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lunedì 29 giugno 2015

Gundam - Le origini - I - Casval dagli occhi azzurri


Gundam, il guerriero dall'armatura mobile (Kido Senshi Gundam) sbarcò sulla nostra bella penisola nel Febbraio 1980, pochi mesi dopo essere stato trasmesso in Giappone. Per me fu un grande amore, prima di tutto perché c'era il mio adorato maggiore Char della Cometa Rossa, ma anche per la storia: era, come dire, diversa. Molto più complicata delle consuete serie di robottoni, dove potevi inserirti facilmente a partire da qualsiasi episodio, tanto in pochi minuti capivi tutto quel che c'era da capire.  Lì no: tanto per cominciare era una storia a puntate, non ad episodi autoconclusivi, ed era parecchio complicata. Poi l'adattamento (illegale, scoprimmo anni dopo, e la Bandai, casa produttrice, non la prese per niente bene) abbastanza pasticciato ci metteva del suo. Infine anche in Giappone all'inizio la storia non ebbe molto successo, così la accorciarono di parecchie puntate sintetizzando parecchio.
Io e la mia amica del cuore ci applicammo con grande pazienza a rivoltare la vicenda come un calzino, ma parecchie cose non riuscimmo comunque a capirle. Pazienza, continuammo a vederlo e rivederlo finché lo tolsero dalla programmazione per più di vent'anni causa rimostranze dei produttori. 
C'era il robottone, naturalmente (ma non era un robottone, era un mobil-suit, che era la stessa cosa ma con un nome più spocchioso). Niente alieni pasticcioni che si incaponivano a invadere la terra con un mostro per volta finendo regolarmente sconfitti dai vari Goldrake e Mazinga. C'erano un sacco di personaggi con le loro storie, e un orripilante guerra tra uomini che faceva tutti i danni che fanno questo tipo di guerre.

Col tempo in Giappone il successo arrivò, eccome, tanto che la serie divenne un cult. Fecero dei seguiti, delle varianti, dei film, dei romanzi, un infinità di modellini dei vari Gundam, un sacco di manga piuttosto bruttarelli e tante altre cose, fra cui il manga Le origini, che racconta la storia in versione più completa e un po' cambiata. In tutte queste cose, il maggiore Char aveva sempre il posto d'onore, perché oltre a me e a un sacco di altre persone, ne erano innamorati anche gli autori, a un livello tale che perfino io li trovavo a volte eccessivi (chi ha scorso i romanzi può capire il mio punto di vista).

Adesso si sono messi a fare dei film tratti appunto dal manga su Le origini, e in questi giorni è approdato sugli schermi italiani il primo episodio, intitolato Casval dagli occhi azzurri. Solo per due giorni, per carità, in qualche cinema di poche e scelte città, una proiezione al giorno, pubblicizzato in modo minimale, che per carità non ci fosse il rischio che qualcuno andasse a vederlo. E infatti lo abbiamo visto davvero in pochi, e anch'io ho saputo della proiezione solo grazie a una cara e gentile amica che mi ha passato la notizia su Facebook.
10 euro di biglietto per 65 minuti di film più dieci minuti di video dove ci spiegano quanto è bello il film, ma questi sono dettagli del tutto insignificanti - e di sicuro comprerò il DVD quando uscirà.

Ma andiamo per ordine. Di cosa parla il primo episodio di Gundam. Le origini?
Ssssì, certo, dell'origine della storia. Ma NON, sia chiaro, della storia di Gundam. Perchè in 65 minuti il mobil-suit Gundam non è citato nemmeno di striscio, né tantomeno inquadrato. 
Nemmeno si parla della guerra, salvo un minuto a inizio film, dove fanno vedere le prime epiche gesta del maggiore Char della Cometa Rossa, quando il primo giorno di guerra distrusse cinque navi confederate guadagnandosi la reputazione di uomo più pericoloso del principato di Zeon - perché in Gundam si racconta della guerra tra la Confederazione e il Principato di Zeon (Char combatteva per il Principato, Gundam e tutta la Base Bianca erano invece dalla parte dei Confederati).
Si parla invece di Char, e della sua storia, anzi di un breve episodio della sua storia: la morte del padre e la sua fuga sulla Terra, quando il futuro Cometa Rossa aveva solo undici anni. Poi si parla di sua sorella Artesia e del di lei gatto Lucifer.
Sì, un gatto nero. Il classico gatto nero dei cartoni animati jap, un po' spigoloso, con grandi occhioni, grandi orecchie, coda e e baffi assai espressivi. Come Luna di Sailormoon, o Jiji di Kiki, consegne a domicilio . Carinissimo, simpatico, spesso piuttosto stranito (e ne ha ben d'onde). Niente da dire sui gatti neri, figurarsi, ma se mi avessero detto che un giorno avrei visto un film di Gundam dove un gatto è tra i protagonisti principali avrei faticato parecchio a crederci. 
Inoltre tutta la storia si svolge... nella repubblica di Munzo. Che sarebbe, o diventerà, il Principato di Zeon, e che proprio non avevo mai sentito nominare.
Casval (dagli occhi azzurri) è il già fascinoso ma ancora acerbo Char, che nella vita ha collezionato più nomi di un personaggio di Tolkien. Casval è, in effetti, il suo vero nome. 
Suo padre si chiama, pace all'anima sua, Zeon Zun Deikun. E ditemi voi se è possibile prendere sul serio uno che si chiama così. Sua sorella Artesia si limiterà invece a due nomi: Artesia, appunto, e Sayla. Sì, come le mentine. Non so che farci.

La storia è abbastanza drammatica: si comincia dalla morte del padre di Casval e Artesia, uomo politico di gran spicco nella colonia spaziale di Munzo, di cui vorrebbe proclamare l'indipendenza dalla Confederazione. La sua morte (che alcuni sospettano dovuta ad avvelenamento da parte della famiglia Zavi) innesca una serie di tumulti e rivolte che i confederati cercano di reprimere. I due figlioletti di Zeon... sì, insomma, di quello lì, sono in grave pericolo ma un accorto complotto riesce a spedirli sulla Terra, dove potranno vivere in pace, insieme al gatto. La madre resterà in un certo senso come ostaggio a Munzo e il suo addio ai figli è una scena assai commovente.
Si tratta di un film per bambini, o comunque parecchio orientato in quella direzione: grande spazio al bel micetto, grande spazio alla piccola Artesia che dovrebbe avere cinque o sei anni, parecchi personaggi si comportano da scemi e fanno delle facce stranissime anche in circostanze che non sembrerebbero richiederle.
Conosciamo così tutta la famiglia Zavi, compreso il giovanissimo Garma che già si arrotola le ciocche di capelli (violetti, come nella serie originale, dio solo sa perché) con le dita, nonché la principessa Kilicia (Kirisha, nel vecchio adattamento) vittima di un parrucchiere pazzo (che sarebbe anche una gran bella ragazza fin quando non si leva l'elmetto che ne copre l'assai curiosa pettinatura) che mostra segni di una notevole inclinazione verso Ramba Ral, che fa comunque finta di non accorgersene e all'epoca è già fidanzato con Hamon.
Conosciamo per un paio di minuti anche il padre di Char, che sembra in verità un pazzo furioso, ed entrambe le sue mogli: la prima, un essere decisamente orrendo, a suo tempo scaricata perché non poteva dare dei figli al marito (almeno così dice lei) e la seconda, bellissima cantante di varietà che invece i figli glieli ha dati, e anche molto belli.
Artesia fa la bambina in modo assai infantile e con la vocetta tipica dei bambini dei cartoni animati jap, Casval parla abbastanza poco, soffre molto di essere completamente alla mercé degli adulti e di non poter difendere le donne della sua famiglia né il gatto (anche se del gatto in effetti non si interessa granché) e ha una stranissima conversazione con Kicilia in cui la giovane principessa rivela una curiosa vena sadomaso, sfoderando anche un paio di manette (!). Peraltro sia la conversazione che le manette lasciano davvero il tempo che trovano, anche se in qualche modo sono intonate ai personaggi, o meglio al loro lato più perverso. Giusto per ricordarci che tra qualche anno Casval sarà il leggendario Char della Cometa Rossa gli sceneggiatori lo mettono a sparare su un mezzo ben armato - ogni colpo un centro, naturalmente, e così a undici anni il ragazzino ha già fatto i suoi primi morti - che comunque se la sono andata a cercare perché non sta bene minacciare due poveri bambini indifesi con i cannoni.

La storia scorre bene, a tratti un po' confusa, a tratti un po' demenziale - come succede spesso in Gundam - e a tratti un po' leziosa - cosa che in Gundam di solito non succede. 
Il gatto Lucifer recita benissimo e sgrana gli occhioni nel più convincente dei modi, Char mi  fa sempre piacere vederlo, a qualsiasi età e con qualsiasi nome. 
Nel complesso sono stati dieci euro spesi bene.

venerdì 26 giugno 2015

Diario di una Sissina - 2 - Come fu che affrontai il test di ammissione (unplugged)


(Seconda e ultima parte delle mie memorie da Sissina scritte 12 anni fa, in cui racconto di come fu che arrivai sesta o settima al test di ammissione su oltre quattrocento concorrenti, e giusto dopo che il viscidissimo somministratore del test ci aveva spiegato che i voti più alti li prendevano sempre i classicisti. Tiè)


Com'è noto, la SSIS è a numero chiuso. Questo vuol dire che ogni anno il Ministero dell'Istruzione decide quanti posti autorizzare per ogni classe di concorso per ogni regione, in base alle necessità del personale insegnante della regione in questione.
Tradotto in italiano: ogni anno le università pestano i piedi per avere un tot di mucche da mungere e ogni anno ne ottengono in quantità esorbitante e del tutto sproporzionata al più elementare buon senso. E infatti in Toscana, dove le abilitazioni per le materie letterarie sono in tal sovrannumero da garantire agevolmente rincalzi per i prossimi 15 anni come minimo, abbiamo l'assurda disponibilità di... 280 posti per la 43/50, 51 e 52. Roba da denuncia per atti osceni in luogo pubblico, se non fosse che qualsiasi esibizionista si sdegnerebbe del paragone e giustamente farebbe ricorso contro un paragone sì offensivo e lesivo della sua dignità (vincendolo di sicuro). 

Ad ogni modo, in quel luminoso mattino del 24 Settembre, al Palasport di Pisa siamo quattrocento e qualcosa, e qualcuno è pure spaventato e continua ansiosamente a ripassare libri e appunti.
Non io, che ho scorso le prove degli anni precedenti - una sfilarata di quiz a riposta chiusa improntati al più folle e specialistico nozionismo. Passare una prova del genere potrebbe forse essere iscritto a mio merito, ma non passarla non potrebbe in alcun modo essere titolo di biasimo: è noto che nelle estrazioni del Lotto può andarte bene o male, a seconda del caso. Diventa anche inutile prepararsi, al di là forse di qualche esercizio spirituale di concentrazione e della solita tavoletta di cioccolato che da sempre accompagna i miei esami, secondo una  tradizione familiare avviata da mia nonna.

L'organizzazione non è proprio entusiasmante, ma nemmeno malvagissima. Quello che invece è del tutto insopportabile è il viscidissimo commissario che ci fa il sermone introduttivo - uno di quegli esseri che riuscirebbero a pietrificare un basilisco con lo sguardo, per intendersi. Viscidamente, e con tono di gran superiorità, ci spiega il meccanismo: prima un test di 20 domande di area generale, poi uno di 30 per la 43/50, un altro per la 51 e un quarto per la 52. Non è un test fatto per selezionare chi già sa tutto, proclama, bensì per controllare quanto in realtà sappiamo - perché in effetti nei tre anni precedenti non si è mai dato il caso di qualcuno che abbia risposto esattamente a tutte le domande (e dopo averle viste, le domande, non ho nessuna difficolta' a credergli). Assai viscidamente ci esorta poi a non copiare - una raccomandazione magari obbligatoria ma, credetemi, ci sono tanti modi per farla, e il tono che ha usato lui sarebbe stato insopportabile anche rivolto a un congresso di copisti.

Conclusa la predica si degnano alfine di distribuire i moduli per la prova di indirizzo e ci fanno cominciare.
Risolvo facilmente i primi tre quiz su Dante, grazie all'esame di Filologia dantesca dove portavo la cantica del Purgatorio. Quanto a Farinata degli Uberti, è un brano che a scuola fanno quasi sempre e possiamo darla come domanda ragionevole.
Quasi sempre a scuola viene fatta anche la novella di Federigo degli Alberighi, per cui con un po' di ragionamento è facile decidere a quale giornata appartiene. Il finale della Mandragola è abbastanza conosciuto, anche da chi non l'ha mandata praticamente a memoria come me al liceo, quando il professor Blasio buonanima ci ha praticamente costretto a recitargliela a fine anno.
Si passa a Leopardi, Canto notturno del pastore errante, ovvero una delle mie poesie preferite - dove fraintendo la domanda e sbaglio platealmente la risposta: "covile o cuna" si riferisce a uomini e animali, certo; disgraziatamente, all'epoca una grande quantità di uomini nasceva in posti assai simili a covili, e probabilmente questo mi ha fatto confondere.
Sempre Leopardi: che cosa caratterizza la struttura metrica della canzone libera? Non ne ho la benché minima idea e mi rifiuto di tentare di rispondere, anche se la penalità per le risposte sbagliate e' solo O,30 punti.
Si passa a Pirandello, prima indicando quale opera di un gruppo citato non è teatrale (dopo un certo lavorio basato principalmente su brandelli di scampoli di vecchi ricordi televisivi, indico I vecchi e i giovani), poi scegliendo una risposta sul metateatro (e lì non ci sono problemi) e infine con la folle richiesta di indicare che cosa significa una determinata battura da Sei personaggi. Dopo averci pensato e ripensato scelgo una delle traduzioni, senza molta convinzione; ma in cuor mio disapprovo moltissimo, perché secondo me nessuno, nemmeno l'autore, è mai veramente sicuro del motivo per cui un dato personaggio dice o fa questo e quest'altro, men che meno con Pirandello.
Salto anche la domanda sul potere decisionale a Sparta, pur sentendomi molto in colpa perchè è la classica domanda che avrei dovuto sapere.
Mi si chiede poi "chi ha descritto la storia della lunga e pericolosa ritirata di un corpo di mercenari greci attraverso l'Asia Minore" e qui resto perplessa; non sulla risposta, che per chi ha fatto il liceo classico o letteratura greca è di una facilità disarmante (Senofonte, nell'Anabasi), ma proprio sulla domanda in sé, che per l'appunto, per chi non ha fatto il classico o letteratura greca è piuttosto difficile, non essendo né l'autore né l'opera particolarmente noti al di fuori del ristretto mondo che fa o corregge versioni. Eppure siamo nella "prova di indirizzo", non nei quiz per la 52.
Scazzo platealmente la domanda sull'Epiro, che colloco in Asia Minore con grande convinzione, ma stabilisco senza difficoltà che la cittadinanza romana per gli italici arriva dopo la guerra sociale.
Il tumulto dei Ciompi e le funzioni del podestà nei comuni non mi creano problemi, grazie alla Storia delle Istituzioni che ho studiato per il diploma di archivistica (diploma che non mi ha mai dato nemmeno un punto nelle graduatorie permanenti, ma che mi è stato utilissimo una volta salita in cattedra); sospetto però che per molti siano state domande piuttosto insidiose.
Invece per tutti noi è stato senz'altro facilissimo rispondere che il fiorino veniva coniato a Firenze, visto che siamo in Toscana e ogni gioielleria espone in vetrina orecchini, collane e bracciali composti con riproduzioni di tal nobile moneta.
Con mia grande indignazione sbaglio platealmente le due domande di storia medievale: prima trasformando le regalie assegnate a Federico I dalla Dieta di Roncaglia da pedaggi in tasse versate dai comuni al momento dell'incoronazione dell'imperatore (per scoprire l'errore non mi basta però controllare sul mio amatissimo e particolareggiatissmo manuale del Cracco, dove di regalie manco si parla, ma dovrò andarmi a spulciare una biografia specifica sul Barbarossa: infatti le regalie sono tornate di moda nei manuali solo negli ultimi anni); faccio arrivare i primi normanni in Italia al seguito di Carlo d'Angiò, ovvero dopo la loro istessa medesima dominazione, e non al servizio dei duchi longobardi. Fatto da me è un errore da frustarmi per una notte intera, ma per chi non ha una formazione medievistica mi sembra una domanda difficilotta.
La più dura a scorticare è la coda, si sa, e infatti la ventesima domanda presenta tratti di perfidia veramente notevoli.
"Qual è l'intruso?" si domanda. Dobbiamo scegliere tra agostiniani, gesuiti, somaschi, barnabiti e teatini.
A quanto scopro tutti indicano come un sol uomo i teatini "che non sono un ordine religioso". Per l'appunto io so benissimo che sono un ordine religioso (mi ha molto colpito, quando preparavo storia moderna, il fatto che i teatini nuovoraccoltini fossero nati praticamente insieme ai cappuccini), e quindi indico come intruso... i somaschi, che tutti tranne me sanno aver educato il giovane Manzoni.
E dunque qual è l'intruso? Immagino si tratti degli agostiniani, che sono un ordine religioso come tutti gli altri, ma molto precedente alla controriforma. Vista però la mia innegabile e annosa competenza in ordini monastici e religiosi, confraternite e penitenti vari, mi sento di affermare che una domanda su questi argomenti cui nemmeno io riesco a rispondere esattamente è una domanda assurda per definizione.

Dunque, nella parte "generale" c'erano i teatini, le regalie di Federico Barbarossa, l'Anabasi di Senofonte e l'improbabile significato di una battuta teatrale di Pirandello.
Le domande specifiche, nel loro genere, erano ancora più pazze. L'imopressione era che per ogni materia qualcuno si fosse scervellato per partorire i quiz più specifici e micragnosi che riusciva a trovare; per fortuna avevo la cioccolata, che si è rivelata di grande aiuto.

Avendo letto Cappa e spada da bambina so benissimo che la notte di San Bartolomeo non è una strage di cattolici belgi ad opera di truppe olandesi, ma quando si arriva ad una esatta definizione dei giannizzeri toppo platealmente, e dopo aver escluso che si trattasse di guerrieri giapponesi o di guardie del corpo dell'epoca Ming, escludo anche (sbagliando) che si tratti di cavalleggeri balcanici. Ammetto però di averla trovata una domanda un po' perfiduccia.
Grazie alla ricerca fatta in terza media sulla rivoluzione russa riesco a non confondere un kolchoz con un kibbutz, e a riconoscerla invece come una piccola azienda agraria privata dei tempi di Lenin. Intuisco anche che "la grande depressione" non è una nevrosi studiata da Freud, bensì la crisi del '29 (qualcuno però sostiene trattarsi invece della stagnazione economica europea della fine del XIX secolo); riconosco anche senza difficoltà che la Comune di Parigi non e' un avvenimento verificatosi nel 1861, mentre non provo nemmeno a indovinare l'autore della normativa su cui su basa la scuola pubblica nell'Italia liberale (per molti, scopro poi, era una domanda facilissima).
Nessun problema nemmeno per la data della conquista della Libia, basta ricordare che c'era già ai tempi del fascismo, ma non da molto. Ancor meno difficile indicare Kennedy come presidente USA ai tempi della crisi cubana, anche perchè la domanda era già stata fatta l'anno scorso e pure due anni prima e quindi se ancora non l'abbiamo imparato vuol dire che siamo proprio duri. L'anno del primo governo di centro-sinistra in Italia mi sembra già una domanda un po' spinosa per chi non era adulto in quegli anni, ma azzardo un 1962 che poi si rivelerà giusto. Azzecco l'autore de La crisi dell'aristocrazia in base ad un fine ragionamento del tipo "Marc Bloch no perché il suo libro più famoso è sulla società feudale, Lawrence Stone nemmeno perché è inglese e in Inghilterra l'aristocrazia non è mai andata granchè in crisi"; ed ecco che storia è finita e siamo a letteratura, dove si comincia con la scelta tra quattro diverse parafrasi di una canzone di Dante: parte così un giochino di raffronti incrociati che mi ricorda moltissimo il "Che cosa manca?" della Settimana Enigmistica. 
Seguono quattro schede critiche del Canzoniere di Petrarca, molto simili tra loro, tra cui dobbiamo scegliere quella giusta, sempre con un metodo di selezione da Settimana Enigmistica. Faccio un pallido tentativo, poi la pianto lì perche' del Canzoniere di Petrarca so veramente poco e proprio non saprei dire se contiene odicine anacreontiche o se il codice Vaticano Latino 3196 è un manoscritto importante per i petrarchisti. Immagino che il mio amico che ha fatto una tesi e un dottorato di ricerca su Petrarca, e pure pubblicato qualche edizione delle sue opere per la Lorenzo Valla, ne sarebbe venuto facilmente a capo; peccato averlo perso di vista ormai da anni.
Abbiamo poi una lunga citazione in versi di Leopardi, di cui dobbiamo dare il titolo (e sbagliando lo attribuisco a Sopra il monumento di Dante, invece che Alla Primavera. Comprensibile, visto che non ho mai letto né l'una né l'altra, né ho mai provato la sia pur minima tentazione a farlo).
Riconosco invece che Nevicata di Giosuè Carducci è scritta in distici elegiaci  e non in strofe alcaica o archilochea - ma non è stato un grosso sforzo, dal momento che il distico elegiaco è praticamente l'unico metro che ho imparato in cinque anni di liceo classico, e l'ho imparato proprio perché si riconosce bene.

Seguono alcuni gruppi di testi che dobbiamo attribuire alla giusta sequenza di autori. Sembra difficile, ma con l'aiuto di un po' di fortuna non lo è poi molto, perché se per avventura si riesce a riconoscere con sicurezza un testo/autore, basta indicare poi la sequenza che dà quel testo/autore al posto giusto. Per esempio, una volta stabilito che ragionevolmente Pietro Bembo era l'unico che poteva indicare come modelli di lingua italiana Boccaccio per la prosa e Petrarca per la poesia, e ben difficilmente avrebbe parlato di come usare i prosatori del '600 o usato espressioni come "strumento linguistico unificato", i brani di Ascoli, Giordano e Manzoni vanno a posto da soli. Oppure, una volta stabilito che "Quand'io di carne a spirto era salita / e bellezza e virtù cresciuta m'era" è chiaramente un passo di Dante, sia perché ha un suono molto dantesco, sia perché riconosci il brano, isolare Pasolini non è poi una grande impresa anche se di Pasolini hai letto a malapena i titoli delle opere.
Il giochino viene proposto anche con la prosa. Siccome il primo passo inizia con "Il tempo di cui parlo fu per noi tedeschi l'epoca del crollo dello Stato" e guarda caso uno degli autori è Thomas Mann con il Doctor Faustus, una totale e felice ignoranza nelle letture di Gadda, Calvino, Pavese e soprattutto Fenoglio non impedisce in alcun modo di maritare autore e brani.
Dicevo della mia completa ignoranza di Pavese. Non ho mai letto niente di niente di lui. Allora, come ho fatto a riconoscere La luna e i falò dal riassunto? Forse perché si parla di ritorno al paese e di Resistenza e riaffiorano vecchie larve di ombre di ricordi di chiacchiere di quarta mano, ascoltate distrattamente chissà quando e chissà dove.
Con la stessa trance ispirata, pur non avendo mai letto quasi niente di D'Annunzio, quando mi informano che "il protagonista non riesce a dimenticarla, tanto da invocarne il nome mentre fa l'amore con la nuova amante" segno con serena certezza Il piacere e passo oltre.
Insomma, ho riconosciuto d'istinto due trame di libri che non ho letto, che ho sempre scansato, per giunta scritti da autori che conosco pochissimo e ho sempre evitato con ogni cura in virtù di un antipatia fortissima quanto irragionevole. Ma queste due risposte esatte cosa dimostrano?
Francamente non saprei. Sono prontissima a dichiararmi molto, molto ignorante nella letteratura italiana moderna e contemporanea. Mai letta e mai studiata, a scuola non si faceva ai miei tempi, e certo dopo non ho mosso un dito per colmare tale lacuna. La zona tra Boito e Tomasi di Lampedusa per me è nera, vuota e del tutto priva di interesse.

Riesco poi a riconoscere che una poesia di Saba scritta tutta di seguito è in endecasillabi, sempre in virtù della stessa Ispirazione Celeste, e infine vengo a capo facilmente di una domanda particolarmente insidiosa su un espressione usata da Boccaccio nella novella di madonna Oretta - ma questo non è affatto strano, perché il Decameron l'ho letto almeno tre volte, sempre con grande entusiasmo.

Arriviamo alla geografia, dove la mia ignoranza è tanta e tale che dovrebbero farmi solo per quella una SSIS di quattro anni come minimo. Una almeno la azzecco, riconoscendo che il centro organizzatore di una regione si chiama capoluogo e non polo (almeno spero che sia la risposta giusta). Non riconosco invece quale regione si localizza a occidente di Napoli. Azzecco con un po' di ragionamento cos'è un conoide di deiezione, ma quando mi chiedono come scegliere l'area appetibile per un'industria sulla base della teoria della localizzazione industriale di Weber non provo nemmeno a rispondere: non ho la benché minima idea di chi sia Weber, e nemmeno sotto minaccia di morte saprei dire alcunché sulle sue teorie.
L'ultima domanda chiede di individuare il paese con il più elevato tasso di incremento demografico, e anche lì mi areno: chiaro che non è l'Italia, probabilmente nemmeno la Cina, dove le politiche di decremento sono state molto rigorose; probabilmente non è nemmeno la Russia, dove sono troppo confusi e sfigati per azzarsarsi a far molti figli. Quanto all'Afghanista e all'Albania... boh?
Piazzo comunque una qualche risposta, consegno e torno a casa chiacchierando piacevolmente con un po' di colleghi. E chiacchierando scopro, con un certo divertimento, che Il piacere di D'Annunzio lo hanno riconosciuto in pochi.

martedì 23 giugno 2015

Diario di una Sissina - 1 - Come fu che finalmente riuscii ad iscrivermi (unplugged)


In una sottocartellina abbandonata ho trovato tre piccoli file, unico residuo di quel che doveva essere un lungo e dettagliato diario in itinere della mia esperienza sissina. Non so perché non li ho mai postati, nemmeno sul forum per cui erano nati.
Visto che rappresentano comunque una veridica testimonianza, ho pensato di inserirli qua.
Sono stati scritti nel 2003, ovvero in un era preistorica sul piano informatico - tuttavia i programmi in cui è coinvolto il MIUR tendono a mantenere come tratto dominante una certa preistoricità, nell'interfaccia come nel funzionamento.
La SSIS di cui parlo è quella toscana, e faceva capo all'Università di Pisa.

Si potrebbe incautamente pensare che il primo passo per frequentare la Scuola di Specializzazione sia superare il test di ammissione.
Errore: il primo passo è riuscire a iscriversi al test di ammissione - una procedura assai più complessa di quanto si potrebbe forse pensare.

Ordunque, nel Luglio del 2003, entrata finalmente nell'ordine di idee di imbarcarmi in questa strana avventura, proprio da lì iniziai: ovvero cercando di capire come si faceva domanda per il test di ammissione di quell'accidente di SSIS.

Moduli? Scartoffie? Marche da bollo? 
Niente di tutto questo.
"Guarda in rete sul sito dell'Universita' di Pisa, quando uscirà il bando lo pubblicheranno lì" mi spiega un anima buona.
E quando esce 'sto cazzo di bando?
"Boh, piu' o meno in questo periodo".
Risulta infatti che ogni università fa uscire il suo bando quando piu' gli comoda, ma sempre in zona Agosto, che cosi' la gente e' in vacanza e puoi rompergli meglio le scatole. Il bando, a quel che ho capito esce solo sul sito web e puoi iscriverti soltanto in rete.
E se uno non ha il collegamento internet? 
Sì, lo so che oggi se non hai internet non sei nessuno, e un buon insegnante deve essere aggiornato. 

Si'?
Sicuri?
Proprio indispensabile?

Eppure, mi viene da pensare, anche se non sei in rete resti lo stesso un essere umano. La possibilità di iscriverti a un corso di specializzazione te la dovrebbero dare in base al curriculum di studi, non perché possiedi un modem o sai navigare.
Oppure, se decidono così, dovrebbero avere il coraggio di scrivere nero su bianco che in certi casi e per certe professioni navigare in rete è un requisito indispensabile. Per il momento invece non sta scritto da nessuna parte.
Io in rete ci navigo da diversi anni, e c'ero già prima di fare la mia prima supplenza, ma non l'avevo mai considerato un must, solo una cosa che mi divertiva.
D'altra parte navigo in rete, ma non possiedo televisione, né automobile, né telefono cellulare - e sono altre tre cose ritenute assolutamente indispensabili al giorno d'oggi. Se invece avessi un automobile, due cellulari e nessun collegamento in rete questo farebbe automaticamente di me un insegnante di serie B, per giunta impossibilitata a redimersi con una Miglior Formazione?
Non so, non mi sembra un gran criterio.

D'altra parte le SSIS sono organizzate dalle Università e si sa che alle Università piace mettere regole balorde, sbarramenti senza senso e comunque complicare la vita alla gente, sempre e comunque.
La domanda che si impone allora è:
stare due anni in mano a gente che ama complicare la vita al prossimo farà di noi degli insegnanti migliori? O non scatenerà piuttosto una sorta di Sindrome di Piton, trasformandoci in insegnanti crudeli e beffardi che cercano di rifarsi sugli sventurati allievi dei torti subiti in passato?
Lo scopriremo solo vivendo.

Comunque sono in rete, quindi ecco gia' persa la prima occasione di piantare una grana. Trovo il sito dell'Università di Pisa, che è pure organizzato benino, me lo segno tra i "preferiti" (all'anima del preferito!) ci piazzo insomma su un segnalibro e comincio a controllarlo un paio di volte a settimana. Alla fine il bando esce, e inizia l'avventura.

Prima di tutto mi iscrivo al sito dell'Universita' e mi danno una password (si sa che, qualsiasi cosa tu debba fare in rete ti fanno sempre iscrivere 700 volte con altrettante password, e guai a te se le dimentichi).
Con questa password posso accedere all'area risezrvata alle scuole di specializzazione, dottorati etc. e tentare di iscrivermi alla SSIS - una lunga e complessa iscrizione da fare collegata in rete, nel caso che le tasse della SSIS non fossero abbastanza care anche da sole. E del resto, cosa c'è di meglio nella vita che stare collegati per tutto il tempo necessario ad inserire un'infinità di dati personali, inclusi tutti i tuoi esami universitari con relative votazioni? E quelli li puoi soltanto copiare faticosamente dal certificato di laurea perche' oltre al voto devi mettere il nome esatto della materia, e si sa che a Firenze ci piacciono i nomi lunghi, tipo "Storia della letteratura latina medievale" (ne ho tre) e "Storiografia dell'Asia Anteriore antica" (quest'ultimo, vivaddio, mi manca).

Domanda: non potevano farci scaricare un modulo da riempire offline e inviare per posta elettronica una volta compilato? Vabbe' che probabilmente non sarei riuscita a scaricarlo perche' ho un MAC e la SSIS in Toscana parla una sola lingua: Word - mentre io da sempre sono convinta che  Word sia un frutto del demonio e mi guardo bene dal tenerlo ad ingombrare il mio santo e amatissimo computer.

Dunque, per fare la SSIS devi avere un computer, un collegamento internet e possedere Word. L'ultima condizione è data per scontata, perche' si sa che tutti hanno Word. Cosi' come tutti hanno un cellulare o un televisore.
(Poi ti vengono a stressare perche' "le giovani generazioni crescono schiave dei mass-media". Ma si guardassero per se', prima di criticare le giovani generazioni!)

Bollendo e traboccando come una caldaia di acido solforico compilo l'interminabile modulo, finche' arrivo alla schermata dove mi chiedono gli estremi del bollettino postale di 20 euro per la tassa di ammissione al test.
Siccome diffido delle iscrizioni in rete e preferisco di gran lunga le raccomandate con avviso di ricevimento, non ho nessunissima intenzione di pagare alcun bollettino prima di aver visto arrivare a buon fine quella palla di iscrizione. Cosi' provo a mettere la data del giorno seguente.
Non me la prende.
"Beh, certo, era chiedere un po' troppo" ammetto con me stessa. Provo con la data di quel giorno.
Non me la prende.
"Va bene, tanto vale raccontare una balla completa, anche se scoprono che la data è diversa immagino che gli basti avere i soldi" decido, e provo con la data del giorno prima, del mese prima e finanche del secolo prima.
Non la prende.
Salvo l'embrione di iscrizione, esco, e ci riprovo due giorni dopo con il computer di mio padre: nuovo di zecca, con un Windows di quelli più recenti e dove c'è perfino Word, che comunque al momento non mi serve. Rientro senza problemi nel modulo, ma continuo a non riuscire a inserire una qualsivoglia data per questo fantomatico bollettino.

Provo allora a chiamare la segreteria SSIS di Pisa nell'orario indicato sull'efficiente schermata del sito, ma e' sempre occupata (forse da decine di persone che hanno il mio stesso problema, chissà).
Alla fine, il penultimo giorno valido per l'iscrizione mando una e-mail dal tono piuttosto patetico in cui racconto la storia e mi metto il cuore in pace:  evidentemente, è scritto nelle stelle che non devo fare la SSIS, e chi sono io, umile mortale, per oppormi ai Celesti Decreti?

Succede invece il prodigio e la mia mail viene letta in tempo utile: due ore dopo l'addetto alla segreteria SSIS mi telefona. E' una persona gentile e disponibile, tanto che mi manca il cuore di esporgli compiutamente la mia opinione sul loro demenziale sistema di iscrizione - senza contare che lui, poveretto, fa l'impiegato e non il programmatore e quindi non ha colpa di questa storia.
Mi dice che non si spiega il problema, che nessuno l'ha avuto a parte me (dal che non resta che concludere che il format di iscrizione ha in antipatia solo i computer della mia famiglia), ma che comunque completerà la mia iscrizione sul momento, con le sue proprie manine, con i dati che gli detto per telefono.
(Evviva le nuove tecnologie, ma cos'hanno le raccomandate che non va?). 

Finita la telefonata vado alle poste a pagare il bollettino da venti euro. 
A quanto sembra, è scritto nelle stelle che questa avventura debba continuare.

venerdì 19 giugno 2015

Medea - Euripide


Quello che presento oggi è un classico tra i classici, che ha plasmato non solo la letteratura occidentale ma anche la musica lirica. L'autore è Euripide, piuttosto controverso tra i contemporanei, ma apprezzatissimo tra coloro che sceglievano chi  mandare in scena, per cui poteva avere il suo coro quando voleva (e alla fine i canonisti alessandrini conservarono più opere sue che dei blasonatissimi e rispettatissimi Eschilo e Sofocle) e capace di parlare senza difficoltà anche a chi lo legge 2500 anni dopo.

Il teatro tragico greco aveva delle caratteristiche piuttosto particolari - per esempio lo spettatore conosceva già la storia, perchè si trattava di miti assai noti; non solo, ma quando per avventura l'autore avesse deciso di lavorare su qualche variante non troppo famosa del mito, era sua precipua premura informarne lo spettatore appena possibile, sin dal prologo. Anche quando la versione era quella più consueta, comunque, si faceva spesso un riassuntino appena possibile, caso mai chi ascoltava avesse avuto un piccolo vuoto di memoria. Insomma, si evitava con ogni cura di cogliere lo spettatore di sorpresa e il concetto di "colpo di scena" non era minimamente contemplato, anzi il coro presente sulla scena non faceva che predire i successivi svolgimenti. Lo spettatore aveva così modo di godersi ogni singolo dettaglio e sfumatura e non perdeva tempo e attenzione cercando di indovinare il seguito. Io, che sono fra quelli che prima di tutto in un libro leggono il finale, approvo totalmente questo tipo di procedimento e lo preferisco assai al barbaro procedere di oggi, dove è considerata colpa grave raccontare il finale financo della Bibbia o di Cenerentola.

Medea è un opera che tocca tanti temi: l'ingratitudine, i matrimoni misti, la condizione degli stranieri fuori dalla patria, ma soprattutto la condizione femminile (non soltanto nell'Atene del V secolo a.C.) e la solidarietà che lega le donne tra loro.
Medea era una principessa della Colchide che, per volere di Afrodite, si innamorò pazzamente di Giasone, il capo degli Argonauti venuti fin là per prendere il Vello d'oro. E' una ragazza molto esperta di arti magiche, figlia del figlio del Sole (no, Apollo non c'entra). Il suo intervento salva la spedizione: tradirà il padre, tradirà il fratello, permetterà a Giasone di superare le prove che gli sono state imposte per avere il Vello d'oro (e che mai e poi mai Giasone avrebbe potuto superare senza di lei) e lo seguirà in Grecia come sua legittima sposa bruciandosi i ponti alle spalle.
E' passato del tempo - non sappiamo quanto, ma ci sono due figli già in età di parlare ma ancora affidati a un pedagogo. Facciamo una decina di anni?
La coppia è approdata a Corinto. Medea viene guardata con sospetto dalla popolazione, ma soprattutto dal re della città. Con le donne di Corinto invece i rapporti sono più che buoni, tanto che il coro è appunto composto di corinzie che solidarizzano in tutto e per tutto con lei e perfino quando disapprovano quel che fa non intervengono per fermarla, perché trovano che lei abbia ragione e Giasone torto.

Il re di Corinto suggerisce a Giasone di divorziare da Medea e di sposare sua figlia. Giasone accetta e all'inizio della tragedia i due sono già sposati. Medea viene a sapere la cosa solo a nozze già avvenute, e la prende malissimo. Si accorge, finalmente, di aver dato il suo cuore a un uomo inaffidabile e superficiale - quanto inaffidabile e superficiale lo scopriamo insieme a lei nel confronto tra i due. Si accorge, soprattutto, di essere in trappola: a Corinto il re non la vuole perché ne ha paura e la scaccia (e Giasone la rimprovera garbatamente: perché l'hai fatta tanto lunga e hai lanciato tanti accidenti sul re e sua figlia? Adesso per forza ti mandano via, è colpa tua), fuori da lì non ha amici ma solo nemici - e sono tutti nemici che si è fatta per aiutare Giasone e quel suo accidente di spedizione. Come tantissime donne piantate di fresco, ha anche due figli che sono scacciati insieme a lei, e di cui deve in qualche modo occuparsi. 
Proprio i due bambini sono il perno su cui ruota tutta la vicenda. 

Medea non è l'unica donna che ha creduto a un greco e se ne è trovata male: ai tempi di Euripide molte straniere si erano sposate con i commercianti ateniesi, e ci avevano fatto dei figli. E, come succede spesso in questi casi (adesso anche noi sappiamo che succede), di punto in bianco gli ateniesi decisero che c'erano troppi stranieri e figli di stranieri in giro e stabilirono che la cittadinanza ateniese andava concessa solo ai figli di genitori entrambi ateniesi. Molte donne di origine straniera si erano perciò ripudiate, loro e i loro figli spurii, per essere rimpiazzate da donne purosangue ateniesi che avrebbero dato ai loro mariti ateniesi figli purosangue ateniesi e perciò in possesso della cittadinanza ateniese. Per buona sorte degli ateniesi, queste donne scacciate dal talamo coniugale erano magari piene di rancore, ma del tutto digiune di incanti magici. Per disgrazia di Giasone (ma un tempo era stata la sua fortuna e la sua salvezza) Medea invece era una donna piena di talenti e capacità - e proprio quelle stesse capacità che le avevano permesso di salvare più volte la spedizione degli Argonauti dal disastro le serviranno a meraviglia per vendicarsi; ma Giasone, che la conosceva, avrebbe dovuto aspettarselo. Anche il re di Corinto, che ne aveva (giustamente) tanta paura avrebbe dovuto maneggiarla con più attenzione. E che dire della scervellatissima figlia del re, che all'inizio non ne vuol sapere dei figli di primo letto di Giasone e subito cede davanti a un bel vestitino con coroncina annessa?
Medea riesce a vendicarsi nel più efficace dei modi, ma anche a prepararsi una via d'uscita. Non solo, il padre di suo padre le manda un bel carro tirato da draghi volanti che la porterà via, lontano dai suoi nemici - perché evidentemente la sua famiglia di origine le serba rancore per quel che ha fatto, ma non tanto da lasciarla in balia dei suoi nemici (altro aspetto carico di spunti di riflessione: i potenti solidarizzano sempore tra loro, quando è necessario).
Giasone, del tutto illeso, sopravviverà per meglio soffrire, e finirà amaramente i suoi giorni - del che, allo spettatore, davvero non potrebbe fregare di meno: se l'è proprio cercata.

Medea è una donna lucida e coraggiosa che si è messa in mano a un idiota che si accompagna volentieri ad altri idioti - destino non rarissimo per una donna. Analizza la condizione femminile in pochi, efficacissimi versi, descrive l'amore materno con parole indimenticabili, elenca nel più chiaro dei modi i suoi errori, i torti subiti, i torti inflitti ad altri; conosce i suoi mali, i rimedi per questi mali e le devastanti conseguenze che questi rimedi avranno anche per lei. Lo spettatore non la giustifica, la capisce - non soltanto perché Medea sa spiegarsi assai chiaramente, ma soprattutto perché riesce ad evocare con le sue parole qualcosa che dorme dentro ognuno di noi.

E' un testo breve: si legge in due-tre ore, scorre benissimo e un paio di note o qualche riga di introduzione (che non mancano mai) aiutano a orizzontarsi nei riferimenti mitologici, che abbondano ma non sono troppi. Consigliato a tutti, dai quindici anni in su. Come tutte le tragedie greche, lascia alla fine un senso di piacevole serenità nonostante le vicende narrate siano piuttosto cupe - catarsi, la chiamavano i greci, ed è una sorta di ripulitura dell'anima.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, auguro un buon fine settimana con felici e catartiche letture a chiunque passi per di qua e invoco un piccolo pensiero di solidarietà per noi sventurati insegnanti che stasera correggeremo le prove Invalsi dell'esame di terza media per via telematica - ché se il sistema va in crisi come l'anno scorso rischiamo di passarci la nottata.

mercoledì 17 giugno 2015

Samantha Cristoforetti (che non ha fatto niente di speciale)

Da bambina volevo diventare astronauta: erano gli anni dello sbarco sulla Luna e in casa mia circolava anche un po' di fantascienza.
Chiesi a mia madre cosa avrei dovuto fare.
"Prima di tutto si deve essere americani" fu la pragmatica risposta. Disse poi che dovevo fare ingegneria spaziale all'università e imparare benissimo l'inglese, e a quel punto avrei potuto anche andare negli Stati Uniti a specializzarmi. Non accennò neanche di lontano che il fatto di essere donna potesse crearmi qualche intralcio, anzi mi parlò di Valentina Tereshkova.
Più avanti ripiegai sull'astronomia: in fondo avevamo Arcetri assai vicino, e pure un astronoma toscana di gran rinomanza: Margherita Hack, sissignori.
Quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo "astronoma" invece che ballerina o maestra, come tutte le mie compagne.
Non ricordo quando misi il sogno nel cassetto: guardavo volentieri i film e i telefilm di fantascienza, leggevo qualche libro e mi interessavo di stelle e pianeti, ritagliando i servizi fotografici delle sonde che andavano sempre più lontano nel sistema solare; ma quando nella mia vita entrarono Star Wars e Star Trek, Capitan Harlock e Gundam e, a un certo punto, perfino i raccoglitori col materiale dell'ESA, (European Space Agency) che catalogai durante il mio stage agli archivi storici della Comunità Europea, ero ormai molto più orientata sul  medioevo che sui viaggi interstellari - e va detto che non sono due mondi facili da mettere in comunicazione.

Il capitano Samantha Cristoforetti è nata sedici anni dopo di me, quando già l'Unione Europea non era più soltanto il MEC (Mercato Comune Europeo) e l'ESA mandava i suoi primi vagiti. Quando era ragazza la Cortina di Ferro cadde, l'Europa improvvisamente si allargò e le donne italiane cominciarono ad entrare nell'esercito. Quei sedici anni di differenza aprivano degli spiragli sul mio sogno.
In tutti i casi, lei non si è limitata a guardare telefilm sospirando quando entrava in scena il maggiore Char, né ha perso tempo a cazzeggiare con le saghe cavalleresche e il latino medievale: si è effettivamente laureata in ingegneria meccanica (in Germania), ha imparato non solo l'inglese ma anche il francese, il tedesco e il russo (lingua che nell'astronautica ha un suo perché),  ha fatto l'Accademia Areonautica, preso una laurea in Scienze dell'Areonautica ed è pure ndata negli USA a specializzarsi nella nobile arte del volo. Vola che ti volo, ha poi finito per vincere una selezione per astronauta e la partecipazione a una missione nello spazio della durata di sei mesi, diventati otto strada facendo. E' così diventata la prima astronauta italiana, al contrario di me, e da quando l'ho sentita nominare per la prima volta provo nei suoi confronti un ammirazione sconfinata e un invidia altrettanto sconfinata, condita da qualche "chissà se avrei potuto anch'io..." (non credo proprio che avrei potuto: con gran fatica ho imparato un po' d'inglese, muovermi da casa mi è sempre stato gran fatica e mi sento molto più a mio agio con una saga cavalleresca che con un trattato di matematica tra le mani, per tacere del fatto che alle medie non sono mai riuscita nemmeno ad arrivare nemmeno all'otto anche se mi divertivo molto quando c'erano da ruotare le figure geometriche). Così la seguo con molta attenzione e mi ci sono pure identificata un po'. Tra l'altro abbiamo in comune una certa venatura nerd.

Samantha, detta anche Sam (Sam? Come lo zio Sam e il prode portatore dell'Anello Sam Gamgee? Ebbene sì) e AstroSamantha (perché a un certo punto tra gli astronauti di ESA e NASA è diventato di moda chiamarsi AstroQuelCheSono negli account) è infatti andata in missione portandosi dietro la maglietta di Star Trek; così la morte di Leonard Nimoy non l'ha colta impreparata e ha potuto commemorare il nostro esploratore spaziale preferito vestita in modo adeguato, facendosi fotografare con le dita aperte nel celebre saluto vulcaniano di "Lunga vita e prosperità" (ma non è stata certo l'unica: tanti astronauti e scienziati di tutto il mondo hanno commemorato con gran cordoglio la morte di Mr. Spock come se fosse stato il loro più caro amico d'infanzia; perché, come molti sono diventati medievisti per avere letto Tolkien, parecchi devono aver scelto carriere aereonautiche dopo aver guardato e riguardato Star Trek). Tutti i nerd italiani l'hanno adottata per le sue citazioni da Star Trek, dalla Trilogia Galattica e simili e tutti hanno (abbiamo? Sì, abbiamo) provato un piacere particolare ad avere in missione nello spazio la nostra sorellina d'elezione.

Per questo sono rimasta molto (spiacevolmente) colpita vedendo il profluvio di critiche, una più idiota dell'altra, che il capitano Sam si tira addosso, in rete e non solo, sin dall'inizio della sua missione qualsiasi cosa dica o faccia.
Per farsi un idea della vastità del fenomeno basta lanciare su Google una ricerca su "Samantha Cristoforetti insulti sul web" (che riporta anche insulti presi dalla stampa e dalla televisione); a Novembre la redazione di Orgoglio Nerd ha anche stilato una classifica su "I Dieci peggiori commenti su Futura e Samantha Cristoforetti", ma poi immagino che abbia rinunciato perché il fenomeno non ha mai accennato a placarsi e ha anzi raggiunto nuove sublimi vette quando il capitano Sam è tornato a terra.

Le lamentele a suo riguardo sono come minimo stravaganti: ma chi è questa qua, ma quanto rompe, ma che farà di tanto speciale lassù, che poi ci costa un occhio, perché mai dovremmo lodarla, fa soltanto il suo lavoro, e poi la pagano anche, e la sua missione non serve a niente, perché è considerata un eroina, c'è tanta gente più brava di lei che fa cose più importanti... 
Qualcuno ha parlato di maschilismo, ma mi sembra riduttivo: prima di tutto perché, al contrario, molti uomini hanno mostrato di apprezzarla e tenerla in gran considerazione, poi perché le critiche vengono spesso anche da donne. Più che di maschilismo mi sembra quindi il caso di parlare di idiozia pura, che è cosa che travalica i limiti di genere - l'ultimo caso balzato agli onori della cronaca è un commento di mano femminile che ha portato alla sua autrice una invasione di gattini di protesta (che l'ha irritata moltissimo).

Intendiamoci: gli apprezzamenti sul fatto che l'hanno scelta perché anche nelle basi spaziali serve che qualcuno cucini e lavi i piatti, o che è stata selezionata in cambio di prestazioni di vario genere sono, per quanto ne so, un esclusiva maschile. Tuttavia molte donne si sono unite ai filoni più cospicui di critiche: quello del "maquantoseneparlasant'iddiochepalle", il "maccheffaràditantospeciale,boh" e il più irritato "Maquantocicosta'staqua".
Quel che salta agli occhi è che gli autori di questi commenti, maschi o femmine che siano, mostrano di avere un livello culturale piuttosto basso - evidenziato anche da un ortografia e una sintassi decisamente personali.
Per quel che ricordo, un tempo il popolo incolto mostrava gran rispetto formale per tutto ciò che poteva collegarsi alle parole "scienza" e "cultura" - un rispetto che oggi è decisamente calato.
"Bella forza" si risponderà "Oggi la cultura e la scienza non servono a niente, chi studia non viene ripagato, i soldi si fanno in altri modi".
Per l'appunto il capitano Samantha è invece un caso in cui un lungo percorso di studi ben ponderati ha portato i suoi frutti: la signora ne ha ricavato popolarità e fama, nonché laute retribuzioni - magari non all'altezza di quelle percepite dai  vari manager incaricati di gestire male ferrovie, banche e servizi vari, ma comunque buone; in più fa un lavoro che le piace e per il quale è pienamente qualificata. Davvero irritante, dobbiamo convenirne; tanto più in un momento in cui si sta cercando di avallare (con un certo successo, sembrerebbe) la teoria che la ricerca scientifica serve solo a buttar via soldi, che già ne abbiamo così pochi.
E forse il problema è tutto qui: vedere qualcuno che in Italia ha guadagnato gloria, onori e quattrini seguendo con rigore un duro percorso di studi e dopo essere stato selezionato in base a criteri rigidamente meritocratici è cosa che mette in crisi tutti i più sacri fondamenti su cui si basa al momento la nostra società. Il fatto che questo qualcuno sia in realtà una qualcuna è solo la ciliegina finale sulla torta.
Perché, signori miei, dove andremo mai a finire se salta fuori che a questo mondo si può far carriera e soldi non per parentela, non in cambio di illecite prestazioni sessuali, non poggiandosi a deplorevoli cordate demoplutogiudaicomassoniche ma per merito e per volontà? 
Tremo al solo pensiero.

domenica 14 giugno 2015

La supplente riconoscente (Il racconto del mese di Giugno)

Finita la terza ora approdo in Sala Insegnanti, dove il grande tavolo è ingentilito da due enormi vassoi pieni di splendidi pasticcini. Il bianco della panna, l'oro dei minibabà al rum, il nero del cioccolato fondente e il verde e il rosso dei canditi si fondono in armoniosi contrasti e in dolci simmetrie.
"A cosa dobbiamo il piacere?" chiedo prima di tuffarmi.
"Sono da parte di Rossana" mi spiega la prof. Therral "Ha anche messo una lettera sul tavolo".
Rossana è la nostra giovane e preziosa precaria di Lettere, al momento assai barbaramente tormentata dal PAS e per giunta in procinto di affrontare il suo primo esame con ben due terze in contemporanea. Caso mai dovremmo essere noi che offriamo generi di conforto a lei, non viceversa.

Quanto alla lettera, è una sviolinata in piena regola dove in pratica ci ringrazia di esistere e di averla trattata così bene: le abbiamo riservato un'accoglienza fantastica, facendola sentire da subito una di noi, l'abbiamo guidata  insegnandole i trucchi del mestiere  senza il timore di mostrarle fiducia, le abbiamo insegnato il significato della collaborazione e della vera condivisione: solo in questa scuola ha imparato cosa vuol dire che i ragazzi sono tutti di tutti, e via e via. Praticamente un panegirico.

D'accordo, non era nella mia sezione e dunque la mia collaborazione si è limitata a insegnarle dov'era il frigorifero, dove stava la cancelleria e come si facevano le fotocopie fronte-retro, oltre a qualche occasionale intervento di supporto morale - il più lo hanno fatto i colleghi del suo corso, invero tutti assai gentili; ma la domanda che mi sorge spontanea è: che razza di stronzi quella povera ragazza ha incrociato prima di noi, se un accoglienza mediamente amichevole le ha fatto tanta impressione? D'altra parte è vero che a St. Mary Mead l'ambiente di lavoro è buono, anzi dopo qualche anno che ci stai ti abitui a considerarlo normale e a darlo per scontato - ma in effetti dovrebbe essere scontato. Chi meglio di un insegnante può aiutare un altra/o insegnante, per lo meno offrendole/gli comprensione e caffè caldo quando i ragazzi sono lunatici e la stampante si inceppa?

Ho staccato con delicatezza la lettera e l'ho portata via.
"Dove vai?" ha chiesto la prof. Therral.
"A fare una fotocopia" ho risposto "Tutti noi abbiamo ricevuto lettere di ringraziamento dai ragazzi e perfino dai genitori, ma è la prima volta che ne ricevo una da una collega, e voglio conservarla".
"Giusto".

sabato 6 giugno 2015

Il medico di corte - Per Olov Enquist


Il libro è stato pubblicato nel 1999 e tradotto in Italia nel 2007 dalla casa editrice Iperborea, specializzata appunto in testi del Grande Nord   che si ostina a pubblicare in un formato lungo e stretto, da guida turistica, che personalmente ho sempre trovato un po' scomodo per la lettura ma che immagino abbia i suoi estimatori.

Non è un romanzo storico, piuttosto una ricostruzione storica un po' romanzata ma eseguita con grande abilità e molta attenzione alle fonti dell'epoca, che vengono citate e contestualizzate con grande generosità. Certe parti l'autore ha dovuto inventarsele per forza di cose, ma di veramente inventato viene da pensare che ci sia ben poco e che tutto o quasi abbia alle spalle qualche documento, memoria o confessione dei protagonisti - tutta gente che, ben lontana dall'analfabetismo, amava assai mettere i suoi pensieri su carta o farli mettere ad altri.
L'autore, svedese, ricostruisce un episodio molto particolare della storia danese, ovvero "l'epoca Struensee", che fu una specie di Primavera delle Libertà, quando la Danimarca quasi riuscì a diventare il primo stato illuminista della storia grazie a una specie di colpo di stato legale avvenuto con il pieno appoggio del sovrano regnante.
La storia inizia nel 1766, quando Cristiano VII di Danimarca sale al trono a diciassette anni. Il giovane re ha ricevuto un educazione decisamente folle, tesa a spezzarne la volontà onde impedire che governi effettivamente il paese, limitando così i privilegi della corte danese. 
Il tentativo riesce solo in parte: il giovane sovrano è preda di fissazioni maniacali e vive in un incubo tutto suo, ma apprezza molto le nuove idee illuministe, intrattenendo tra l'altro una corrispondenza con Voltaire. La corte danese è un ambiente claustrofobico dove Cristiano può forse sembrare pazzo, ma certamente non è l'unico ad esserlo. Durante il classico viaggio di formazione che Cristiano fa in Europa si lega al suo medico di corte, Johann Friedrich Streunsee,  tedesco illuminista che applica le più moderne e illuminate tecniche di guarigione ai suoi malati. Quando i due torneranno alla corte danese, Cristiano affiderà completamente il governo al suo medico, che inizierà un rapido programma di riforme con centinaia di decreti (che, per ordine espresso del re, basterà la firma del medico a rendere attivi a tutti gli effetti) mentre il re scivolerà più o meno serenamente nella sua pazzia.
A corte c'è anche la regina, una principessa inglese di poco più giovane di Cristiano e diventata sua sposa a quattordici anni. Tra la regina e Streunsee nascerà un grande amore ma anche una forte intesa politica (sì, anche la giovanissima regina apprezza molto le idee illuministe) e infine una bella bambina, che tutti considereranno sempre la figlia del medico ma che il re non rinnegherà mai.

Il problema di Streunsee si rivelerà quello di essere solo, a corte: il re è sincero nel suo appoggio ma troppo debole per riuscire a difendere la coppia che pure ama, la regina è rimasta un estranea per la corte e infine, dopo poco più di un anno, l'idillio viene spezzato da una congiura. Sotto le torture, o la minaccia delle torture, o più semplicemente la minaccia di uccidere la bambina, i congiurati costringono Streunsee a confessare la relazione. La regina viene esiliata (morirà poco dopo, forse di morte naturale), le riforme abolite, il medico giustiziato. Il re però non può essere eliminato, e i congiurati preferiscono tenerselo com'è, sempre più instabile mentalmente e sempre più perso nella sua follia - ed è veramente notevole il modo con cui l'autore riesce a guidarci nel tunnel di questa pazzia, in un modo che spiega tutti gli avvenimenti e gli conferisce una logica, per quanto perversa (e non c'è dubbio che in questa storia di perversione ce ne sia parecchia). Anni dopo sarà il figlio legittimo del re, Federico VI, a deporre il padre e ad avviare nuovamente il programma di riforme abortite ai tempi de "l'epoca Streunsee" - perché anche Federico VI, naturalmente, era un convinto illuminista, anche se dirazzò negli ultimi anni del suo lungo regno.
Streunsee e la regina alla fine vinsero, dunque, grazie a quel gran galantuomo che è il tempo; e vinsero anche in un modo più sottile, perché la discendenza della principessina nata dal loro amore (e mai rinnegata dal re di Danimarca) a suo tempo e grazie agli intrecci dinastici finì nelle famiglie regnanti di tutta Europa.

Il medico di corte è un romanzo (o un trattato di storia) forse non di lettura leggerissima, ma estremamente affascinante, e probabilmente non mi sarebbe mai capitato tra le mani senza una segnalazione del Venerdì del Libro di un paio di anni fa. Purtroppo la blogger che l'aveva segnalato a suo tempo da allora ha chiuso o blindato il suo blog, e non posso fare il rimando. Ci tenevo però a esprimerle comunque la mia riconoscenza.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, anche se ad ora tarda, e auguro a tutti felici letture per questo fine settimana - anche perché, col caldo che fa, personalmente più che spalmarmi in poltrona a leggere alzandomi solo per qualche occasionale relazione di fine anno non credo proprio che riuscirò a fare.