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venerdì 31 luglio 2009

La storia siamo noi - Scardinare l'impianto cronologico






Quando portai la tesina di storia del secondo anno di SSIS alla tutor ebbi cura di farlo nell'ultimo giorno di tempo disponibile per la presentazione. Questo le impedì di fare tutto ciò che tutti gli insegnanti del gruppo di storia ritenevano loro preciso dovere: cambiare più volte l'argomento in corsa, assegnare una bibliografia che non c'entrava nulla e ristrutturare il lavoro da cima a fondo. Ma io non avevo molto tempo da perdere e volevo che quel che facevo mi tornasse utile, almeno a livello di formazione personale.
Si trattava di un modulo in tre lezioni sull'economia tra le due guerre mondiali. La tutor, a denti stretti, ammise che l'argomento era ben trattato e la bibliografia pertinente, ma si lamentò che tre lezioni per un modulo erano poche. Perché non lo ampliavo, ad esempio con un paio di lezioni sull'economia socialista in Svezia?
Risposi che l'economia svedese, per quanto argomento assai rispettabile, non veniva studiata in modo approfondito nel programma di terza media e che, soprattutto, tale tipologia economica si sviluppava dopo la seconda guerra mondiale.
"Ma noi stiamo appunto cercando di scardinare l'idea dell'insegnamento cronologico della storia" ribatté la tutor, assai infervorata.
"Io non sto cercando di scardinare un bel nulla e il programma di terza mi sembra abbastanza complesso anche senza confondere ulteriormente le idee ai ragazzi" risposi con voce da cui colavano i ghiaccioli.
Rimase interdetta, tanto che non riuscì a ribattere nulla - oppure un vago istinto di conservazione le suggerì di non spingersi oltre, perché oltre ai ghiaccioli dalla mia voce colavano anche pallottole e pugnali.
Da allora quel fiero proponimento di scardinare l'impianto cronologico mi è tornato spesso in mente, quando esaminavo i libri di storia - e, peggio ancora, quando ci lavoravo. Molti autori sembrano trovarla un'idea valida e si regolano di conseguenza, in barba agli obbiettivi ministeriali che continuano (non irragionevolmente, secondo me) a prevedere la capacità, per lo studente, di collocare un dato evento sulla linea del tempo.
Naturalmente siamo tutti d'accordo che la storia è qualcosa di più di un elenco di date, che la storiografia annalistica andava bene per gli antichi romani ma che oggi cerchiamo di inquadrare i fatti in un contesto più ampio, che non sempre è possibile trattare gli avvenimenti in ordine rigorosamente cronologico eccetera eccetera.
Detto questo, gli attuali manuali di storia per le medie sembrano convinti che il loro compito primario sia confondere le idee di chi li usa sulla successione temporale degli avvenimenti.
I metodi usati sono numerosi ed hanno maggior successo laddove si tratta di spaziare in ampi periodi. La storia medievale è fantastica sotto questo aspetto: puoi per esempio fissare la nascita delle città intorno all'anno Mille, trattare per due capitoli degli stati nazionali (che magari all'epoca non erano così consapevoli che in seguito avrebbero fatto di mestiere gli stati nazionali) dal 1000 al 1400 circa, spaziare sui popoli delle steppe con un piccolo excursus sulla storia cinese, soffermarti sugli ordini mendicanti e la civiltà cortese, poi un paio di paragrafi sulla vita dei castelli, e infine approdare ai contrasti tra papato e impero nell'XI secolo. Se poi alla fine di questa grande insalata i ragazzi che hanno provato a studiare storia sono convinti che Giovanna d'Arco e Francesco d'Assisi siano all'incirca contemporanei e Gregorio VII arrivi un po' dopo, insieme alle crociate e alla caduta di Costantinopoli, mi sembra il minimo.

Altre affascinanti possibilità sono offerte poi da eventi più fluttuanti, ad esempio la nascita della borghesia che notoriamente ha molte vite come i gatti perché, oltre a non morire mai, nasce un buon numero di volte: con l'affermarsi dei comuni, con l'espansione dell'economia fiamminga, con l'intervento di Colbert, un po' prima della rivoluzione francese e infine con la rivoluzione industriale finché non arriva Marx che parla di una borghesia completamente diversa.
Anche la rivoluzione industriale funziona bene sotto questo aspetto, perché già con l'invenzione della macchina a vapore si possono sfoggiare grandiose descrizioni delle città inquinate e degli slums che potranno in seguito essere ripetute pari pari per almeno tre volte (compresa una da includere nel paragrafo sul marxismo).
Si penserebbe però che, arrivati al programma di terza media, la ristrettezza dell'arco cronologico renda difficile confondere le idee più di tanto. In realtà anche lì, organizzandosi, si può fare parecchio - per esempio operando come il mio ultimo libro di storia* i cui autori, da sempre convinti sostenitori dell'importanza delle tre unità aristoteliche di tempo, spazio e azione, dedicano prima un capitolo al fascismo dal primo dopoguerra all'impero italiano compreso, poi uno all'antifascismo che comprende il delitto Matteotti, la posizione di Pio XI e Pio XII, i socialisti e le loro divisioni interne più Benedetto Croce, poi un capitolo sull'America dall'inizio del secolo alle riforme di Roosvelt più l'economia russa degli anni 30 (che funzionava con regole completamente diverse da quella occidentale), in seguito un capitolo per Hitler e l'antisemitismo e infine uno per la seconda metà degli anni 30 con le varie alleanze e conferenze di pace più la guerra civile spagnola e le leggi razziali italiane. A questo punto abbiamo un capitolo sulla seconda guerra mondiale (piuttosto frettoloso) e uno subito dopo, per l'Italia nella seconda guerra mondiale. Yalta arrivava dopo il varo della nostra gloriosa e amata Costituzione.

Un tempo i manuali di storia avevano quasi sempre una cronologia a fine capitolo, a volte all'inizio. Negli ultimi anni le cronologie sono completamente passate di moda, salvo che negli esercizi. I ragazzi hanno così la possibilità di pescare le date qua e là dal testo per piazzarle in ordine casuale in apposite caselle, ma mai di vedersele spiattellate comodamente davanti tutte in fila (altrimenti rischierebbero di impararle!).
Al posto della cronologia è diventata invece di gran moda la linea del tempo: si tratta di una sottile linea orizzontale piazzata in cima o in fondo alla coppia di pagine o all'inizio del capitolo, sulla quale vengono puntati gli avvenimenti più importanti, descritti con caratteri comodamente decifrabili con un microscopio anche di modesta portata, spesso ben mimetizzata con un accorto uso delle sfumature del grigio e dei colori pastello più chiari, tanto che ci si dimentica financo della sua esistenza.

Beh, in fondo la cronologia non è detto che sia così indispensabile: basta che il libro faccia attenzione a richiamare gli avvenimenti più importanti collegati a ciò di cui sta parlando.
Peccato che spesso il libro ritenga inutile soffermarsi su questi insulsi dettagli.
Siamo alla vigilia della prima guerra mondiale, c'è la questione balcanica. D'accordo, ma CHE COS'E' la questione balcanica? Che ne direste di un paragrafo che la riassume, visto che l'avete trattata marginalmente in quattro capitoli precedenti, quattro righe per capitolo?
Invece abbiamo una cartina per l'Europa verso la metà della prima guerra mondiale e una per l'Europa dopo la seconda guerra mondiale, ma nessuna dell'Europa prima di questo accidenti di prima guerra mondiale (e non un cane che dia qualche riga sull'effettiva consistenza dell'impero ottomano, di cui non si parla da svariati mesi e dal volume precedente. Si sa soltanto che "era il Grande Malato").
In queste condizioni, con lo sbarco in Normandia che avviene prima della fuga di Vittorio Emanuele III e della nascita della Repubblica di Salò, con la Resistenza dei nostri eroici partigiani sui monti piazzata prima di Yalta ma dopo il lancio delle due prime bombe atomiche (quanto ai pochi ebrei superstiti nei campi di concentramento, li hanno liberati qualche capitolo fa, dopo gli orrori della campagna antisemita) e i partigiani jugoslavi che imperversano dopo che già è calata la cortina di ferro, è già tanto se le sventurate creature affidate alle mie cure hanno metabolizzato che la seconda guerra mondiale va dal 1939 al 1945.

Intendiamoci, si può fare anche di peggio, ad esempio proponendo a distanza di una pagina (o addirittura nella stessa pagina) due date diverse per lo stesso avvenimento (poniamo, il regno di Luigi XIV, incoronato mi pare sui 14 anni ma che prese effettivamente il potere a 22; oppure la nascita dell'ordine francescano, a seconda che si scelga di rifarsi alla Regula non bollata o alla Regula bollata) senza una parola di spiegazione per il disgraziato studente - che poi anche il malcapitato insegnante non la schiferebbe, qualche parola di chiarimento, detto per inciso.
Oppure ci sono le mitiche mappe concettuali, un folle strumento didattico partorito da qualche mente malata dopo l'assunzione di LSD di pessima qualità. Intendiamoci, una mappa concettuale ben fatta può essere un validissimo aiuto per ripassare la lezione; di solito però le mappe concettuali dei libri di storia delle medie non sono fatte né benissimo né bene: sono una vera foresta di simboli, dove l'autore considera suo specifico dovere concentrare il massimo numero di frecce possibili (preferibilmente frecce di tre tipi o di più colori, con apposita legenda sotto per semplificarsi le idee) che a volte indicano un rapporto causa-effetto (o magari credono di indicarlo, perché la maggior parte dei rapporti causa-effetto dei nostri manuali sono decisamente opinabili), a volte un rapporto prima-dopo, a volte un rapporto di contemporaneità e a volte... mah, a volte proprio non si capisce che diavolo di rapporto possano stare ad indicare - ma tanto una freccia non si nega a niente, in una mappa concettuale.

In sintesi: la maggior parte dei libri di storia è piena zeppa di errori nel testo principale. I cosiddetti sussidi didattici che affollano la pagina fino all'inverosimile, in un tripudio di colori e di segnali di evidenziazione, contribuiscono poi a completare l'opera del testo confondendo quanto più è possibile le idee allo sventurato allievo; se aggiungiamo che il poveretto viene da scuole elementari dove "la storia" in generale non si fa più e ci si limita a carotare alcuni argomenti, confondergli le idee è facile quanto impallinare un'anatra accovacciata.

Dopo di che alle superiori si lamentano che la preparazione di storia dei ragazzi che gli arrivano fa schifo, pena, ribrezzo e pietà.
D'accordo, alle superiori si lamentano sempre e per principio (come facciamo del resto anche noi alle medie).
A volte però ci sta pure che abbiano ragione.

*STORIA, della DeAgostini (gli autori hanno comprensibilmente preferito mantenere l'incognito) ora per fortuna non più pubblicato.

giovedì 30 luglio 2009

Harry Potter e il Principe Mezzosangue




Abstract: sono stata a vedere "Harry Potter e il Principe Mezzosangue" e l'ho trovato una gran palla. Più sotto spiego dettagliatamente.

Il sesto libro della saga di Harry Potter è il libro dei Serpeverde: conosciamo qualche squarcio della vita del Serpeverde più famoso, ovvero Voldemort, e anche qualche discendente invero un po' decaduto del fondatore della casa; apprendiamo qualcosina sul più misterioso dei Serpeverde minori, ovvero quel Blaise Zabini di cui per anni nelle fanfiction si è discusso se fosse maschio o femmina (è maschio, nero e pare sia anche bellissimo pur non facendo nulla di rimarchevole in alcuna pagina del libro); ci soffermiamo adeguatamente sul Serpeverde più ambiguo della saga, ovvero Severus Piton e finalmente Draco Malfoy fa qualcosa che non sia prendere in giro Harry, Ron e Hermione per giustificare la sua esistenza in vita; conosciamo poi la madre di Draco e scopriamo (senza sorprenderci troppo) che anche i Serpeverde sono attaccatissimi ai loro figli; vediamo all'opera un Serpeverde "buono", di quelli che hanno approfondito le scienze occulte senza cedere troppo al loro fascino, ovvero il professor Lumacorno, che si veste spesso con un abbagliante color smeraldo; abbiamo occasione di conoscere un bel po' di magia nera al di là delle tre Maledizioni Senza Perdono; infine Harry e Silente vanno a caccia di un medaglione in un antro verde pieno di raggi verdi e di acqua verde (e di un sacco di altre cosacce).
E' un libro cupo, e questo è messo bene in rilievo dalla fotografia del film, anche se di verde se ne vede assai poco, anche nel verdissimo e spettrale antro.
E' anche un libro con una trama ricca e molto ben composta, ma guardando il film questo non si capisce. Ecco, il problema è che nel film non si capisce un accidente di quel che succede. Questo mi sembra un limite.
D'accordo, hanno semplificato la trama. Con un libro di quelle dimensioni devi semplificare la trama o lo spettatore non ne esce vivo; però il risultato è una serie di brandelli di vicende scarsamente collegati tra loro. Poniamo che qualcuno che non si è letto i libri voglia seguire la saga solo attraverso i film; io non la trovo una pretesa irragionevole, ma il regista degli ultimi due episodi evidentemente sì. Eppure, secondo me, un film intitolato "Harry Potter e il Principe Mezzosangue" dovrebbe farti conoscere la storia di Harry Potter e del Principe Mezzosangue, più che servirti per controllare se l'hai capita bene leggendola sul libro - il tutto sia detto senza minimamente voler scoraggiare nessuno dall'amore per la lettura.

Si parte senza il colloquio tra il ministro della magia e il primo ministro babbano; d'accordo, è una scelta: qualcosa si deve pur tagliare e si è scelto di tagliare TUTTA la parte politica, anche per evitare che gli scervellati spettatori si accorgessero che è molto, molto attuale. E dunque via i problemi legati all'informazione, via gli elfi e i goblin/folletti, via le discriminazioni contro i lupi mannari, via il tentativo del nuovo ministro Scrimgeur di tenere tranquilla la popolazione con interventi di facciata, via il panico serpeggiante, restano solo delle immagini un po' scure; anche la scena del crollo del ponte, bella e impressionante, resta, come dire... sospesa nell'aria.
Alla fine del film precedente Sirius è morto, e la cosa aveva, come dire, leggermente scosso Harry. Ma si sa che chi muore giace e chi vive si dà pace e ritroviamo un Harry di ottimo umore che invece di stare in camera a mangiarsi il fegato per quel che è successo va in giro ad imbroccare ragazze - operazione legittima, si capisce, ma un po' fine a sé stessa visto che finisce in un niente di fatto (solo per colpa degli sceneggiatori, visto che Harry e la ragazza erano disponibilissimi a fare il loro dovere) perché arriva Silente. L'utilità della scena sfugge, visto che pochi metri di pellicola dopo Harry si mostrerà assai attratto da Ginny...
Serve per farci vedere che Harry è in caccia? Vabbe', prendiamola per buona.
In treno, non si sa perché, Harry Ron ed Hermione godono di uno scompartimento tutto per loro anche se non hanno poi grandi segreti da raccontarsi; il povero Draco, invece, che dovrebbe far capire agli altri che ci ha una Vera Missione da compiere per conto di Voldemort, è costretto a raccontarlo a un'intera vettura di seconda classe - per fortuna piena di soli Serpeverde.
Scopriamo qualcosina sulla vita di Voldemort, ma data la cronica assenza di ogni tipo di accenno ai suoi genitori siamo costretti a concludere che è nato sotto un cavolo - eppure la famiglia e i traumi subiti nella prima infanzia (e soprattutto durante la gestazione) hanno una parte non secondaria nel libro e allacciano un bel po' di fili nella trama.
Visto che in una delle scene ha undici anni e nell'altra diciassette hanno chiamato due diversi attori, solo che il diciassettenne sembra il sosia dell'undicenne ed è molto, molto meno carino dell'altro Voldemort diciassettenne che abbiamo visto nella Camera dei Segreti. Dice che ormai era fuori età per la parte, magari è anche vero, però potevano almeno cercare di farli simili. Dopotutto, in teoria, sarebbero la stessa persona.
A Natale i Mangiamorte attaccano casa Weasley. Nonostante che dentro ci sia mezzo Ordine della Fenice e alcuni dei più brillanti maghi in formazione, nessuno di loro riesce a far niente per difendersi. Scappano, sguazzano tutti tra erba e paludi, in mezzo a una quantità di vegetazione che a Natale non c'è manco in Riviera, poi guardano il rogo della casa e nessuno in seguito ha una parola di commento o di disappunto (ignoriamo se dopo l'incidente la famiglia Weasley vada al dormitorio pubblico o si accampi da qualche amico. Qui il libro non ci è di aiuto perché la casa non viene attaccata né tantomeno bruciata).
Fleur latita e nessuno ne parla. In compenso Bill non viene morso da nessun lupo mannaro e in sostanza dei due non c'è traccia, tanto meno in versione fidanzati. Ritorneranno, dice, nei prossimi film. Tonks e Lupin si fidanzano senza particolari traumi, lontano dall'occhio della cinepresa, e a Natale stanno chiaramente insieme. Diciamo che la vita sentimentale degli "adulti" viene drasticamente semplificata. Vabbe', qualcosa devi tagliare, però non c'era niente di male a ricordare allo spettatore che passare i diciassette anni non vuol dire avere automaticamente raggiunto la pace dei sensi e dei sentimenti.
Draco... ecco, Draco è impegnatissimo a cercare di far entrare di soppiatto dei Mangiamorte ad Hogwarts.
Perché non li fa entrare dal portone? Perché sul portone ci sono gli incantesimi di protezione, ovvio.
E perché i Mangiamorte non si limitano a materializzarsi dentro Hogwarts?
Perché (il lettore l'ha imparato nel terzo libro, dove gli è stato ripetuto ben oltre la nausea) non ci si può materializzare dentro i confini di Hogwarts. Nel film invece Silente dice a Harry "Harry caro, andiamo a caccia di horcrux. Dammi il braccio che ci smaterializziamo"; Harry ribatte "Ma signore, non è consentito smaterializzarsi a Hogwarts". Silente gli risponde "Essere me ha i suoi vantaggi", ovvero "Io sono il preside e faccio come mi pare". Qui i casi sono due: o i traduttori dei dialoghi del film si sono bevuti il cervello, o se lo sono bevuto gli sceneggiatori originali, perchè se è solo una questione di divieti... beh, i divieti si ignorano, e i Mangiamorte non vengono mai descritti come persone particolarmente scrupolose nell'osservanza delle leggi.
Insomma, se c'è un semplice divieto, e allora basta fregarsene, non si capisce perché Draco deve incomodarsi tanto; ma se invece ci sono fior di incantesimi che impediscono di materializzarsi, beh, allora il lavoro di Draco ha un senso e anche una sua utilità (dal punto di vista dei Mangiamorte, si capisce).
Piton è il Principe Mezzosangue, lo proclama e l'ha anche scritto sul frontespizio di un suo vecchio libro. Perché proprio "il Principe Mezzosangue" e non, chessò, "il Re degli Avvincini"?
Nessuno ce lo spiega - soprattutto, nessuno se lo domanda.
Nessuno perde tempo su niente, in questo film, e l'unico che sembra ricordarsi che dietro al canovaccio principale c'è una saga fantasy da badare è Draco - che comunque si preoccupa solo della sua pelle, mentre nel libro sa che dal suo fallimento può dipendere la morte dei suoi genitori oltre che la sua.
La madre di Draco, che su carta è sempre stata descritta come una bella donna, è una carampana bicolor in stile Crudelia DeMon (molto più bella la sorella Bellatrix, che pure si è fatta quindici anni ad Azkaban). Con Piton fa "il voto infrangibile", in fretta e furia, per esigenze di copione. Più che una madre terrorizzata per le sorti del suo unigenito sembra una signora un po' protettiva che prende una precauzione in più per il suo rampollo, mentre Severus si prende in carico la cosa solo perché gliel'ha chiesto l'autrice. Manca completamente l'interrogatorio di Bellatrix che serve a spiegare come fa Piton a condurre il suo doppio gioco con Voldemort. Ma in effetti non si insiste minimamente sul doppio gioco di Piton, che con molta naturalezza passa da un té con Silente a una merenda sull'erba con i Mangiamorte e tutti danno per scontato che stia dalla loro parte, qualunque sia la loro parte. Compare Minus per quattro secondi, ma come potrebbe comparire il ragazzo che fa le consegne per il fornaio. In effetti, potevano non metterlo e non cambiava nulla.
Si parla poco anche degli horcrux. Ci dicono che qualcosa, come il funerale di Silente, sarà recuperato nei due prossimi film, ma qui l'impressione è che Silente muoia per questioni di trama ma senza causare scompiglio a nessuno. Niente battaglia di Hogwarts, una fuga piuttosto rilassata di Piton, che viene anche deprivato dell'unica frase che grida a sua difesa "Non chiamarmi codardo!" (richiesta più che legittima: uno che fa il doppio gioco tra Voldemort e Silente ha certamente un coraggio da leoni, indipendentemente dalla parte per cui lavora).
Niente quadri, niente fantasmi, niente scale semoventi. Hogwarts è un edificio gotico come tanti, un po' spoglio, senza caratterizzazione. C'è la Stanza delle Necessità, ma nessuno ci spiega come mai è diventata un gran ripostiglio.
Il professor Lumacorno viene tratteggiato in maniera piuttosto fedele e chiara. Non veste mai di verde ma pazienza. In compenso sembra l'unico che fa lezione. Nessuno insegna e, giustamente, nessuno studia, almeno sotto i nostri occhi. Tutti girano in abiti babbani e questo mi ha contrariato, forse perché in cuor mio amo le divise, come il nostro amato ministro dell'Istruzione.

I tre protagonisti principali si occupano soprattutto della loro vita sentimentale (con la parziale eccezione di Harry che ogni tanto cerca di tampinare Draco) ma senza essere granché avvincenti nemmeno lì. Anche Silente si occupa della loro vita sentimentale, perché ha scoperto che Harry passa un sacco di tempo con la signorina Granger (vero, passano un sacco di tempo insieme... da più di cinque anni. A parte la domanda del tutto fuori carattere, ma se n'è accorto solo ora?).
Funziona bene McLaggen che, nel libro come nel film, svolge onorevolmente la sua parte di piovra dai mille tentacoli che vorrebbe tanto farsi Hermione, peccato che lei preferirebbe piuttosto impiccarsi al Platano Picchiatore.
Bene anche Lavanda, che nel libro come nel film svolge l'altrettanto onorevole parte di ragazza innamorata di Ron e un tantino appiccicosa (ovvero peggio del tradizionale gattino attaccato) e che alla fine viene piantata perchè in Ron, dopo l'entusiasmo iniziale, subentra la pallificazione più completa.
I rapporti nelle due coppie principali sono invece semplificati al massimo: Ron si prende Lavanda semplicemente perché gli va - che è un motivo validissimo, ma a quanto sembra nessuno gli ha spiegato che nel prossimo film deve mettersi con Hermione (anche se viene fatto intuire che Lavanda ha il suo cuore ma non la sua anima, nell'originalissima scena in cui Ron, in stato d'incoscienza, invoca appunto Hermione). Nel libro tutto l'affaire aveva risvolti un po' più complessi.
Anche la storia del filtro che Romilda tenta di rifilare ad Harry è piuttosto slegata. Nel libro fa parte di una serie di rimandi sul tema dei filtri d'amore (che sono parte essenziale per il concepimento di Voldemort, fra l'altro); nel film l'hanno tenuta solo perché ci si attaccava una scena piuttosto divertente con Lumacorno, ma dà l'impressione di un episodio messo lì per far numero.
Quanto a Harry, improvvisamente decide che vuole Ginny; Ginny sembra averlo capito benissimo perché gli fa una insinuante danza di corteggiamento per mezzo film, solo che i due vengono regolarmente interrotti sul più bello - all'occorrenza anche dall'attacco dei Mangiamorte a casa Weasley. Alla fine la ragazza se lo porta dietro nella Stanza delle Necessità, (dove, in barba al nome, Harry nasconde un libro che non ha alcuna necessità di nascondere, visto che nessuno poi glielo richiede) e lì finalmente riescono a baciarsi per circa mezzo secondo, dopo di che nessuno dei due mostra la minima inclinazione a voler dare un po' di concretezza alla cosa; allo spettatore rimane l'impressione che, caso mai qualcuna voglia fare qualcosa con Harry, l'unico problema è assicurarsi un posto tranquillo: Harry, vuoi per buon cuore, vuoi per innata passività, lascerà comunque fare. Mah.
Qualcuno ha parlato di "amori alla Dawson's Creek"; io Dawson's Creek non l'ho mai visto, ma mi auguro per gli spettatori che i suoi protagonisti operino con un pochina più di convinzione in questo campo così delicato.
Gli ultimi dieci secondi del film sono dedicati alla fenice di Silente (che nel resto del film non viene nemmeno citata). Chi ha letto i libri la riconosce dalle belle piume rosse e gialle, chi non li ha letti immagino si rallegrerà di vedere un così bell'uccello che vola alto nel cielo. Fine.

Ah sì, c'erano anche gli effetti speciali.
Beh, la scena dove Silente e Lumacorno rimettono a posto la casa non è male.
E gli attori erano tutti bravi. Certo, chi si è trovato a fare la parte dello scemo ha dovuto dimostrare la sua bravura scemeggiando abilmente (ogni riferimento a Ron e a Silente è puramente casuale).

lunedì 27 luglio 2009

Guida Alla Compilazione Della Domanda Per Le Graduatorie D'Istituto (unplugged)



Viaggio di Enea, ricostruito da Bacchelli.
A prima vista sembra un po' dispersivo, perché lo è

Esistono le Graduatorie ad Esaurimento (così chiamate dal fatto che starci dentro farebbe venire l'esaurimento nervoso anche al più illuminato dei buddha) dalle quali vengono prescelti i fortunati destinatari dei posti in ruolo e delle supplenze annuali, e ci sono le Graduatorie d'Istituto che vengono usate soprattutto per le cosiddette Supplenze Brevi, ovvero quando l'insegnante si rompe una gamba o resta incinta et similia, ma talvolta anche per le annuali quando le Graduatorie ad Esaurimento si sono (come vuole il loro nome) esaurite.
Un tempo* una sola domanda valeva per entrambe, adesso le hanno separate e naturalmente ognuna delle due richiede una specifica domanda specificamente compilata.
Quel che mi accingo a narrare, se la mia tempra resisterà alla dura prova, è la procedura che quest'anno il MIUR, in nome dell'informatica, della modernizzazione e dell'efficienza, ha elaborato per le Graduatorie di Istituto. Tale procedura è identica per gli abilitati e i non abilitati, in nome di un saldo principio di eguaglianza teso a rimuovere ogni tipo di discriminazioni.

La prima fase è la registrazione dello sventurato precario presso il Ministero. Per realizzarla occorre prima di tutto recarsi nel barbaro sito www.istruzione.it, noto per andare in tilt alla benché minima sollecitazione e per non reggere nemmeno il semolino allungato che si dà ai convalescenti. Lì, cercando col proverbiale lanternino, alfine si approda a un piccolo riquadro ben nascosto dal titolo "Presentazione Istanze on-line". Le istanze, occorre precisare, sono le "istanze di identificazione".
Se avete delle crisi di identità e siete incerti sulla vostra vera natura, quello è il vostro sito. Basta con i dubbi esistenziali: da oggi, con l'aiuto del MIUR, saprete finalmente con certezza chi siete!

Scoprite così che siete entrati nel Progetto POLIS (Presentazione On-Line delle IStanze), il quale Progetto POLIS, come spiega l'apposito riquadro, ha per obbiettivo lo snellimento dei procedimenti amministrativi. Esso è basato sul Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), che sancisce il diritto da parte dei cittadini ad interagire con la Pubblica Amministrazione utilizzando gli strumenti offerti dalle tecnologie ICT in alternativa alle modalità tradizionali basate su moduli cartacei.
E già sentir parlare di alternativa alle modalità tradizionali basate sui moduli cartacei fa capire che questa, finalmente!, è gente pragmatica e che non si perde in inutili giri di parole.
Ordunque, al lavoro per registrarsi. Perché, nonostante lavori da otto anni per lo stato italiano e l'amministrazione statale conosca in lungo e in largo i miei studi, la mia situazione giudiziaria, le coordinate del mio conto in banca, il mio codice fiscale (che all'Ufficio delle Entrate è sempre bastato e avanzato per identificarmi correttamente) e nonostante la Tesoreria dello Stato mi foraggi da anni, a quanto sembra devo ancora identificarmi, con tanto di documento di identità.
Compilo pazientemente la schermata MA, mi spiegano alla fine del lavoro, prima di registrarmi devo avere una casella di posta elettronica presso di loro. Dalle istruzioni veramente mi sembrava di aver capito che potevo fare anche con la mia casella personale ma a quanto pare non è così.

Torno indietro, alla prima pagina. L'angolo che si riferisce alle caselle di posta elettronica del MIUR è un po' meno nascosto delle istante di identificazione; certo, non è detto molto chiaramente come registrarsi per avere la casella in questione  ma insomma dopo un po' ci arrivo. Entro, mi faccio la mia casella, con tanto di password (che, mi spiegano, deve avere ALMENO UNA LETTERA MAIUSCOLA E UN NUMERO, Dio solo sa perché) usando la solita password che uso tutte le infinite volte che me ne chiedono una, solo addomesticandola un po' perché di solito il numero sono ben lieta di evitarlo.
Il giorno dopo mi comunicano che la mia casella esiste (tramite la casella in questione, si capisce). E andiamo a ricominciare.

Riempio nuovamente la schermata, ma quel giorno il server del MIUR è di malumore e non ne vuol sapere di andare avanti con la registrazione. Evoco numerosi organi anatomici tipicamente maschili, auguro a tutti i dipendenti del MIUR, nessuno escluso e compresi gli uscieri e gli addetti alle pulizie, di passare lunghe notti in quei locali delle loro case dove scorre l'acqua e dove, usualmente, ci si chiude a chiave perché non si desidera essere disturbati; infine abbandono la partita.

Riprovo due giorni dopo, e stavolta va bene già al secondo tentativo: finalmente il sistema accetta il mio documento di identità, il mio codice fiscale e tutto il resto e promette di farmi avere al più presto mie notizie.
Il giorno dopo apro la casella di posta elettronica e trovo il sospirato annuncio:


ebbene sì, ce l'ho fatta: ho vinto la mia prima parte di codice identificativo!
Che è poi una deprimente serie di cinque tra cifre e lettere maiuscole.
Trovo inoltre un bel contratto (lo chiamano così) di tre pagine DA STAMPARE (siccome lo scopo, ricordiamolo, era trovare un'alternativa alle modalità tradizionali basate su moduli cartacei). In esso contratto si spiega che sono Murasaki Shikibu, residente a Lungacque, femmina, identificata dal mio codice fiscale e da un passaporto emesso dal mio comune di residenza (che ovviamente era una carta di identità e come tale era stata indicata al momento di compilare la prima schermata di registrazione) eccetera eccetera, il tutto scritto a corpo 16 per meglio risparmiare carta; firmando tale contratto richiedo il rilascio di apposite credenziali per l'abilitazione all'uso dei Servizi Internet del Ministero come "utente qualificato" impegnandomi a custodire gelosamente quelle credenziali difendendone la segretezza con le unghie e con i denti, manco si trattasse degli archivi secretati dei servizi segreti deviati, e mi assumo un sacco di responsabilità sull'autenticità dei miei dati (che alla fine sono quelle che mi sono sempre assunta, a partire dalla mia prima mini-supplenza di dodici giorni).
Con questo contratto tripaginato (e stampato male, perché la funzione stampa del MIUR deve avere qualche problema e insomma si sono mangiati due buoni centimetri sulla destra troncando tutte le parole) raggiungo infine la segreteria della scuola dove sono tuttora in servizio. In presenza della segretaria firmo il delirante modulo e presento, nell'ordine:
la mia solita, buona e vecchia carta di identità (alla quale la segretaria provvede a restituire lo status di carta di identità che le è proprio spiegando al MIUR che non è un passaporto né mai lo è stata) e il mio consueto codice fiscale, che mi tiene compagnia ormai da più di vent'anni e che loro conoscono benissimo e hanno già fotocopiato a suo tempo quando ho preso servizio (mica perché interessasse a loro personalmente, ma solo perché era richiesto dalla legge).
Fotocopiano il tutto (perché queste sono procedure tese a emanciparci dai moduli cartacei) poi una delle segretarie sta una buona decina di minuti al computer a inserire non so quali dati.
Naturalmente il server del MIUR ne approfitta per andare nuovamente in crisi. Di nuovo vengono evocati numerosi organi prettamente maschili e auspicate lunghissime sedute in luoghi appartati per i dipendenti del MIUR, soprattutto quelli del ramo informatico, poi il collegamento torna e la mia identificazione (perché di questo si trattava, ero andata alla scuola per farmi identificare) può finalmente avere luogo.
Mi consegnano una fotocopia del tripaginato contratto più un altro foglio spedito dal MIUR dove, piccolissimo, c'è scritto che sono Murasaki Shikibu, residente a Lungacque eccetera eccetera. Tanto per non sprecare carta con informazioni già note.

Una volta che la scuola dove lavoro da tre anni ha garantito il MIUR che no, non sono Stanislao Moulinsky in uno dei suoi più riusciti travestimenti, bensì Murasaki Shikibu, come del resto dichiarano anche i miei documenti, non mi resta che tornare a casa ed aspettare. E il giorno dopo...



Una nuova serie di cinque tra numeri e lettere mi aspetta festosa nella casella di posta elettronica del MIUR, che però si raccomanda subito che per carità la cambi. Nel tripaginato contratto mi sono impegnata a non usare parole che possono essere presenti in un dizionario, né parole facilmente associabili con me (e quella che tengo come password universale lo è, ma loro non hanno modo di saperlo) e sequenze digitate sulla tastiera (ad esempio la famosa qwerty). Ma secondo loro, quanta pazienza può avere un ladro di password?

Comunque mi personalizzo il codice a modo mio. A questo punto torno sul sito del MIUR, torno al progetto POLIS, mi identifico, mi accettano e finalmente...



...ho vinto un modulo B2 da scaricare!
Pensate che fortuna, un intero modulo B2 tutto per me dove indicare le venti sedi scelte per le supplenze brevi!
Sì, certo, anche lì c'è stato qualche inconveniente: le istruzioni latitavano, per capire come fare a inserire nuove scuole ci ho messo mezz'ora, e quando sono arrivata alla fine il server è entrato in sciopero e la mattina dopo ho dovuto rifare tutto daccapo, ma cosa sono queste sciocchezze in confronto al piacere di utilizzare gli strumenti offerti dalle tecnologie ICT in alternativa alle modalità tradizionali basate su moduli cartacei? Bazzecole, tanto più che alla fine il sistema mi ha anche regalato generosamente una stampa in tre pagine con l'elenco delle scuole e la registrazione dei miei dati (perché, dovete sapere, sono Murasaki Shikibu, residente a Lungacque eccetera) - però stamparla o no è stata una mia scelta, per loro andava benissimo anche se restavo senza nessuna traccia scritta di quel che avevo fatto.

Infine, qualche considerazione del tutto personale:
1) all'anima del risparmio di carta!
2) da qualche parte i miei dati c'erano, perché una volta che sono finalmente riuscita ad entrare nel sito c'era l'elenco delle venti scuole che avevo scelto due anni fa, quando avevo presentato la domanda a mano. E allora perché farmi ripetere fino allo sfinimento che sono Murasaki Shikibu residente a Lungacque eccetera?
3) perché sfinirmi in tre fasi diverse per darmi un codice, se poi dovevo subito cambiarlo?
4) perché, se proprio ci hanno la fissa dell'informatica, non si decidono a mettere su un sito che regga un po' più che tre presenze in contemporanea? Anche dopo i tagli del ministro Gelmini restiamo un buon numero, noi insegnanti
5) perché chi ha di queste pensate non cerca di spendere il suo tempo in modo più utile, ad esempio ammaestrando pulci o insegnando tecnica della direzione orchestrale a Riccardo Muti?
6) ma soprattutto: perché tutta questa brava gente non si va ad impiccare con le reti in alto mare?

*quando le Graduatorie ad Esaurimento si chiamavano Permanenti (mai capito perché, visto che cambiavano le regole per il punteggio una o due volte l'anno e quindi niente era più transeunte della tua posizione in teoria permanente)

venerdì 24 luglio 2009

Quadernetti estivi- Un anello per trovarli e nel buio incatenarli, nella terra di Mordor dove l'ombra nera scende



In estate il dibattito sulla scuola si risveglia. Eminenti tuttologi (molti dei quali di professione sarebbero politici) scrivono imponenti articoli sull'arruolamento e la formazione dei docenti, sulla decadenza dei tempi moderni e soprattutto sulla vacuità delle nuove generazioni. Tali temi sono assai graditi ai direttori di giornali perché si prestano ad essere blandamente trattati sotto l'ombrellone tra un tuffo e l'altro (o davanti alla baita, tra uno strudel e l'altro): tutti siamo un po' esperti in materia e non importa impegnarsi troppo. Lasciano però una traccia vagamente bavosa durante l'anno successivo, e a volte molto più di una traccia: la folle idea di abolire i giudizi a elementari e medie e di tornare al maestro unico alle elementari partì proprio da una demenziale intervista di Tremonti, il quale sosteneva che "6" gli era più chiaro di "Sufficiente".

Quest'anno il grosso dell'attenzione è catturato da improbabili vicende personali (e archeologiche) di ancor più improbabili personaggi politici e per la scuola al momento rimane pochino. Inoltre la suddetta scuola sta ormai ritornando Scuola del Merito grazie al provvido operato del ministro Gelmini ed è dunque già meno criticabile, senza contare che i pezzi da novanta (ovvero gli articoli di fondo di Panebianco e Galli Della Loggia) arrivano di solito in pieno Agosto.
Comunque sia, ecco le tre segnalazioni di Luglio, sperando di cuore che non ne arrivi una quarta in settimana perché anche solo con questi sarei sazia.


Il 10 Luglio il ministro Prestigiacomo (attualmente in disgrazia nelle alte sfere governative. Forse per la mancanza di disponibilità dimostrata con le alte sfere in questione? Ah, saperlo, saperlo...) intervenendo alla XX Rassegna Del Mare a Roma anticipa che a partire dal nuovo anno scolastico ci saranno ore curriculari di educazione ambientale. Qualche basso manovale dell'istruzione ( = insegnante) ha tentato timidamente di osservare che l'educazione ambientale nelle scuole c'è da più di vent'anni e le iniziative vengono organizzate insieme a famiglie, enti locali, associazioni ecologiste eccetera. Nessuno però ha fatto caso a un'altra parte del discorso di Stefania Prestigiacomo, ovvero "con il ministro Gelmini siamo gia' pronti a fornire ai presidi di tutta Italia indicazioni su come intendiamo l'educazione ambientale", che rende il tutto molto più minaccioso. Credevate, tapini, di star facendo educazione ambientale, ma adesso la Gelmini vi spiegherà (con apposite circolari) cosa essa realmente è e come dovete farla; un po' inquietante, considerando che l'attuale governo non mostra grandi segni di una vocazione particolarmente ambientalista... ma in fine è probabile che l'uscita della Prestigiacomo resti lì dov'è senza vistose conseguenze sul piano pratico.



e questo è un articolo che Luca Ridolfi ha pubblicato sulla Stampa il 23 Luglio. Costui insegna all'Università di Torino (analisi dei dati) e sostiene che l'attuale scuola ha prodotto e sta tuttora producendo una generazione intellettualmente non preparata - insomma, un tema fresco e nuovo, in fondo sull'inadeguatezza culturale dei Giovani d'Oggi si discute solo dai tempi di Platone. Cosa sono 24 secoli davanti all'eternità?


Vediamo dunque quali sono i problemi didattico-cognitivi delle nuove generazioni:

La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano. (...)
Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile.

Ammettiamolo: non è un difetto da poco; ma nemmeno molto nuovo, a quanto sembra, perché lo sento dire dalla notte dei tempi. Sospetto che magari i numeri siano cambiati, ma che le percentuali siano rimaste un po' le stesse. Gli sciocchezziari da esami universitari e da esami di maturità c'erano anche ai tempi di mio nonno e anche allora avevano quel tono surreale tra la vita vissuta e la (forse) invenzione. D'altra parte se siamo pieni fino agli occhi di incompetenti, sparsi equamente nei più vari rami delle umane attività, ci sarà pure il suo motivo.
Fermo restando che, se anche le cose vanno così dalla notte dei tempi, impegnarsi perché in futuro vadano meglio è cosa buona e giusta.

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose.

Diciamolo: gli adolescenti hanno sempre saputo fare contemporaneamente cinque o sei cose. E' una capacità che si perde con gli anni (ho sofferto molto quando ho visto che non riuscivo più a studiare ascoltando la musica). Sono le dure leggi della vita.
Ma quali sono le nuove capacità di un ragazzo di oggi?

Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»)

...mentre gli adulti, notoriamente, sanno benissimo come funzionano "dentro" le varie diavolerie elettroniche di cui siamo circondati. Volete sapere come è fatto "dentro" un frigorifero, un computer, una stampante? Chiedetemi pure, così ci facciamo quattro risate.

Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura).

...mentre è comprovato che gli adulti riconoscono una bufala lontano sette miglia e sanno perfettamente riconoscere le informazioni attendibili da quelle spazzatura. Lo vediamo ogni giorno.

Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet.

E si spera, fare una prenotazione via internet è alla portata di qualsiasi imbecille!

Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo.

Scaricare la musica è in effetti una caratteristica delle nuove generazioni (i meno giovani sono ancora attaccati al concetto di CD) - ma sulla facilità delle relazioni di gruppo mi permetto di avanzare qualche dubbio: oggi come ieri, i branchi di ragazzi allegri, spensierati e un po' scemarelli sono molto meno comuni di quel che sembra - e in quei gruppi dove le relazioni sono "estremamente facili" succede di tutto, ahimé.

Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.

Il discorso qui diventa complesso e coinvolge la società intera, più che la scuola. I "giovani d'oggi" si sono lasciati ingannare e adescare da un po' di merendine confezionate e di cellulari e non hanno dunque imparato che la vita è dura? Il benessere li ha anestetizzati? Non nego la buona fede di fondo dell'articolista, ma mi sembra che viaggi un po' troppo con lo spannometro. I giovani d'oggi hanno senz'altro più benessere di quelli cresciuti subito dopo la guerra, ma hanno anche famiglie più competitive che si aspettano di più da loro, vivono in una società che più che chiusa potremmo definire calcificata e abitano un paese piuttosto dissestato. I cellulari nella vita aiutano, ma non rendono più comoda la sedia dove studi a scuola o più largo il banco dove scrivi. I cellulari sono simpatici, ma non bastano a fare pari con tutto, sospetto.

Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti.

E questa è una sciocchezza, o meglio un ricordo degli anni 60: la buona istruzione non si presenta come una discriminante o un aiuto, la famiglia o un qualche tipo di clan sì. Un professore universitario certe cose dovrebbe saperle anche da solo, se non abita su una nuvoletta rosa. Siamo pieni di insegnanti che si sono riciclati sull'insegnamento perché, arrivati vicino alla quarantina, si sono accorti che la collezione di dottorati e miserabili assegni di ricerca che avevano non li avrebbe portati da nessuna parte dal momento che non avevano una cordata che li garantisse (chi non ha voglia di insegnare prova ad andare all'estero, dove di solito gli va meglio).

Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare - dalla prima elementare! - a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.

Dunque: la scuola non insegna più e invece sarebbe il caso che tornasse a insegnare qualcosa. Detto per inciso, qualsiasi insegnante penso sia d'accordo sul fatto che di per sé è una buona idea che la scuola "insegni qualcosa" - almeno, io mi sento più che disponibile ad appoggiare questo nobile progetto e nel mio piccolo ammetto di muovermi già da tempo in questa direzione e di avere visto numerosi colleghi impegnati in tale lodevole sforzo. Tuttavia, messo così, lo trovo un progetto un pochino vago.
Non dico che l'attuale scuola italiana produca solo meraviglie, ma la descrizione dei Giovani d'Oggi attaccati al computer che non sanno più scrivere in italiano corretto mi suona un po' superficiale: con le solite lodevoli eccezioni, esprimersi attraverso la parola è problema piuttosto vecchio. Se qualcuno desidera una conferma provi ad ascoltarsi una seduta in parlamento prestando orecchio alle vecchie leve. Lo stesso attuale Presidente del Consiglio, che pure ha fama di grande comunicatore, non acchiappa un congiuntivo nemmeno per sbaglio - ed è un problema che hanno avuto ed hanno svariati ministri dell'istruzione (sì, soprattutto le donne). La generazione tra i cinquanta e i settant'anni, quella che ha cresciuto le nuove leve in un colpevole benessere ovattato, non aveva mica un granché da insegnare, sotto questo aspetto (e infatti non l'ha insegnato).

Scuola media. Anello debole del sistema
Questa è la più recente, Venerdì 24 Luglio. Ci informano che l'atto di indirizzo (di cui scopro in quest'occasione l'esistenza) con cui il nostro amato ministro Gelmini accompagnerà la riforma del primo ciclo riserva anche un capitolo alla scuola secondaria di I grado (ex-scuola media) nel quale, senza infingimenti, si parla di "anello debole del sistema". E qui ben altri anelli tornano a mente, almeno a me che sugli anelli e il loro Oscuro Signore mi sono fatta una bella infarinatura quando andavo per l'appunto alle medie.
Sembra che l'idea sia di ridefinire le priorità della didattica ponendo particolare attenzione anche a questi elementi di criticità del settore: un esame di Stato appannato, troppi insegnamenti enciclopedici e onnicomprensivi, preparazione media degli alunni appena sufficiente, una elevata dispersione. Come rimedio a tutto ciò l'atto di indirizzo suggerisce un curriculum maggiormente costruito sulle necessità dello studente.
Vago, vaghissimo e pure inquietante. Conoscendo i nostri polli, e soprattutto le nostre oche, questa parte potrebbe riservarci sorprese davvero deplorevoli, anche perché la Gelmini (o meglio, Tremonti attraverso di lei) sembra convinta che la Grande Cura per la scuola sia solo ed esclusivamente una dieta rigida. Forse per questo cercano di rimuovere i precari pesanti di cui al post precedente?
Ad ogni modo per fasciarmi la testa aspetterò di averla battuta, anche perché l'atto di indirizzo è ancora all'esame del CNPI, che al contrario di noi, se lo sta esaminando probabilmente avrò anche le idee più chiare su quel che contiene.
Nel frattempo voglio rispolverare un'antica poesia che parla di anelli deboli e di anelli forti, e ne approfitto per augurare al nostro Ministro un caldo soggiorno direttamente dentro l'Orodruin (Monte Fato, nella lingua comune):

Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende
Sette ai Principi dei Nani nelle lor Rocche di pietra
Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende,
Uno (deboluccio) per l'Oscuro Sire chiuso nella Reggia tetra,
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, un Anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli,
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra cupa scende.