Il mio blog preferito

sabato 31 dicembre 2016

Aspettando il 2017



Felice notte del passaggio
mentre il drago di buon augurio 
 raccoglie la polvere e le lacrime
e illumina le tenebre 
aprendo la strada 
a quel che verrà.

Guerre Stellari

La fine dell'anno ci ha privati dell'attrice, scrittrice  e sceneggiatrice Carrie Fisher,
che da giovane è stata un adorabile principessa Leila (o Leia, per il resto del mondo)

Oltre ai film dedicati al Natale per me  esiste anche la vasta categoria dei Film Che Ho Visto A Natale e che nel mio cuore sono indissolubilmente legati al periodo natalizio - ad esempio la trilogia dello Hobbit, i primi Harry Potter... e Guerre Stellari.
Quando arrivò in Italia, nel lontano Dicembre 1977, se ne era fatto un gran parlare per il gran successo che aveva riscosso l'anno prima negli USA.
Il 26 Dicembre, dopo un pranzo di Santo Stefano che chiudeva una seduta piuttosto pesante con taluni parenti, mio padre suggerì di andare al cinema. 
L'idea piacque molto perché, anche se andare negli affollatissimi cinema nei giorni delle feste non era mai stata nostra abitudine, la famiglia Shikibu desiderava ardentemente un po' di svago dopo due giorni in trincea, e un po' di fantascienza d'avventura sembrava proprio quel che ci voleva.
Trovammo miracolosamente posto in una sala piena come un uovo e partì la celebre fanfara mirabilmente eseguita dalla London Symphony Orchestra (e il fatto che una grande orchestra avesse eseguito la colonna sonora all'epoca aveva fatto assai notizia).
Si chiamava Guerre Stellari, in italiano, anche se il titolo originale lo conoscevamo tutti; e non si parlava minimamente di Quarto Episodio (la cosa venne fuori solo con i film successivi) né alcun sottotitolo annunciava "una nuova speranza": anche quello arrivò parecchio dopo.
Alla fine la platea applaudì - cosa che, fino a quel momento, al cinema non aveva mai visto fare.
Il film fu per noi come pioggia vivificante dopo una lunga siccità e ce lo bevemmo con entusiasmo. Dietro l'apparenza di una scenografia nuovissima di cui nessuno ci spiegava niente c'era in realtà una storia molto semplice e conosciuta da tutti: una Principessa da salvare, un Eroe che ancora non sapeva di essere un eroe, un Avventuriero che era anche lui un eroe ma non voleva farlo sapere troppo in giro perché aveva una reputazione di avventuriero da difendere*, e una fortezza indistruttibile (che nessuno spettatore ha mai dubitato che sarebbe stata distrutta) più un Cattivo di grandissima abilità paludato con grandi paludamenti neri e un Saggio Maestro in abiti francescani. E le spade laser. Vedere le spade laser e riconoscerle come qualcosa che in cuor tuo hai sempre saputo che esiste fu tutt'uno. Come contorno alcuni Fedeli Servitori dalle grandi capacità: uno in pelliccia dai tratti vagamente leonini, e due meccanici; il più bravo naturalmente era il più piccolo, una specie di simpatico botoletto che, a ben guardare, era quello che risolveva sempre le situazioni più critiche.
Una fiaba, in pratica, ambientata nel futuro. In effetti era fantasy, ma nessuno la chiamava così perché in italiano ancora la parola non esisteva.
Il Saggio Maestro muore combattendo un elegante duello contro il Cattivo dopo averlo avvisato: "Se mi distruggi, io tornerò più forte di prima". Per me, che mi ero già letto quattro volte Il Signore degli Anelli la cosa era più che normale, e solo qualche anno dopo realizzai che mi ero aspettata di veder risorgere Obi Wan Kenobi il Bianco - il che in effetti non avvenne mai. Comunque il concetto base lo capivo.
Ancor meno mi sorprese che la Morte Nera venisse distrutta dall'interno, centrando l'unico punto vulnerabile. Mancava l'Anello, ma anche lì il concetto base era lo stesso. E trovai assolutamente squisiti i duelli aerei.
Due giorni dopo mi precipitai a rivederlo con l'amica del cuore, sempre in un cinema decisamente strapieno, e nel pomeriggio del 31 Dicembre tornai a vedermelo per la terza volta (raccattando fortunosamente un posto in fondo alla fila) ripromettendomi comunque di rivederlo ogni volta che me ne fosse stata data l'occasione - cosa che da allora ho sempre fatto.
Il film finisce con una grandiosa premiazione dei tre eroi (anche il Servitore Leone viene ben medagliato, e a buon merito).

All'epoca non usavano i film a puntate, e l'episodio era autoconclusivo. Soltanto più di un anno dopo sentii dire che stavano lavorando al secondo, anzi al quinto perché quello che conoscevamo era in realtà il quarto. Con ancor più grande sorpresa scoprii che la Principessa non era riservata all'Eroe, ma all'Avventuriero.
In effetti, nel primo film sembrava chiarissimo che la coppia sarebbe stata quella della Principessa e dell'Eroe: tanto per cominciare si baciavano due volte, e una volta detto questo non c'era motivo di indagare oltre - ma in verità tutto il film pullulava di indizi in tal senso. A quanto si sa Lucas cambiò idea in proposito solo tra il primo e il secondo film; la teoria della mia fida compagna di banco Sary, anni dopo, fu che dopo un rapido sondaggio tra le spettatrici Lucas si era reso conto che nessuna donna sana di mente si sarebbe posta il problema di una scelta tra Harrison Ford e chiunque altro, e solo qualche ragazzina di non più di sedici anni avrebbe potuto vedere la cosa diversamente.
I tre possibili pretendenti per la principessa Leila. 
Chi avrà scelto, secondo voi?

Così venne deciso che l'Eroe e la Principessa fossero fratelli gemelli divisi alla nascita o quasi.

Ma torniamo alla Principessa da salvare.
Non era la solita Principessa da salvare, si salvava parecchio da sola. Questo era relativamente insolito in quel tipo di intrecci, ma eravamo nella seconda metà degli anni 70 e anche le Principesse stavano cambiando, con l'arrivo del femminismo. La Principessa che affronta impavida i pericoli, usa le armi con destrezza e gestisce importanti incarichi diplomatici oltre ad essere un importante capo della Resistenza non era più tanto fuori dagli schemi
Comunque si trattava di una ragazza molto efficiente e, prima di farsi catturare, tenta di salvare la sua missione mettendo in salvo il Servitore Piccolo, che ha nella memoria tutti i piani della Fortezza Indistruttibile:
aiutata da una buona dose di fortuna, riesce a mandare il Servitore Piccolo dal Saggio Maestro, che riuscirà a salvare lei, i piani della Fortezza e anche a radunare chi distruggerà la Fortezza in questione - ma del resto anche le più fortunate coincidenze della galassia devono ben avere qualcuno o qualcuna che le metta in moto.

Di sicuro Leila (nel resto del mondo era Leia, ma sorvoliamo) aprì la strada a una serie di eroine molto intraprendenti e fornì lo stampo per un tipo di personaggio femminile abbastanza nuovo. Per lei avevano studiato un look molto particolare, con un vestito candidissimo e assai lungo che mette in rilievo dei movimenti molto aggraziati e misurati, una pettinatura assolutamente assurda con delle specie di ciambelle laterali e un trucco apparentemente molto leggero, quasi inesistente.
La pettinatura del primo film passò alla storia, e rese molto facile disegnare la Principessa con pochi tratti
per esempio nei meravigliosi fumetti di Jeffrey Brown, molto successivi.
Già nella scena finale del film optarono per delle trecce raccolte in crocchia, e nei film successivi a volte la tennero perfino con i capelli sciolti. 
Anche se l'immagine più consueta raffigura Leila con i capelli pettinati a girelle sulle orecchie.
Ho guardato volentieri gli altri due film della prima trilogia, ma per me il mondo di Star Wars resta legato soprattutto al primo film; dei primi tre episodi non ho voluto sapere né tanto né poco - anche perché, per forza di cose, mancavano i tre personaggi principali della seconda trilogia (quella cioè che per noi spettatori è stata la prima anche se in realtà era la seconda che però è stata pensata per prima).
E non ho assolutamente capito perché gli sceneggiatori della terza trilogia abbiano dato un seguito così malinconico alle vicende dei due eroi e della Principessa.

Insomma sì, per me l'universo di Star Wars è legato soprattutto alle vicende della distruzione della Morte Nera.

*e che spara per primo per eliminare il sicario di un creditore troppo insistente. Né all'epoca nessuno lo criticò per quello, anche perché il sicario era decisamente antipatico. Ci tengo a precisare che NON sono di quelli che guarda dall'alto in basso al politically correct, ma un avventuriero ha come primo requisito essenziale quello di mantenersi vivo, e pretendere che segua il codice cavalleresco sennò non è un vero eroe e dà il cattivo esempio mi sembra un delirio allo stato puro, anche perché un Eroe senza macchia nel film c'è già, e compie il suo lavoro nel più immacolato dei modi.

lunedì 26 dicembre 2016

Lunedì Film - Nightmare Before Christmas (Film per le medie)


Esistono molti film di Natale, e ai miei occhi sono uno più orripilante, diabetico e insulso dell'altro; non pretendo di essere un autorità in materia, perché quando vedo la minima traccia di un film ad argomento natalizio scappo di gran carriera, e quindi può darsi che parli mossa solo da pregiudizio, senza contare che ognuno ha diritto ai suoi gusti, per orripilanti che siano.
C'è però una luminosa eccezione, ed è Nightmare before Christmas, tratto nel 1993 da un soggetto di Tim Burton, realizzato non a cartoni animati ma con la tecnica dello stop-motion (che dalle descrizioni che ho letto dovrebbe dare assoluta garanzia per la santificazione ancora da vivi) ovvero riprendendo pupazzi fatti a mano fotogramma per fotogramma, per la regia del pazientissimo e bravissimo Henry Selick.
Credo che la contaminazione tra Halloween e Natale (e, si badi bene, il Natale statunitense, al cui confronto il nostro è una sobria ricorrenza vissuta con animo penitenziale e assai spartano) sia appunto una delle chiavi della riuscita della storia, perché la melassa natalizia risulta felicemente stemperata da scheletri, ragnatele e mostriciattoli vari.
La vicenda è piuttosto semplice: il mondo di Halloween viene improvvisamente a contatto con quello di Natale, e il re di Halloween, uno scheletro assai fascinoso a nome Jack Skelleton (in italiano Jack Skeletron):


decide non solo di importare il Natale di Halloween, ma di sostituirsi a Babbo Natale in persona, su una slitta trainata da renne-scheletro e guidata dal cane-fantasma Zero in un immagine di quelle che non si dimenticano:


L'arrivo del nuovo Babbo Natale in versione scheletro sconvolge gli umani, che non trovano di meglio che reagire con la contraerea, abbattendo così il singolare gruppo.
Naturalmente uccidere scheletri e fantasmi non è cosa alla portata di nessuna contraerea, nemmeno di quella statunitense. Così Jack e Zero ritorneranno alla città di Halloween un po' rinsaviti, e Jack coronerà il suo sogno d'amore con la bambola di stracci Sally

che sin dall'inizio l'aveva avvisato che l'idea era destinata a finire in un disastro.
Il film in sala non ebbe poi questo gran successo, ma col tempo diventò un classico assai apprezzato e produsse infinita infinità di gadget di vario tipo, tanto che i personaggi sono conosciutissimi anche dalle giovani generazioni.

I personaggi, ma non il film. Per motivi che sfuggono alla mia debole mente il film non viene mai riproposto in televisione né in tempo di Natale né in tempo di Halloween, e le nuove generazioni non lo conoscono, a meno che solerti insegnanti o accorti genitori non abbiano provveduto a farglielo conoscere.
Eppure ai ragazzi piace in modo inverecondo, e l'incantesimo scatta già nei primi secondi quando la città di Halloween si presenta in quella che è diventata una canzone molto famosa. Già, perché tra le tante belle cose che ha questo film c'è anche una colonna sonora di gran pregio:


C'è di più: in Italia hanno fatto un doppiaggio davvero eccellente, dove la parte di Jack Skelleton è stata assegnata a Renato Zero (che in quel personaggio deve essersi discretamente riconosciuto). Dotato di una capacità espressiva, di una voce e di un estensione davvero fuori dalla norma, Zero canta il ruolo di Jack nel migliore dei modi possibili, e decisamente meglio dell'interprete originale*. Il risultato è che, una volta tanto, l'edizione italiana è meglio di quella originale anche e specialmente nella parte cantata, che di solito rappresenta un punto debole nei cartoni animati doppiati.
Purtroppo non posso postare i video con le canzoni cantate da lui, perché in questo momento su YouTube esse sono assolutamente sparite (immagino per i soliti stupidissimi motivi di copyright di cui si ricordano ogni tanto nei momenti meno opportuni per me).

Insomma, davvero non c'è motivo di negare la visione di questo bel film ai nostri figli e nipoti. Eppure, tutte le volte che l'ho proposto (partendo dalla prima, in cui la mia intenzione iniziale era di fargli un piccolo amarcord prenatalizio di un film sempre godibile anche dopo parecchie visioni) ho trovato sì molto entusiasmo e apprezzamento, ma una totale ignoranza dell'oggetto in questione.
Insomma, ho finito per convincermi che far vedere alle classi Nightmare before Christmas, prima ancora che un piacere sia un preciso dovere visto che la scuola ha da acculturare le nuove generazioni.
Naturalmente è possibile che il mio sia un caso particolare e che un curioso destino mi abbia assegnato le poche classi italiane che non han mai visto questo capolavoro; comunque è chiaro che esistono delle fasce di popolazione che non sono mai entrate in contatto con questo film.


Difficile comprendere il motivo: nonostante la massiccia presenza di mostri e mostriciattoli il film non è affatto spaventoso; i personaggi non sono negativi, Jack è un gentilscheletro che soffre la monotonia della vita, ma con garbo e dignità, e l'unico abitante di Halloween che sembra effettivamente cattivo è il Babau; la storia d'amore è narrata con delicatezza ma senza troppo zucchero, la vicenda è a lieto fine e non ci sono messaggi violenti o vendicativi.

Già, il messaggio del film. L'ultima volta in cui l'ho visto con i ragazzi, pochi giorni fa, mi sono improvvisamente domandata se ce ne fosse uno e mi sono risposta che sì, certamente: maneggiare archetipi così forti si porta comunque dietro un significato, probabilmente più di uno. L'idea di Jack di fondere Halloween e il Natale non è sbagliata di per sé, ma forse è stata messa in pratica con troppa precipitazione, senza riflettere e senza preoccuparsi di ammorbidire un po' il terreno da una parte e dall'altra: le culture non devono incontrarsi per decisione di un singolo despota illuminato, ma con un moto spontaneo della base e con un tempo di adattamento - altrimenti scatta la contraerea, che comunque non basta a risolvere il problema. Di fatto, mettere qualche goccia di zucchero dentro Halloween e un tocco scheletrico nel Natale sembrerebbe una scelta vincente, mentre rimpiazzare Halloween con Natale** può essere troppo brusco, e comunque il mondo di Halloween ha un identità troppo forte per lasciarsi sopraffare senza lasciare tracce.

Rimane il Grande Dilemma: è un film da vedere ad Halloween o a Natale? 
Personalmente tendo a considerarlo un film natalizio: la maggior parte dell'ambientazione si svolge nella città di Halloween, ma la vicenda è legata a Natale. Tuttavia sotto Halloween non è certamente fuor di posto, anche al di là della banale considerazione che un buon film è sempre al suo posto in qualsiasi momento dell'anno si decida di vederlo.
Infine, tra i suoi infiniti pregi, questo film comprende anche una felice brevità: 75 minuti. Bastano una coppia di ore consecutive o anche due ore separate con due sedute di 40 minuti l'una. E il successo di pubblico è assolutamente garantito.

*Non è l'interprete originale che è scarso, è Renato Zero che qui è davvero superlativo. 
**Tim Burton ha avuto l'ispirazione per questa storia guardando i commessi di un magazzino che rimpiazzavano gli articoli legati ad Halloween con quelli di Natale - e in effetti la storia racconta esattamente quello.

domenica 25 dicembre 2016

Buon Natale 2016


La questione naturalmente è più complessa.
Qui potete trovare un accurata sbufalatura degli dei che col 25 Dicembre c'entrano il giusto, e anche di quelli che dei non sono nemmen per sbaglio (come Buddha o Eracle).

Va da sé che gli auguri sono anche per i comuni mortali, in qualsiasi giorno siano nati.
Champagne e felicità per tutti!

(e un omaggio al compianto George Michael, 
che ha scelto proprio questo giorno per lasciarci.
Grazie di tutto, amico):


sabato 24 dicembre 2016

Notte di Natale 2016



Tanti auguri di pace
 e di serenità nella notte 
più candida dell’anno, 
in attesa delle magiche 
signore renne

venerdì 16 dicembre 2016

Mary Stewart - La grotta di cristallo


Comprai questo libro al terzo anno delle superiori, all'inizio delle vacanze di Natale, dopo averlo a lungo soppesato e corteggiato nell'ormai defunta libreria Marzocco. Caso insolito, mi era piaciuta molto anche la copertina, o meglio la sovraccoperta, così medievale e anche un po' liberty (è quella a destra).
Per molte volte la Rizzoli l'ha ristampato, aggiornandolo con delle copertine una peggio dell'altra.
Qualche mese fa è ritornato in libreria, nella stessa edizione ma per la casa editrice elliot, che per l'occasione l'ha dotato di una copertina piuttosto decorosa - il che purtroppo non è cosa che si veda spesso, oggi come negli anni 70.

E' a questo libro che devo la mia prima notte bianca passata a leggere: fino a quel momento la mia tenera età e la debolezza della carne mi avevano sempre fatto crollare al massimo alle tre di notte, ma stavolta abbandonai la partita solo poco prima delle sette, quando ormai da tempo l'alba biancheggiava lietamente mentre io sprofondavo infine in un meritatissimo sonno.
Il giorno dopo ero piuttosto rintronata e completamente avvolta in una magica atmosfera un po' celtica, un po' britannica e anche molto germanica - una sensazione piacevolissima.
Da allora questo libro rappresenta per me la lettura natalizia per eccellenza, anche perché non credo di averlo mai letto in altri periodi; ma del resto Artù è molto legato al Natale cristiano: è a Natale che è nato, fu a Natale che secondo molte versioni venne incoronato dopo aver estratto la spada dalla roccia, senza contare che il buon Mitra, uno dei tanti dèi legati al solstizio d'inverno, imperversa non poco nella versione che la Stewart dà di questa leggenda.

Di tutti i rifacimenti moderni della leggenda di Artù, questo è sempre stato di gran lunga il mio preferito e mi è sempre parso di qualità assai superiore alle molte altre che ho letto, spulciato o scorso distrattamente con un buon fondo di irritazione - in cuor mio anzi la considero la vera versione, quella giusta.
E' anche l'unico libro dove ho ritrovato un eco di Tolkien, proprio nel tipo di scrittura e di stile - per esempio la descrizione dettagliatissima dei paesaggi e della vegetazione, che di solito mi annoia a morte ma qui no - probabilmente perché entrambi gli scrittori trattano le piante come esseri viventi partecipi della magia dei luoghi e delle atmosfere.

E' una trilogia, appunto: il primo libro apre col concepimento di Merlino e chiude con quello di Artù, il secondo apre la mattina seguente e chiude con la proclamazione di Artù come re della Britannia, il terzo mette insieme la storia di una parte del regno di Artù. Sono tre bei libri, ma questo resta il mio preferito.
Il romanzo ha un bellissimo andamento circolare, con la vicenda che si avvolge in grandi spirali.
La grotta di cristallo è una piccola cavità interna ad una grotta più grande, presso una fonte. Nella grotta di cristallo Merlino avrà alcune delle visioni più importanti della sua storia, ma è nella grotta più grande che viene concepito, prenderà lezioni dal suo maestro Galapas e tornerà a vivere nei vari intervalli in cui dei, presagi e re di Britannia lo lasciano in pace.
Siccome è un mago e un veggente vedrà (o meglio rivedrà) la conversazione  che i suoi genitori ebbero prima di concepirlo. Il romanzo si apre appunto con quella conversazione, ma il lettore capisce solo per gradi chi sono quel ragazzo e quella ragazza, entrambi di stirpe regale, ingannato anche dall'abile gioco dei nomi nelle varie lingue.
Mary Stewart si occupa della prima leggenda, quella originale, precedente ai rifacimenti francesi scritti dall'undicesimo secolo in poi. L'Artù di cui si parla, se davvero è esistito dovrebbe averlo fatto nel sesto secolo dopo Cristo. Abbiamo dunque un bel quadro dell'alto medioevo, quando ancora l'impronta romana era molto forte; inoltre facciamo la conoscenza di un giovane Merlino (davvero giovanissimo, all'inizio della storia), scopriamo com'è nata la leggenda che lo vuole figlio di un demone e di una ragazza virtuosa e nella vicenda il vero padre di Merlino e re Uther hanno ruoli molto importanti. Ci sono riti pagani (anche druidici), c'è Mitra e ci sono anche un po' di cristiani - che non sempre fanno una grandissima figura (ma nemmeno i druidi, per la verità). Ci sono anche molte stelle, un po' di draghi metaforici (salvo quelli smaltati sulle spille o disegnati sui vessilli) e grande abbondanza di visioni ma Merlino è anche un medico e un ingegnere, che saprà ricostruire la Danza dei Giganti e illuminare la tomba di suo padre col primo raggio del solstizio d'inverno, nonché un abile ideatore si stratagemmi: la storia del magico concepimento di Artù è insieme molto più magica e più romanzesca della versione tradizionale.
Il romanzo ha un bel ritmo, è molto avvincente e ha esattamente la lunghezza che deve avere, non una riga di più o di meno.
Una lettura perfetta, per il solstizio più magico dell'anno.

Con questo post partecipo al Venerdì dl Libro di Homemademamma più natalizio dell'anno e auguro a chiunque passi di qua buone feste e, naturalmente, un bellissimo solstizio ricco di luci, canti e soprattutto molta magia.
Niente e nessuno, nemmeno una dichiarazione formale in carta da bollo di Al Stewart in persona, potrà mai convincermi che la prima scena del romanzo non abbia ispirato questa bella canzone, scritta e cantata alla fine degli anni 70:

giovedì 15 dicembre 2016

Nudisti vs boxer (e l'educazione all'affettività non c'entra)

Non tutti i boxer sono mutande.

Dopo sforzi inauditi e a un passo dall'arrivo delle renne, finalmente anche il secondo volume de I nodi del tempo sta finendo, e per quanto ami quel libro devo ammettere che l'idea di concentrare in un luuuungo, interminabile capitolo la storia europea della seconda metà del XIX secolo dopo aver cazzeggiato col Risorgimento e l'Italia ormai unificata con brevi capitoletti presenta degli inconvenienti, soprattutto psicologici, perché l'impressione è quella di non arrivare mai alla meta.
Ad ogni modo questa sembrerebbe davvero l'ultima lezione, e c'è da affrontare solo due cosine da nulla, ovvero Stati Uniti e Giappone più Cina.
Dopo una lunga disquisizione su schiavismo, industrializzazione, conquista del West e triste e ingiusta sorte degli indiani, affronto infine la guerra di secessione, raccomandandomi però, se decidono di portarla all'esame, che evitino di confondersi come successe a un alunno di Hogsmeade che, con grande divertimento della commissione, parlò dello scontro tra nudisti e sudisti.
La Terza Effervescente apprezza molto la raccomandazione, e si diverte a immaginare uno scontro tra nudisti che vogliono stare nudi in spiaggia e i nordisti che cercano di impedirglielo.

Una volta concluse le vicende dei nudisti americani, passo a Cina e Giappone, di cui in verità il libro dice ben poco.
"Tra l'altro non si accenna nemmeno alla guerra dei Boxer, e non se ne parla nemmeno nel libro di Terza, almeno non nei primi capitoli. E' strano, un manuale così completo..."
"Guerra dei Boxer?" mi chiedono, assai divertiti.
"Sì, anche a me vengono sempre in mente queste schiere di cani che vanno all'attacco..."
"Ma avrebbero dovuto combattere contro i nudisti!" osserva qualcuno.
E perché mai, mi domando, dei bravi cani, pur se combattenti, dovrebbero infastidire dei rispettabili nudisti?
Guardo perplessa la classe che si scambia commenti e cenni d'intesa finché la parola magica mutande mi ricorda finalmente che boxer in italiano ha ben tre significati - anzi quattro, contando anche i rivoltosi cinesi di cento e passa anni fa.
"Ma sì" spiega Faramir "I nudisti vogliono restare nudi e invece i boxer li combattono perché vogliono essere indossati".
"Indubbiamente un conflitto inusuale, e meritevole di essere studiato" convengo "Finalmente qualcosa di diverso dalle solite e banali guerre di conquista e di indipendenza".
Tuttavia, mentre scendiamo le scale per andare incontro al fine settimana, mi domando se è stata una buona idea raccontare quella storia dei nudisti: perché l'inconscio è perfido, e se in pieno colloquio d'esame qualche integerrimo alunno della Terza Effervescente inciamperà in un lapsus raccontando la guerra civile che contrappose gli unionisti ai confederati, inanellando strane storie di nudisti costretti a forza a indossare biancheria intima, allora sarà solo e soltanto colpa mia (e non sarà affatto semplice spiegarlo al resto della commissione).

sabato 10 dicembre 2016

#ioleggoperché: niente di meglio di un Buon Classico

Gatti e lettura: un rapporto talvolta controverso

Il 15 Novembre sono apparsi i numeri definitivi dell'operazione di #ioleggoperché dedicata alle biblioteche scolastiche: nulla di travolgente ma certo molto meglio di quanto sembrava nel primo post che gli avevo dedicato.
Nel frattempo c'è stato qualche sviluppo per St. Mary Mead che rende onore alla saggezza del proverbio vichingo che esorta a non dire male di una giornata finché non è conclusa.
Infatti un bel giorno nella mia casella postale apparve una mail dalla Feltrinelli RED di Firenze (una delle librerie con cui avevo gemellato la scuola), che mi chiedeva di andare a ritirare i libri che erano stati acquistati per noi.
Inizialmente rimasi sorpresa, poi ricordai che la stessa organizzatissima Feltrinelli RED aveva a suo tempo mandato una circolare a tutti noi solerti bibliotecari spiegandoci come aveva organizzato tutto l'evento, preparando tra l'altro una rastrelliera con i libri più richiesti dalle scuole*. Mi dissi quindi che parimenti dovevano avere mandato una circolare a tutti indistintamente perché passassero a ritirare i loro libri.
Invece, quando passai da loro la settimana seguente, scoprii con mia infinita sorpresa che ben quattro famiglie di St. Mary Mead erano andate a prendere un libro ciascuna per la nostra biblioteca. Guardando con attenzione piazza della Repubblica (dove si trova la Feltrinelli RED) che in questi ultimi anni è molto cambiata, mi sono accorta che un giro di compere a Firenze può portare molto facilmente fin là e che dunque non era così strano che da St. Mary Mead i genitori più spendaccioni (nel nostro caso: munifici) avessero preferito la caotica libreria fiorentina alla paciosa ma molto efficiente libreria di Lungacque.
#ioleggoperché li aveva forniti di un adesivo enorme su cui scrivere qualche considerazione sulla lettura, e tre di loro l'avevano usato, coprendo con ciò una buona metà della quarta di copertina. A nessuno di loro comunque era venuto in mente di firmare anche col cognome, così i libri adesso risultano inventariati come "dono di #ioleggoperché", il che un po' mi secca ma non sapevo come altro fare.

Ma veniamo al dunque. Cosa hanno comprato questi generosi donatori?
Ho aperto la borsa di carta di Feltrinelli e in cuor mio ho smoccolato alquanto:
* Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne
* Il gran sole di Hiroshima di Karl Bruckner
* Il giardino segreto di Frances Burnett
* Bar Sport di Stefano Benni
Ventunesimo secolo, non pervenuto.
In pratica, quattro classici: due dell'Ottocento e due del Novecento.

Forse ho qualcosa contro i classici?
No: Il giardino segreto è sempre stato uno dei miei romanzi preferiti e Il gran sole di Hiroshima ha illuminato e anche istruito la mia infanzia.
Di Verne per la verità non ho mai letto nulla, anche se questa potrebbe essere un occasione per rimediare; e Bar Sport non mi è piaciuto - ma immagino sia un limite mio, perché molti lo trovano assai divertente**. Se non altro però Bar Sport costituiva una novità per la nostra biblioteca, perché è l'unico dei quattro che non avevamo già.
Perché proprio questo è uno dei problemi con i classici per ragazzi dell'Ottocento: è facilissimo trovarli in regalo, e infatti ne abbiamo una discreta quantità, in ottimo stato e in belle edizioni complete e ben rilegate. Addirittura di alcuni titoli ho copie in ottimo stato non catalogate perché già disponevamo di due esemplari e cominciamo ad avere problemi di spazio. Ma è rarissimo che qualcuno li prenda in prestito.
Perché questo è il secondo problema con i classici dell'Ottocento: ai ragazzi non interessano se non (a volte) dopo paziente e accorta attività dell'insegnante che li indirizza abilmente.

Il canone cambia col passare del tempo. Fa parte dei fatti della vita. 
Al momento le nuove generazioni si ingegnano quanto possono di scansare i classici dell'Ottocento - sì, proprio quelli con cui noi amanti della letteratura siamo cresciuti. Al più ne leggono uno ogni tanto a titolo di curiosità. Ma scordarsi di vederli scalpitare intorno agli scaffali di Stevenson, Twain e Malot.
So che questo causa grande dispiacere agli adulti. Non a me, che trovo l'evoluzione dei gusti un segno di vitalità culturale e sostengo che il cliente ha sempre ragione. Non credo ai libri indispensabili (probabilmente non è del tutto indispensabile nemmeno Shakespeare) e forse non credo nemmeno all'indispensabilità dei libri; credo invece fermamente ai libri che piacciono.

In realtà, come ho poi scoperto in biblioteca, in questo caso ha avuto ragione anche il cliente-genitore: perché della Burnett avevamo sì due belle copie in ottima edizione del Piccolo Lord, ma solo un esemplare molto gualcito del Giardino Segreto, per giunta in edizione scolastica e piena di insulsi esercizi, e altrettanto dicasi per Il gran sole di Hiroshima, e anche Ventimila Leghe sotto i mari c'era, sì, ma era un edizione ridotta e che per giunta stava cadendo a pezzi. Adesso abbiamo delle belle copie nuove e croccanti, che resteranno probabilmente tali ancora a lungo (ma va detto che il Giardino Segreto, oltre che un classico per le vecchie generazioni è anche piuttosto gradito dalle nuove).

In cuor mio però alberga una certa perplessità: i nostri bravi quattro genitori sono venuti decisi ad acquistare quei libri, o hanno preso qualcosa dalla rastrelliera dedicata a #ioleggoperché?
E in quel caso, che gioco hanno giocato alla Feltrinelli RED? Possibile che l'unica biblioteca scolastica del granducato fornita di una ricca sezione di classici sia proprio quella di St. Mary Mead, e che tutte le altre implorassero per avere le ventimila leghe sotto i mari e il giardino segreto, di cui sarebbero altrimenti state sprovviste?
Probabilmente lo scopriremo vivendo.
Intanto resta in sospeso la questione del raddoppio, che ci dicono scatterà in Febbraio. Forse.

*sì, avevano chiesto una lista di desiderata. No, non l'avevo mandata perché ero convinta che da loro non sarebbe andato alcun genitore. Capita di sbagliare per eccesso di preveggenza (o, più esattamente, di stupidità)
**No, Benni mi piace molto, almeno quel che ho letto. Tranne Bar Sport, che mi ha annoiato a morte. Capita.

giovedì 8 dicembre 2016

Il Vero Insegnante Non Teme il Ridicolo - 7 - Nemmeno nella vita privata (ghirlande o morte!)


Ecco, nelle intenzioni una roba così. All'incirca. Più o meno.

Ognuno ha i suoi scopi nella vita, e da qualche anno uno dei miei era di farmi una corona dell'Avvento.
Si tratta di un bell'oggetto a forma circolare composto di vegetazione invernale con quattro candele, tre viola e una rosa. Così mi ha insegnato Mel, che ne fa di molto belle.
Ne esistono di vari tipi, e in realtà le candele, specie per chi non alberga nel suo cuore pensieri liturgici o religiosi, possono essere di tutti i colori, per esempio rosse e verdi, azzurre o come meglio si preferisce. Io, comunque, mi ero incaponita per farne una di tipo liturgico perché il viola sotto Natale è un colore che mi ispira molto.
L'anno scorso è stato un Natale molto avventuroso con tutte le grane collegate al trasloco, e insomma non era tempo di altre corone che di spine; e dunque non ci ho nemmeno provato.
Quest'anno invece sono partita dalla prima tappa, che è stata procurarmi quattro belle candele viola e rosa in diverse sfumature, e grazie all'Ikea ci sono riuscita senza difficoltà.
Sull'intrecciare corone non c'era nemmeno da provarci, però potevo comunque procurarmi un po' di vegetazione invernale, ovvero abete e agrifoglio, per decorare il vassoio.
A tal scopo, andando a mensa con i ragazzi, avevo adocchiato un bell'abete rosso e un nobile agrifoglio sul retro della scuola. Ma, certo, non potevo mettermi nell'intervallo della mensa a sforbiciare alberi - in primis perché non sarebbe stato motivo di decoro da parte mia, et in secundis perché entrambi gli alberi erano sulla stradina percorsa per andare a mensa, e all'andata i ragazzi hanno fame e io pure, e dunque abbiamo tutti fretta di raggiungere la mensa, e al ritorno i ragazzi vogliono raggiungere l'agognato cortile dove giocare a palla e io magari lo desidero con meno intensità, ma insomma in quel momento mi pagano per sorvegliarli e non per darmi allo scempio della pubblica vegetazione. 
D'altra parte già sapevo che ai primi di Dicembre, nel pieno del ponte elettorale, mi attendeva al varco una riunione sull'avvincente tema delle prove Invalsi.
(In realtà la cosiddetta Commissione Invalsi è nata dalle ceneri di una commissione che si occupava dell'ex-POF, oggi Ptof, ed ero stata trasbordata lì non so come e non so perché. Siccome non ero riuscita a capire bene di cosa si occupava ho pensato di aspettare di capirlo prima di andarmene, e anche se quando l'ho capito l'idea di analizzare le prove Invalsi per capire quali esatte competenze richiedevano agli alunni mi è sembrata singolarmente soporifera, mi sono detta che per quest'anno si poteva anche fare per vedere se ne cavavo qualcosa, e l'anno prossimo magari la faceva qualcun altro, e comunque tutto questo con la corona dell'Avvento non c'entra.)
Così, il pomeriggio della riunione sono arrivata qualche minuto prima, armata di cesoie da pollo (quelle avevo) e mi sono apprestata a impadronirmi dell'agognata vegetazione indispensabile alla mia corona.
"Proooof!" gridano festosi ben quattro alunni che stanno lì in bicicletta. E uno mi fa vedere assai fiero di essersi procurato le kuna croate (moneta che prende il nome dalla martora, la cui pelle era anticamente usata come moneta di scambio, e infatti la martora orna le monete ma non le banconote da 10 kuna, che sono invece ornate dalla faccia di quel che per me è un perfetto sconosciuto anche se probabilmente per i croati è un personaggio di grandissimo rilievo).
Mi congratulo col ragazzo per lo zelo dimostrato, poi i quattro se ne vanno a sbiciclettare nel fondo del vialetto dopo avermi salutato.
Rimasta finalmente sola, prendo le mie cesoie e sfrondo un paio di rami sporgenti dalle piante, nel mentre placo la mia coscienza dicendomi che in fondo sto fornendo un utile servizio di potatura al Comune. Anzi, dovrebbero ingraziarmi.
Occulto con cura il mio bottino vegetale in una grossa borsa di stoffa da spesa e vado infine alla riunione, dove mi annoio con molta dignità.

Finalmente a casa, tiro fuori i vegetali e mi rendo conto che ci potrei fare come minino mezza dozzina di corone. Comunque, visto che nel più ci sta il meno, tiro fuori il mio vassoio più grande - che è poi un normalissimo piatto rotondo da portata - e ci piazzo sopra le mie quattro candele, che ho voluto del diametro di sette centimetri, e a quel punto mi accorgo che di spazio per la vegetazione ne è rimasto ben poco.
Ad ogni modo riprendo le mie cesoie da pollo, sminuzzo a dovere e alla fine, su un letto di frammento di rami di abete poggio le candele e completo con qualche punta di ramoscello di agrifoglio che dà una bella nota rossa all'insieme. 
Incredibile a dirsi, ne viene fuori un insieme che non è nemmeno privo di un suo certo fascino, almeno ai miei occhi.
Dopo aver acceso le candele mi accingo a fotografarlo, onde inviare su Facebook il risultato di cotanto sforzo.
E scopro così che fotografare una corona dell'Avvento non è affatto semplice, perché la fiamma di una delle candele spara.
"Forse è in una posizione troppo esposta" mi dico, e mi rassegno a spengerla.
Macché, adesso ne spara un altra. Un bel cerchio di luce liquida nel bel mezzo della mia amata corona.

Rassegnata ripongo il tablet, riaccendo la quarta candela e mi consolo pensando che comunque ci ho la mia similcorona con vegetazione natalizia.
E alla fine mi decido a fotografarla a candele spente. Niente caldi riflessi delle fiamme dorate, ma almeno si vede qualcosa.
E dunque ecco il mio gruppo di candele da Avvento (notare il delicato gioco di sfumature rosa-viola) e, sotto, quel che resta del mio furto botanico. Mai buttare via le decorazioni di Natale, specie quando sono vere...







venerdì 2 dicembre 2016

Jamie Thomson - Dark Lord. Le origini


Il libro che vado oggi a presentare è un libro per ragazzi. Può piacere anche agli adulti (io, almeno anagraficamente, sono tale) ma solo se sono nerd inside. Non importa che siano appassionati di fantasy, ma devono avere un fondo di scervellaggine e una certa propensione per l'assurdo. Tutti gli adolescenti ce l'hanno, salvo qualche triste caso, e dunque a loro si può regalare con una certa fiducia.

Si tratta, in sintesi, del primo Diario di una schiappa in versione fantasy.
Alla voce narrante esterna si uniscono brani di diario del protagonista, trafiletti di giornale, immaginifiche illustrazioni, pagelle con commenti eccetera; lo stesso protagonista è, in sintesi, una specie di schiappa, anche se solo per colpa della ria sorte.
Si tratta di un Oscuro Signore che viene da una dimensione parallela del Multiverso. Il suo più temuto avversario, un Mago Bianco, gli ha fatto un incantesimo catapultandolo nel nostro mondo, in una cittadina inglese, nel parcheggio di un supermercato... nel corpo di un ragazzino di dodici anni e senza più poteri magici.
Prontamente soccorso da due poliziotti che chiamano un ambulanza e ricoverato in ospedale, gli viene diagnosticata una grave amnesia dovuta a qualche serio trauma. Tutti sono molto compassionevoli e comprensivi verso i suoi discorsi completamente sballati, traslitterano il suo nome "Dark Lord" in Dirk Lloyd e, dopo una serie di esami clinici che ne testano la buona salute, confusione mentale a parte, i servizi sociali lo affidano a una coppia benissimo intenzionata che si prende cura di lui con grande affetto.
Per l'Oscuro Signore inizia così un duro calvario: circondato per ogni dove da radiazioni benefiche (per lui letali) e privato dei suoi poteri, è costretto a sottomettersi e a iniziare una normale esistenza di dodicenne. 
Arrivano i primi amici, molto divertiti da quel ruolo vagamente fantasy che lui mostra di prendere terribilmente sul serio, e inizia lo studio.
Il fatto che i suoi amici non si scompongano più di tanto quando lui comincia a farneticare di Maleficio della Nona Dipartita e di Torre della Ferrea Disperazione è un grazioso tocco di genio: tutti abbiamo avuto (o siamo stati) un compagno stravagante che faceva finta di essere questo e quest'altro, estendendo il gioco anche agli amici, e spesso ne abbiamo tratto gran divertimento.
Le sue pagelle sono interessanti: come tanti alunni geniali (e tutti noi che insegniamo ne abbiamo avuti alcuni) studia solo quello che gli pare, ma riesce a prendere dei buoni risultati in tutte le materie - perché, infine, se sei diventato un Oscuro Signore è chiaro che non sei uno sciocco e i disturbi dell'attenzione sono l'ultimo dei tuoi problemi. Nondimeno gli insegnanti sono piuttosto perplessi: "Spesso svolge i compiti in modo insolito: La replica di un elmetto romano con la visiera coperta di sangue e cervella di marzapane che spuntano fuori è molto interessante, ma avevo chiesto una ricerca scritta sulle guerre galliche di Cesare".

Anche un Oscuro Signore, specie se intrappolato in un giovane corpo piuttosto inoffensivo, finisce inevitabilmente per essere influenzato dall'ambiente che lo circonda: col passare del tempo Dirk si trova sempre più spesso turbato da sentimenti positivi e insoliti, scopre di provare una certa affezione per i suoi amici (che considera comunque suoi servitori) ma vuole assolutamente tornare nel suo mondo e vendicarsi del Mago Bianco. A questo scopo allestisce un complesso rituale con l'aiuto della sua personale servitù.
Il rituale si risolverà in un mezzo disastro (alla fine del libro scopriremo perché) ma in qualche modo apre un varco tra i due mondi, e proprio quando Dirk si stava convincendo di essere effettivamente un normalissimo ragazzino affetto da confusione mentale in seguito a innominabili traumi, improvvisamente arriva un aiuto dall'altra dimensione.
Sarà allora la volta degli amici che dovranno convincersi che le farneticazioni di Dirk non erano affatto tali. Dopo aver affrontato e sconfitto la Candida Belva, il giovane Oscuro Signore tenterà un nuovo rituale, che questa volta i suoi amici vivranno con qualcosa di più della curiosità mossa dagli effetti speciali di un compagno assai fantasioso - dimenticando però il piccolo dettaglio che a suo tempo aveva causato il fallimento del primo tentativo.
Il romanzo si chiude su un nuovo incidente causato dal tentativo di aprire un portale tra i due mondi: il portale si aprirà, ma porterà via non Dirk, bensì la sua migliore amica (che, scopriremo nelle ultimissime pagine, nella nuova dimensione dove è stata catapultata sembra non trovarsi poi male). Nel nostro mondo però Dirk e gli amici sono molto angosciati per i nuovi e imprevisti sviluppi, oltre che divorati dai sensi di colpa.

Il libro è il primo di una serie, e spero caldamente che la Salani si sbrighi a tradurre gli altri due già usciti in Inghilterra - augurandomi di tutto cuore che siano all'altezza del primo, perché storie di questo tipo sono relativamente facili da iniziare ma se non sono maneggiate con estrema destrezza ci mettono davvero poco a trasformarsi in tavanate galattiche.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro gustose letture a tutti, in questo primo fine settimana prenatalizio.

lunedì 28 novembre 2016

Lunedì film - Anna and the King (Film per le medie)


Nel 1862 l'inglese Ann Leonowens raggiunse il Siam, dove era stata chiamata dal re Mongkut per fare da insegnante ai suoi figli (oltre 60) e alle sue mogli (una trentina). L'idea del sovrano era di sprovincializzare il Siam e dare anche un educazione inglese e una perfetta padronanza della lingua inglese al suo successore, oltre che a tutta la sua numerosa famiglia.
Ann Leonowens rimase in Siam per sei anni per poi pubblicare due libri dedicati a questa esperienza. 
Nel 1944 Margaret Landon trasse un romanzo da questi due libri e lo intitolò Anna e il re.
Dal libro, assai fortunato (e ristampato in Italia proprio in occasione dell'uscita del presente film) furono tratti un musical - da cui fu tratto a sua volta anche un celebre film con Yul Brinner - una serie televisiva e altro.
Nel 1999 infine Andy Tennant ne trasse un nuovo film, girato in prevalenza in Malesia, interpretato da Jodie Foster, Chow Yun-Fat e Tom Felton nella parte del figlio di Ann (quest'ultimo in seguito diventò più noto per il ruolo di Draco Malfoy).
Il film dura due ore e mezzo ed è splendido e assai colorato: oltre agli attori che svolgono assai degnamente i loro ruoli recitano assai bene anche i paesaggi, i numerosi elefanti

un gran numero di scimmiette e molte bellissime imbarcazioni.



A quanto ho capito la storia d'amore tra il re e Ann è stata ideata dai vari sceneggiatori per meglio condurre il film e i vari spettacoli, ma non ha molto riscontro nella realtà; in compenso serve molto bene per descrivere l'incontro di due culture molto diverse e per tirare avanti la storia, ma è vero che tra Ann e il re venne formandosi un rapporto di stima e anche di amicizia, nonostante svariati contrasti. Quel che è certo è che l'influsso di Ann si fece sentire con gran forza anche sull'erede al trono, Chulalongkorn, che riuscì a mantenere l'indipendenza del Siam e proseguì le riforme del padre, abolendo anche la schiavitù.

Ad ogni modo non c'è dubbio che il film è anche una bella storia d'amore, segnata da un leggero e garbato corteggiamento dove il re si mostra assai più raffinato e cortese del gruppo di inglesi decisamente beceri che compaiono occasionalmente nella vicenda. I due mondi arrivano a sfiorarsi e balleranno anche due volte insieme, ma per quanto forte sia il legame che li unisce, non sfocerà in quella che comunemente viene definita "una relazione", restando qualcosa di meno e nello stesso tempo qualcosa di più.

Il film è sempre molto apprezzato dai ragazzi: paesaggi, battelli (e che battelli!), parchi reali e cerimonie per il raccolto gli danno un tono colorato e arioso, e le scene di vita scolastica sono brillanti e assai gradite mentre seguono con coinvolgimento crescente la storia d'amore per poi scoprire che non approderà a niente - mi sono fatta l'idea che anzi uno dei punti di forza del film sia avere una storia d'amore ma non una scena d'amore propriamente detta.
In effetti le storie d'amore sono due, e con mia grande sorpresa leggendo il libro ho scoperto che sì, la storia di Tuptim e Khun Phra Balat si svolse esattamente nel pazzo modo con cui viene raccontata nel film e non è solo un riempitivo ideato dagli sceneggiatori dopo abbondanti libagioni per creare un contrappeso alla storia principale.
Completamente inventata è invece la sottotrama politica, che comprende comunque una bellissima scena finale sul ponte dove il re gioca d'azzardo e d'astuzia riuscendo ad evitare un colpo di stato con grande maestria.
Non ci sono scene cruente, anzi la decapitazione dei due infelici innamorati è a modo suo impressionante, ma girata con singolare grazia.
Si passano due ore e mezzo vedendo splendidi paesaggi e bellissimi costumi e seguendo una storia assai piacevole, impostata su due personaggi molto simpatici, imparando molto sull'estremo Oriente e sul colonialismo inglese. Inoltre, visto all'inizio della Terza, funziona sia per storia che per geografia, oltre che per impostare un qualche tipo di discorso sull'incontro tra culture diverse.
C'è anche una bella e abbondante citazione de La capanna dello zio Tom, utilissima per introdurre il tema della schiavitù, e una graziosa scena sul fumo dove scopriamo che, laggiù, almeno nell'alta società, si dava il primo sigaro ai bambini intorno ai sei anni. Il figlio di Ann decide di provare, naturalmente sentendosi malissimo.
Nel complesso, tre ore decisamente spese bene.