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sabato 22 aprile 2017

Come preparare poco e male per l'esame una classe assai studiosa e interessata

La prof. Murasaki racconta ai suoi adorabili cuccioli  di terza la storia dell'attentato di Sarajevo

Ho fatto supplenze brevi per cinque anni - talvolta brevi davvero, talvolta di un quadrimestre - durante le quali ho imparato che secondo la legge e il buonsenso il timone lo deve tenere una persona per volta e che anche pochi giorni bastano per instaurare un proficuo e piacevole rapporto con una classe, se appena appena la classe collabora un po'.
Sostituire insegnanti di Lettere è sempre un esperienza formativa, perché sono una razza infida che tende a dirti cosa fare, cosa pensare e financo come respirare; tuttavia, persino tra loro si annidano persone di grande equilibrio e garbo istituzionale, capaci di limitarsi a qualche scarna spiegazione di dov'erano arrivati col programma senza dar l'aria di volere imporre niente né mostrando   alcuna inclinazione a trattarti come una servetta in fase di apprendistato.
Mi ripromisi di fare come loro, se mai un giorno mi fosse capitato di avere una supplente.
E, in modo del tutto imprevisto, a Gennaio di quest'anno quel giorno arrivò.
"Qui è Rodi, qui salta" mi dissi severamente prima di telefonare alla collega che avrebbe preso il mio posto.
Vuoi per la saldezza dei miei principi morali, vuoi perché anestetici e medicine varie mi avevano sbattuto in un limbo da dove la scuola sembrava incredibilmente lontana, non mi costò molto mantenere fede al proponimento. Diedi alla mia sostituta la mia più completa benedizione perché facesse assolutamente quel che meglio le sembrava MA con una sola, semplice e banalissima istruzione: il programma di storia della Terza Effervescente - che a storia non era troppo indietro ma, ad essere onesti, nemmeno troppo avanti.
"Abbiamo appena concluso l'Ottocento sul libro di seconda" spiegai "Il terzo volume inizia con quattro capitoli che secondo me sono facilmente sintetizzabili. Facci su una ricognizione molto rapida e attacca la prima guerra mondiale appena possibile".
E la collega mi assicurò che sì, certamente.

Nelle mie intenzioni, sulla scorta dei grandiosi complimenti che avevo raccolto da medici e infermieri per il mio eccellente decorso e di una innata tendenza all'ottimismo, ero convinta che sarei tornata a scuola ben ristabilita all'inizio di Marzo, e contavo di trovare concluse almeno la prima guerra mondiale e la rivoluzione russa.
La realtà è stata abbastanza diversa perché, giunta a casa, il decorso si è mostrato meno eccellente delle previsioni. Intorno al 20 Marzo tuttavia, per quanto ancora malandata, cominciavo ad avvertire i sintomi di un esasperazione che mi faceva pensare che in qualche modo il processo di guarigione fosse ormai ben avviato. Così un bel pomeriggio aprii il registro elettronico, desiderosa si informarmi su dove fossero arrivate le classi per prepararmi un po' di programmazione.
Scoprii così che l'ultima lezione che la Terza Effervescente aveva studiato era l'età giolittiana. 
Sul finire di Marzo.
L'età giolittiana.
"L'ETA' GIOLITTIANA?!?!" urlai in una casa provvidenzialmente vuota. Ci sono però un paio di ragni sul soffitto che sono ancora traumatizzati per colpa dell'onda sonora.
Ma, insomma, chi se ne frega dell'età giolittiana? Da quando in qua si perde tempo con l'età giolittiana con tutto quel che c'è da fare di interessante nel programma di terza di storia? E chi mai ha visto una classe delle medie coinvolta dai temi dell'età giolittiana?
Insomma, se non si fosse capito le mie classi non hanno mai dovuto subire un surplus di informazioni su Giolitti, al più sono state vagamente informate che era esistito; né ho notizia di alcun alunno delle medie che abbia mostrato un particolare interesse per Giolitti, né con me né con altri e più meritevoli insegnanti. Ricordo gran copia di laboratori e approfondimenti sui migranti italiani, sulle condizioni di vita dei contadini italiani a inizio del secolo, sui tentativi colonialistici in Libia... ma sull'età giolittiana?

Il primo risultato di questa drammatica scoperta fu che chiamai una collega e le annunciai che allo scadere del certificato in corso, se appena ci riuscivo, sarei tornata a scuola.
Il secondo risultato fu che, nel felice giorno del mio rientro, fra un fiore e l'altro, rifilai allo sventurata Terza Effervescente una brillante sintesi della prima guerra mondiale. Cioè, non so se era brillante, ma di sicuro era sintetica.
Il terzo risultato è che la migliore classe che abbia mai avuto a storia arriverà all'esame con un programma decisamente ridotto e farà con i piedi la parte più avvincente del programma.

No, non ho protestato con la collega, anzi le ho mandato un paio di messaggi assai sdilinquosi congratulandomi con lei per l'eccellente lavoro che aveva svolto. Tanto, quel che è fatto è fatto. Il problema, caso mai, riguarda il molto che non è stato fatto.
D'accordo, di lei disapprovo molte altre cose; ma è chiaro che si tratta di una persona che lavora in modo molto diverso da me, e non è detto che ciò sia un male.
I ragazzi si sono lamentati molto per questo e per quello e per quell'altro, e li ho lasciati lamentare per qualche minuto per poi tagliare corto, salvo mostrare una certa disapprovazione per il fatto che leggeva il manuale in terza. Cioè, con quella classe il manuale non lo leggevamo nemmeno in prima media, perché erano già in grado di lavorarci in modo autonomo. Hai a disposizione una Ferrari e ci viaggi a trenta chilometri all'ora? Non ti rendi conto che una classe di quel livello si annoia se ti limiti a leggergli il manuale, a storia come in qualsiasi altra materia?
Pare che non se ne sia resa conto.

Io invece mi rendo conto benissimo che cominciare la prima guerra mondiale in una terza media il primo d'Aprile è uno dei più surreali pesci che si possano immaginare. 
Per fortuna ho un blog dove in perfetto anonimato posso lamentarmene assai.

domenica 16 aprile 2017

Draco Malfoy e famiglia, ovvero scegliere per convenzione ma senza convinzione


Come già Severus Piton, anche Draco Malfoy è un personaggio che deve molta della sua popolarità all'attore che lo impersona, ovvero Tom Felton - che tutti, Rowling compresa, descrivono come un ragazzo tanto amabile quanto simpatico.
Questo non toglie che sulla carta Draco non riesca proprio irresistibile.

Dopo la prima caduta di Voldemort, Lucius Malfoy raccontò al Ministero qualcosa su un improbabile maledizione Imperius cui si era trovato sottomesso suo malgrado, fece probabilmente passare di mano qualche borsa di galeoni e fu assolto da ogni colpa e lasciato in pace nel suo avito (e lussuoso) castello insieme alla ricca collezione di famiglia di manufatti magici non proprio integerrimi, a partire dal diario degli anni di scuola dell'Oscuro Signore.
Per quattordici anni poté così godere tutti gli agi e i vantaggi di una ricchissima rendita e di una reputazione sinistra senza nemmeno nemmeno doversi incomodare per dimostrarsene all'altezza: grandi discorsi in privato su quando c'era Lui (caro lei), qualche acquisto più o meno equivoco in quel di Knockturn Alley, cospicue donazioni ad enti di beneficienza (nella più solida tradizione dickensiana) ma assolutamente nessun tentativo di formare associazioni di Mangiamorte, cercare tracce del (defunto?) Voldemort, men che meno proseguire nel lavoro da Lui avviato. Qualche frequentazione non proprio equivoca ma con un passato: ex Mangiamorte ufficialmente pentitissimi dei loro trascorsi, maghi un po' chiacchierati... ma mai nessuna azione illecita, per quel che sapeva il Ministero; e, in verità, anche al di fuori di quel che sapeva il Ministero, al massimo qualche bravata, come si fanno a volte nelle rimpatriate tra padri di famiglia un po' cresciuti - ad esempio evocare il Marchio Nero (che poi sarebbe verde) alla Coppa del Mondo dei Maghi. 

Quella di Lucius Malfoy è prudenza o indifferenza? 
Non è dato saperlo. E' possibile però che il giovanile ardore che aveva guidato Lucius nelle braccia di Voldemort si fosse assai smorzato grazie agli effetti di una vita pantofolara, oltre che per il trascorrere degli anni e le normali vicende di un matrimonio ben assortito e allietato da un giovane erede: Lucius Malfoy è prepotente, arrogante e antipatico, ma sembra di capire che la sua sia una normalissima famigliola legata da solidi vincoli di affetto, dove entrambi i genitori sono estasiati davanti al gran miracolo di avere un figlio; il quale figlio cresce viziato da una madre iperprotettiva e da un padre che nemmeno si sogna di negargli qualcosa o di contrastare la moglie: anche l'idea di mandare Draco a Durmstrang, in una scuola straniera dove potrebbe imparare un po' di solida e rispettabile magia nera, viene ben presto abbandonata perché mammà non vuole che la creaturina si allontani troppo da lei.
Abituato a tirarsela moltissimo, Draco approda a Hogwarts, dove si aspetta di stare sull'altarino esattamente come a casa sua; ma, anche se tra i Serpeverde è tenuto in grandissima considerazione da tutti, in fin dei conti laggiù è solo un alunno di buon livello senza niente di particolare a caratterizzarlo a parte una notevole prepotenza e una costante tendenza a trattare tutti dall'alto in basso. La stella di Hogwarts in quegli anni è innegabilmente Harry Potter, che oltre a ritrovarsi regolarmente nelle situazioni più assurde (da cui si ostina ad uscire vivo) riesce regolarmente a concentrare su di sé tutta la gloria e la fama -  senza contare che c'è pure Hermione Granger,  l'allieva più brava di tutta la scuola, a contendergli ogni possibile primato scolastico.
Pur se costretto in seconda linea, Draco passa comunque quattro anni sereni ad Hogwarts, punteggiati solo da qualche occasionale arrabbiatura. Le sue attività preferite sono cercare di mettere nei guai Harry (non sempre con successo) e ostentare una dimestichezza con le arti oscure che non ha, rimpiangendo, ad imitazione di suo padre "quando c'era Lui".

Poi, giusto alla fine del quarto anno, Lui ritorna.
La maggior parte dei Mangiamorte non fa per niente i salti di gioia (e Voldemort se ne accorge benissimo): gli anni sono passati, l'entusiasmo si è assai placato e parecchi, che avevano abiurato, rinnegato e giurato gran pentimento davanti ai tribunali del Ministero devono un sacco di spiegazioni all'Oscuro Signore, perché non si consegnano le dimissioni a Voldemort: è servizio a vita, o morte.
Ad ogni modo Lucius lascia le pantofole davanti alla poltrona e torna al suo posto, non sappiamo con quando entusiasmo, alla guida del gruppo dei Mangiamorte. Del resto Voldemort non ha molta scelta: i suoi servi più fedeli sono ancora prigionieri ad Azkaban, e Lucius Malfoy sembra il più lucido e affidabile tra quelli rimasti in libertà - oltre a godere della totale fiducia del ministro Fudge ed aver unto abbastanza ruote da poter fare praticamente quel che gli pare dentro il Ministero.
La prima operazione, ovvero liberare i Mangiamorte chiusi ad Azkaban e arruolare i Dissennatori - viene portata a termine nel migliore dei modi; ma la seconda - ovvero quella di catturare Harry Potter con profgezia annessa in un imboscata al Ministero - si risolve in un disastro. Lucius viene imprigionato ad Azkaban - che non sarebbe poi questa gran tragedia, ora che i Dissennatori non ci sono più - ma soprattutto cade in disgrazia.
Draco aveva passato il quinto anno a Hogwarts arruffianandosi la perfida Umbridge senza ritegno, e con una parte dei Serpeverde si era arruolato nelle Squadre d'Inquisizione, diventando così uno dei lacché della Preside ma acquistando un certo potere sugli altri studenti. Ma il regno della Umbridge è molto breve, e al suo ritorno al castello di famiglia alla fine dell'anno scolastico Draco troverà che la sua posizione è completamente cambiata: Voldemort è assai irritato con i Malfoy, oltre che a corto di divertimenti, e decide di spremere un po' il ragazzo per vedere se c'è qualcosa da ricavarne.
Draco si ritrova così improvvisamente promosso da bulletto del collegio a capofamiglia dei Molfoy, con un padre da riscattare e una madre da proteggere - e la cosa non gli piace affatto, anche se davanti ai compagni continua a tirarsela assai.
Gli vengono assegnati due compiti, e la ricompensa sarà la libertà (e la vita) dei suoi genitori, oltre al favore dell'Oscuro Signore. 
Il primo compito è trovare un modo per far entrare dei Mangiamorte nella protettissima Hogwarts - operazione assai complessa ma che Draco riuscirà a portare a termine impiegando grande pazienza e ingegno (come gli riconoscerà Silente nel loro ultimo colloquio).
Il secondo incarico è di uccidere Silente. Quando la madre lo viene a sapere cade nello sconforto più nero perché sa che questo Draco non potrà farlo. Lei lo ha partorito e lo ha allevato, lo conosce bene ed è sicura che non sarà in grado (e i fatti le daranno ragione). così, per salvare suo figlio si affida a Piton, stringendo con lui il Voto Infrangibile perché Draco abbia comunque una protezione.
Di questo Draco non sarà grato a nessuno dei due e per tutto l'anno farà del suo meglio per complicare la vita a Piton - come se il poverino, già coinvolto in un quadruplo gioco carpiato con salto mortale, non avesse già problemi più che a sufficienza.
Per far entrare i Mangiamorte ad Hogwarts Draco si mette subito al lavoro con atti, pensieri e parole; ma per uccidere Silente, il men che si può dire è che non si impegna moltissimo, e anche quando fa un paio di pallidi tentativi non ci mette il cuore, come gli rimprovererà poi lo stesso Silente.
Primo tentativo: l'idea base è far arrivare una collana maledetta fino a Silente, sperando così che costui si dimentichi di colpo le più elementari precauzioni e la maneggi a mani nude, possibilmente giocandoci come se fosse uno yoyo e infilandosela al collo prima di andare a ballare con gli amici in discoteca. Niente di tutto questo succede, naturalmente, e la collana riuscirà solo a buttare un incantesimo potentissimo su una povera studentessa che starà malissimo per mesi.
Secondo tentativo: far entrare una bottiglia di vino avvelenato a Hogwarts, nella speranza che il prof. Lumacorno la regali a Silente che se la beva allegramente, possibilmente in una situazione di solitudine totale in cui nessuno dei maghi di cui Hogwarts pullula sia presente a dargli un bezoar - e stavolta è Ron che rischia di lasciarci la pelle, ma la bottiglia avvelenata nemmeno arriva nelle vicinanze dell'ufficio del preside.
Diciamo che come scassinatore Draco mostra delle notevoli potenzialità, ma come assassino non sembra destinato a conquistarsi una reputazione imperitura.
La sorte però gli concede un altra possibilità, quando Silente, completamente disarmato, si offre a lui senza opporre resistenza (dopo aver provveduto a pietrificare Harry che segue tutta la scena senza poter intervenire).
Quella di Silente è una mossa molto ardita ma con un nobile scopo: si tratta di "salvare un anima" (quella di Draco) rendendolo ben consapevole di non essere in grado di uccidere una persona indifesa. Per uccidere un mago esiste un solo incantesimo, ma richiede una grande forza mentale e soprattutto una grande determinazione. Draco comunque non riesce nemmeno a pronunciare la formula: rimanda, traccheggia, fa conversazione con Silente dei più vari argomenti, addirittura lo minaccia - ma non riesce nemmeno a provarci. Sarà Piton che alla fine farà il lavoro sporco, uccidendo Silente - e qui sarebbe interessante sapere se, quando ha accettato di fare il voto infrangibile in difesa di Draco, aveva previsto come sarebbe andata a finire. Verrebbe da pensare di sì, visto che  conosceva piuttosto bene il ragazzo, ma su quel che davvero pensa Piton l'autrice è molto, molto parca.

Ad ogni modo, se l'anima di Draco è salva, la famiglia Malfoy, dopo che il ragazzo ha fallito la sua seconda missione, non se la passa granché bene. A completamento del tutto Lucius riesce anche a bucare l'ultimo incarico che Voldemort gli affida, ovvero l'uccisione di Harry all'inizio del settimo volume.
Da quel momento la famiglia Malfoy è commissariata: Voldemort sequestra il lussuoso castello (che dalla descrizione sembra piuttosto una villa palladiana), ci pianta il suo quartier generale, si prende la bacchetta di Lucius (salvo poi scoprire che non funziona bene per lui) e non dimentica di fargli presente che è caduto nella più totale disgrazia ogni volta che gliene viene servito un pretesto. Impariamo così a conoscere un Lucius Malfoy assai umile e strisciante - la cui principale preoccupazione resta la sorte della moglie e soprattutto del figlio Draco.
Verso la metà dell'ultimo libro a villa Malfoy arrivano anche, in qualità di prigionieri, Harry, Hermione e Ron - un po' travestiti, d'accordo, e mascherati con qualche incantesimo di modesta durata. Tutti gli adulti presenti li riconoscono, sono quasi sicuri di riconoscerli... ma per una conferma si rivolgono a Draco. Che improvvisamente diventa l'essere più incerto della terra: non gli pare, non crede, forse, non saprebbe... 
Questo non basta a salvare i tre ragazzi, perché alla fine l'identificazione avviene comunque - ma Draco si rifiuta di consegnarli a Voldemort. Non è una presa di posizione aperta, piuttosto si ha l'impressione che  dentro di lui qualcosa si rifiuti di schierarsi con il lato oscuro della Forza, a dispetto delle circostanze, del retaggio familiare e dell'educazione ricevuta.
Qualcosa però, fino alla fine, impedisce comunque a Draco non dico di schierarsi contro Voldemort, ma almeno di rimpiattarsi cautamente per evitare ulteriori coinvolgimenti.
Non sappiamo cosa succede esattamente, ma ritroviamo Draco ad Hogwarts, con gli immancabili Tiger e Goyle al seguito, ben determinato a catturare Harry per poi consegnarlo a Voldemort. In una scena decisamente fiammeggiante, nella Stanza delle Necessità in versione deposito dei rifiuti, Draco insegue Harry (che a sua volta ha al seguito Hermione e Ron). Se riuscisse a catturarlo lo consegnerebbe davvero a Voldemort? 
Non lo sappiamo. Tutto lascerebbe pensare di sì, ma alla prova dei fatti Draco si è già defilato più di una volta. Ad ogni modo non solo non riesce a catturare Harry ma impedisce a  Tiger e Goyle di ucciderlo perché Voldemort lo vuole vivo. Una volta tanto però Tiger mostra qualche segno di vita autonoma e non solo dichiara (più o meno) che gli sembra più pratico ammazzare Potter senza farsi tante seghe, ma addirittura provoca un mostruoso incendio dove riesce a morire arso vivo. Il fuoco da lui scatenato distruggerà poi il quinto horcrux, mentre Draco (e pure Goyle) viene salvato non una ma addirittura due volte da Harry.
Nel frattempo Lucius Malfoy cerca di allontanarsi da Voldemort, con la scusa di andare ad uccidere Harry, e Voldemort glielo impedisce dicendo di aver capito benissimo che l'unica cosa che gli preme è controllare se suo figlio Draco sia ancora vivo (ed ha perfettamente ragione a dirlo) ma che insomma Draco si arrangiasse per conto suo e Lucius smettesse di rompere.

L'ultima scena in cui vediamo la famiglia Malfoy è di quelle che non si dimenticano: nella confusione più totale, dopo la Battaglia di Hogwarts, i signori Malfoy vagano alla cieca fino a raggiungere Draco, unica persona di cui gli interessi qualcosa in tutto quel casino. E, senza che nessuno abbia il coraggio di fermarli, i tre, finalmente riuniti, se ne vanno per i fatti loro. 
Illesi, tutti e tre. Altri saranno stati schiantati, avadakedavrati, impallinati, sepolti dai calcinacci, presi a pedate dalle armature, coperti di fatture di tutti i tipi; ma i Malfoy no, loro non si sono fatti nemmeno un graffio. Unico tra tutti i Mangiamorte, Lucius la scamperà, e probabilmente si installerà nuovamente nella sua bella villa palladiana (dopo qualche necessaria riparazione e qualche borsa di galeoni donata al Ministero per placare le acque).

In conclusione, Draco è il perfetto esempio di come un figlio affezionato si possa ritrovare per forza d'inerzia ad accettare una strada scelta per lui dalla tradizione familiare pur senza aver le caratteristiche necessarie per inserirsi nella tradizione in questione: certamente ha la stoffa del bulletto e del prepotente - e l'esempio del padre ha avuto senz'altro il suo peso in questo. Certamente non si tratta della settima rincarnazione di Francesco d'Assisi; ma, al contrario di molti che, come Fudge, pur non nutrendo particolari inclinazione verso le Arti Oscure accettano per opportunismo di compiere azioni anche molto malvagie (fregandosene con grande candore delle conseguenze di queste azioni) Draco, che consapevolmente e per retaggio è sinceramente convinto (almeno fino alla prima parte dei sesto libro) di essersi schierato dalla parte del Lato Oscuro, non riesce a compiere niente di conclusivo a favore di Voldemort. Proprio non ci riesce, non ce la fa. Qualcosa dentro di lui si rifiuta, qualcosa di più forte perfino dell'affetto e dell'ammirazione per il padre e la madre e della necessità di salvare il buon nome della famiglia o la stessa vita dei suoi genitori.
Draco insomma ha una coscienza, che dorme spesso di un sonno profondo ma che rivela con forza la sua presenza nei momenti in cui è più scomodo farlo. Oltre certi limiti il giovane Malgoy non riesce ad andare, al contrario di suo padre, che non risulta essere mai stato frenato da uno scrupolo in vita sua. Non si tratta degli effetti di una vera scelta, compiuta in piena coscienza; al contrario, sono scelte che oltrepassano la sua volontà apparente. Resta il fatto che le convenzioni non riescono a influire su di lui oltre un certo limite, e in assenza di una vera convinzione interiore Draco Malfoy si pianta come un mulo - o, a seconda di come si decida di vederla, svicola via.

venerdì 14 aprile 2017

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene - Roy Lewis


Com'è noto a tutti, un bel giorno i nostri coraggiosi antenati scimmie scesero dagli alberi ed assunsero la posizione eretta perché ormai era tempo di evolversi.
Ma evolversi come? E a che prezzo?
Non fu una passeggiata, questo va chiarito una volta per tutte. A raccontarci come andarono le cose è Ernest, un coraggioso uomo scimmia che ha partecipato in prima persona a quella dura fase dell'evoluzione, in una narrazione che è un commosso ricordo di suo padre Edward: è proprio Edward, infatti, il più grande uomo scimmia del Pleisticene.
Coraggioso e intrepido, grande osservatore, sperimentatore audace fino all'incoscienza - a lui dobbiamo infatti non solo la scoperta del fuoco, ma anche l'invenzione dell'incendio e financo del disastro ecologico - Edward non smette mai di osservare, sperimentare e inventare, guidando la sua piccola orda dai giorni bui della caccia a colpi di pietra, quando si trattava di contendere agli sciacalli gli avanzi di un leone sazio, fino alla caccia con le lame di quarzite e con le lance, alle caverne riscaldate col fuoco e al matrimonio esogamico (sì, proprio matrimonio. Perché, pensavate forse che nella preistoria copulassero soltanto?). 
I fratelli di Edward invece hanno inclinazioni artistiche, e assistiamo così alla nascita delle prime pitture rupestri, dei primi strumenti musicali e, naturalmente, della danza. C'è anche qualche sporadico tentativo di addomesticare qualche animale, ma la cosa è trattata per lo più come una specie di gioco, anche perché spesso si cerca di addomesticare l'animale sbagliato e senza sapere bene dove si vuole andare a parare una volta compiuta la domesticazione.
Visto che il romanzo è stato scritto nel 1960 non è sorprendente che le donne abbiano invece inventato soltanto la cucina, pur mostrandosi all'occorrenza eccellenti cacciatrici.
Meno scontata è la presenza di zio Vanja, eterno scontento degli usi moderni, perenne fautore del ritorno sugli alberi, sempre preoccupatissimo che le continue stravaganze del fratello Edward non mettano in pericolo l'equilibrio naturale finendo per condurre tutti alla catastrofe, ma assiduo frequentatore della sua caverna, dove trova sempre una dispensa assai ben fornita che gli permette di integrare la sua dieta spartana a base di bacche, semi, germogli, insetti e piccolissimi animali.
I nostri antenati cavernicoli non erano ignoranti: oltre alle indispensabili conoscenze sulle tracce e gli usi e costumi di prede e predatori avevano anche nozioni tutt'altro che rudimentali di storia (futura), di geografia moderna, di antropologia e di genetica; praticavano poi la speculazione filosofica e l'arte senza tempo delle lamentele: regolarmente infatti Edward si vede rimproverato di fare invenzioni inutili, o pericolose, o pericolosamente inutili nonché inutilmente pericolose, ma soprattutto non abbastanza rifinite e raffinate - del resto è noto che l'ingratitudine nasce con l'uomo.
La religione invece deve ancora arrivare: a parte zio Vanja che mostra di avere un qualche embrione del concetto di hybris, la speculazione filosofica avviene nell'ambito di una concezione assai razionale del mondo, senza particolare interesse a eventuali esseri superiori che possano aver creato l'universo - anche se, naturalmente, c'è qualche traccia di superstizione qua e là.
E dunque da questo bel romanzo storico ricaviamo un quadro vivo e verosimile della vita quotidiana nelle caverne, fuori dalle caverne e durante le migrazioni, condito naturalmente con molte conversazioni accanto al fuoco e con la nascita delle prime storie, che spesso sono il racconto più o meno realistico delle prime imprese compiute da questi nostri antenati innovatori.
Il racconto è appunto la storia delle imprese di Edward, e con la morte di Edward (che avviene con un mirabile colpo di scena che mi guarderò bene dal rivelare) si chiude, concludendo così anche l'epoca del Pleistocene - che proprio lo stesso Edward, verso la metà del libro, cerca di quantificare chiedendosi quando si concluderà.

Spigliato, molto divertente e con più di un tocco surreale, il romanzo è difficile da inquadrare in un genere. Certamente non è fantasy né thriller né romanzo di formazione o romantico, anche se contiene qualche elemento di tutte queste modalità letterarie; certamente non può essere un romanzo storico, dal momento che è totalmente ambientato nella preistoria. Potremmo forse inserirlo nel filone biografico e autobiografico, anche se naturalmente manca del tutto la parte documentaria e l'intera vicenda è filtrata dal punto di vista del narratore; ma forse il suo vero posto è sullo scaffale dei racconti di avventura.
Si tratta comunque di un volume di non eccessiva lunghezza, scorrevole ma piuttosto denso di contenuti. Può essere apprezzato a qualsiasi età dai quindici anni in su e può essere letto anche nei ritagli di tempo o alternandolo a letture di tipo diverso. In ogni caso è divertente e anche molto divertito.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro una felice e proficua evoluzione a tutti noi - perché di evolversi è sempre tempo, ed è un lavoro che non smette mai di essere tanto impegnativo quanto appagante  - oltre a una felice e luminosissima Pasqua in un tripudio di fiori e di sole. 
Quanto alle letture, conto di dedicare buona parte di queste vacanze a tre dei consigli dei passati Venerdì del Libro, che sembrano promettere uno meglio dell'altro.

sabato 1 aprile 2017

Un azalea e due mazzi di fiori


Stamattina sono tornata a scuola, in base al principio che "meglio di Sabato, che poi c'è la Domenica e mi riposo e Lunedì sono più pronta". 
Ero già passata a scuola la settimana prima per salutare le classi e spiegargli che, anche se rientravo il Primo Aprile NON sarebbe stato un pesce d'Aprile, ma che purtroppo non avevo vestiti con pesci disegnati e nemmeno orecchini a pesci - nonché per avvisarli dei libri che avrebbero dovuto portare. 
Avevo ricevuto da tutti un accoglienza assai festosa che mi aveva fatto molto piacere.
Niente però mi aveva preparata a quel che ho trovato oggi.

Nella Seconda, dove avevo le prime due ore, mi hanno chiesto di aspettare qualche minuto prima di entrare.
Al mio ingresso, accolto da un coro di saluti festosi, oltre a una  trionfale  scritta di bentornata alla lavagna scritta con gessetti colorati (rigorosamente in colori primaverili) ho trovato:
- una pianta di azalea da parte di tutta la classe, con pulcino di pelouche e coccinella avvolta nel tulle rosa
- la classe piena di palloncini mignon in colori primaverili (uno per ogni alunno, qualcuno attaccato qua e là, uno per me)
- la parete in fondo ornata da cartoncini di bentornata, uno per ogni alunno, ognuno con una scritta personalizzata.
In Terza, dove avevo le ultime due ore oltre al solito avviso di bentornata alla lavagna scritto con gessetti colorati c'erano ad aspettarmi
- un mazzo di diciotto rose da parte di tutta la classe
- un altro mazzo con un girasole e varie margherite colorate da parte di un singolo alunno (che aveva anche partecipato al mazzo di rose)
- un cartellone di "Bentornata Prof" (dove le O avevano le orecchie e la coda da gatto) attaccato alla cattedra decorato con sagome di gattini, ognuna decorata individualmente e con firma sotto, e in mezzo una foto della classe
- e un lungo applauso.
Nel saluto alla lavagna c'era anche scritto che gli erano mancati i miei "CHOMP!" (onomatopea con cui sono solita descrivere uno stato che ne ingloba un altro invadendolo) e i miei "GLOM" (onomatopea che uso in caso di particolare stupore).
La Seconda dove faccio solo Geografia si è limitata all'avviso colorato sulla lavagna e ai saluti festosi.

So che in casi del genere usa commuoversi, ma io non sentivo alcun cenno di lacrime formarsi sulle mie ciglia.
Ero solo contenta come una bambina alla sua festa. Ma proprio tanto tanto CONTENTA. Con il tradizionale sorriso da un orecchia all'altra.