato il pensiero che il problema potesse non essere stato solo mio, ma in fondo c'erano state circostanze favorevoli e non ripetibili... forse. Diciamo che, siccome lo trovai una cosa del tutto inspiegabile e incomprensibile, stabilii a tavolino che il satiro aveva avuto un momento di follia del tutto occasionale e su cui era meglio sorvolare pietosamente. Ma, come dici tu, potrebbe non essere stato affatto un episodio isolato. Non so, feci quel che mi pareva giusto, ma forse sbagliai. Certo che se provo a immaginarmi la scena in cui le raccontavo quel che era successo... no, non avrei mai avuto il coraggio di farlo. Adesso comunque sono morti entrambi, altrimenti non credo che ne avrei parlato nemmeno qui.

Eva ha detto...

Cara Murasaki....sapere di tali "azioni" fa molto male anche se non le si è subite...Grazie di aver dato testimonianza...Grazie di cuore.

acquaforte ha detto...

Ho pensato molto ai fatti da te raccontati, al commento di @'povna e alla tua risposta, e mi sono resa conto che in certi contesti, età, cultura, famiglia, alcune violenze non vengono percepite come tali. Quello che oggi è percepito come violenza, di vario grado ma sempre inaccettabile, un tempo non lo era. Non era solo giustificato (a questo ci pensava la Legge!), ma quasi considerato normale. Non sempre e non dappertutto, ovviamente. Il potere (perché di questo si tratta) che il maschio esercita da sempre sulle donne, in tutte le sue manifestazioni, sconfina spesso, quasi inavvertitamente, in qualcosa che non è da tutte sentito come violenza.
Ancora oggi molte donne,fortunate a non aver subito gravi violenze fisiche, accettano sorridendo apprezzamenti che non vengono percepiti come messaggi che arrivano direttamente dai pantaloni. Per ingenuità, inesperienza, desiderio di essere apprezzate, ecc. Questo deriva forse dal fatto che per secoli gli uomini hanno esercitato un potere tale dal renderci "complici" o perlomeno acquiescenti e felicemente remissive ?
Lo stupro è considerato reato e perciò punibile da non molti anni, eppure ancora si vedono distinguo e contorcimenti mentali che finiscono per rendere colpevole la vittima. Le donne vengono giudicate con il metro della morale, non del diritto.

Eva ha detto...

@Acquaforte:
Concordo su tutto.

Murasaki ha detto...

@Acquaforte:
Belle riflessioni. Credo che in certi casi giochi anche un pizzico di sindrome di Stoccolma, nell'accettare certi "apprezzamenti", e a volte perfino un pizzico di senso del dovere nel farli: ricordo una surreale conversazione con un posteggiatore che spiegò, a me e a una collega di università, che "se non si sentivano fare un po' di commenti le ragazze poi ci rimanevano male", ed eravamo ormai nel pieno degli anni 80. Né io né la mia amica trovammo la forza di rispondere alcunché, e sí che era veramente raro che ci mancassero le parole!
La cultura cambia, ma per qualcuno cambia velocemente e per altri sembra che il processo sia molto lento. Soprattutto, non si capisce nemmeno bene perché certe culture si formino. Perché non é sempre stato uguale dappertutto, e infatti i romani guardavano male gli etruschi perché lasciavano troppa libertà alle donne - solo che poi furono i romani a vincere. Eppure dividevano la stessa zona, e non è nemmeno sicuro che gli etruschi venissero da fuori...