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martedì 7 luglio 2009

Crisalide (questa volta è la canzone)



Crisalide è la canzone di Max Gazzé che preferisco e forse la mia canzone preferita in assoluto; di sicuro è il motivo per cui mi sono comprata Tra l'aratro e la radio prima, e tutti gli altri CD di Gazzé poi: quell'inizio spaziale, un po' ipnotico mi aveva affascinata. Mi trasmetteva l'immagine di qualcosa (Uovo cosmico? Seme di stelle?) sospeso a un filo invisibile che ruotava su se stesso prima di schiudersi.
La nascita dell'universo? La nascita di una parte dell'universo? La partenza di quello che noi chiamiamo "creazione"?
Passai qualche settimana catturata dalla musica prima di prendere in considerazione anche il testo; il quale testo, a parte la frase centrale "del non essere ancora e dovere diventare" sembrava parlare di tutt'altro che di crisalidi; in effetti...

Di questi lacerti antropici 
Sgretolati irreparabili 
Di queste scaglie non più corporee 
Arricciate come coriandoli 
Stracciati per dispetto 
Per essere un calcolo un fluido 
Un sistema perfetto 
Incompleto e provvisorio 
Resterà un sogno? Un ricordo? 

Di queste scorie di cellule umori e passioni 
Dell'ansimare tra coscienza e istinto tra sublime e minuto? 
Di questo odore di pane caldo 
In questa notte d'estate cosi piena di stelle? 
Di questo spasimo incontenibile chiamato amore? 

Per l'ultimo umano esercizio del paragone 
Per declinare il conforto di ciò che è stato 
Comunque sia stato 
Per vidimare il terrore dell'ignoto 
Del non essere più e dovere ancora diventare 

Se questo ignoto stadio dell'essere 
(se è) 
Se questa forma di vita non informata 
Sparisce con l'intuizione 
Estranea e superiore 
Della dialettica del cosmo 
Del segreto del divenire 
Quotidiano 

Resterà un segno? Il mio ricordo? 

Di queste scorie di cellule umori e passioni 
Dell'ansimare tra coscienza e istinto, tra sublime e minuto? 
Di questo odore di pane caldo 
In questa notte d'estate cosi piena di stelle? 
Di questo spasimo incontenibile chiamato amore? 

Solo chi non ha visto ci crede davvero 
Perché chi c'era 
Ancora si chiede se era 
(G. Santucci – M. Gazzè) 

...in effetti, qui nasce poco. A dirla tutta, più che nascere si muore.
Sì, certo, ogni morte è una nuova nascita etc. etc. Ma qui la Grande Domanda che occupa tutta la canzone è, per l'appunto "di tutto quello che ho provato e vissuto, mi resterà qualcosa?": ed è una domanda senza risposta. Davanti al terrore dell'ignoto, al momento del Passaggio, siamo soli e senza appigli.

D'accordo, e allora che caspita c'entra la crisalide? SE questa forma di vita non informata svanisce con l'intuizione, allora la nostra morte non ha niente di crisalideo - anche perché le crisalidi mica muoiono. Almeno,  così credevo.

Dunque Crisalide per me era una canzone sull'incognito dopo la morte. Tema senz'altro interessante, almeno ai miei occhi, e al quale non avevo mai pensato;  per chi è vivo è difficile immaginare che, da morto, tutto quel che è stato non conti più nulla per lui stesso medesimo. Che possa non contare niente per gli altri si mette in conto, in fondo quasi tutti quelli che sono venuti prima di noi sono stati completamente dimenticati, col tempo. Tutti quei bravi villanoviani e celti e iperborei e cavernicoli, magari amati teneramente da amici e parenti, di cui non serbiamo più l'ombra di un ricordo... 

Poi qualcuno (mi sembra sul penultimo forum del sito ufficiale di Gazzé,  forum ormai defunto per i soliti disguidi informatici e rinato, lui, senza traccia dei post precedenti) aveva scritto di avere sempre inteso Crisalide come una canzone sulla nascita - che, visto il titolo, aveva anche un senso. Mi ero messa da parte quel discorso in un cantuccio della mente e ogni tanto ci ripensavo, ma senza venirne a capo. Finché, un bel giorno...

Stavo leggendo un libro di fantasy, nemmeno entusiasmante: l'ultimo volume della Guerra degli Elfi di Brennan - la solita saga iniziata bene ma che si perde per strada. B Brennan non scrive male, ma dà l'impressione di non essere convinto lui per primo che la sua storia stia in piedi (e non ha tutti i torti). 
Comunque a un certo punto un personaggio (che sta per morire) fa questa tirata:

"Durante le sue prime due settimane di vita, un mese al massimo, il bruco non fa che ingozzarsi di foglie, fino a diventare quasi trentamila volte più grosso di quando è nato. Un bell'animaletto robusto. Gli spuntano occhi e papille gustative e antenne per annusare. Ha mascelle robuste. Usa le zampe anteriori per afferrare il cibo. E dentro ha intestini e organi di ogni genere. Finché un giorno il bruco... che, ricorda bene, in vita sua non ha mai fatto altro che mangiare... comincia a filare la seta. Questa creatura che ha trascorso la vita evitando uccelli e vespe, che fino ad allora si è preoccupato solo di sopravvivere, tesse la seta e se l'avvolge attorno come un sudario finché non riesce più a respirare. Si suicida. Come altro vorresti metterla? Il bruco si suicida. E poi resta a marcire dentro il bozzolo che ha tessuto e lasciato appeso a una foglia, o a un ramo o dove ti pare. Non resta più niente di lui. Niente mascelle, niente occhi, niente intestino... niente. Non resta niente di quel bruco! Così questo sacchetto di liquido putrefatto resta lì appeso. Finché, di punto in bianco, diventa trasparente, si spacca e ne esce... una farfalla! Una creatura con ali, cuore, sangue, sistema nervoso, ovaie o testicoli, e perfino un organo speciale che le permette di mantenere l'equilibrio mentre vola. Dal bozzolo esce una creatura che più diversa dal bruco non si può. E nessuno sull'intero pianeta ha la minima idea di come sia possibile una cosa del genere!"

Il bruco della crisalide non si trasforma, come avevo sempre creduto. Il bruco della crisalide muore e rinasce e non è più lui, ma tutt'altra cosa. Quel che c'era prima non c'è più, definitivamente. E solo chi non ha visto ci crede davvero, perché chi l'ha visto non è mai riuscito a convincersi davvero di aver visto giusto.

La farfalla conserva i ricordi del bruco?
Ci dicono di sì ma ignoro come abbiano fatto a scoprirlo. Forse con un buon trattamento psicanalitico?

(Last but not least: quando Santucci e Gazzé elaboravano questo testo invero piuttosto singolare, Brennan doveva ancora pubblicare il suo libro, e forse nemmeno l'aveva scritto. In tutti i casi, non ci credo nemmeno se me lo giurano loro che fossero, non dico in contatto, ma almeno vagamente a conoscenza l'uno degli altri)

3 commenti:

Pokankuni ha detto...

Ehm, veramente... si sa! :)

La prof ha detto...

Ringrazio tutt'e due, Murasaki per il bel post, che ho letto due volte, e mi è piaciuto, e Pokankuni per il link, che sono andata a vedere.
Devo dire che, un anno, in classe abbiamo allevato dei bachi da seta, partendo dalle uova. Ho portato a casa i bruchi alla fine della scuola, e ho continuato a nutrirli, fino a vederli crescere e diventare enormi. E poi li ho visti che si prosciugavano, si rinsecchivano, si ritiravano in sè stessi e si avvolgevano. Ho ancora due bozzoli, per ricordo. Gli altri si sono aperti, per le farfalle (che, tra parentesi, sono brutte e hanno un aspetto cattivissimo :-)

Grazie anche per il testo di Gazzè, che non conosco ma che mi è venuta voglia di conoscere.

Murasaki ha detto...

@ Pokankuni

Grazie dell'informazione!
Ho prontamente corretto ^__^

@ La prof

Che dire? La Moratti avrebbe approvato un approccio così concreto alla biologia, la Gelmini si sarebbe lamentata che non avevate fatto abbastanza grammatica... io mi congratulo per il coraggio, perché portare a casa un gruppo di bachi da seta affamati (e accidenti se sono affamati!) è senz'altro una nobile impresa.

(In seconda, a St. Mary Mead, abbiamo allevato lombrichi nell'armadio. Mangiavano con gran discrezione, ma la classe aveva un odore decisamente strano, e l'armadio era diventato infrequentabile)