Il mio blog preferito

giovedì 30 ottobre 2008

I fiumi di Babilonia


There we sat down
When we remember Sion


Sì, lo so: dovrei strapparmi i capelli e stracciarmi le vesti e gemere e ululare perché un gruppo di parlamentari incompetenti e nemmeno scelti da noi elettori ha votato una stupida legge sul ritorno al Maestro Unico, progettata da un paio di persone che non sanno niente della scuola ma vivono e lavorano improvvisando (come mai nemmeno il più scalcinato degli insegnanti potrebbe permettersi di fare) - e portare il lutto per la scuola pubblica e tutto questo genere di cose.

Ma non sono nell'animo giusto per farlo, e soprattutto lo trovo prematuro: mancano i decreti applicativi, manca di sapere cosa faranno le Regioni, ci aspetta un bel referendum dietro l'angolo... c'è ancora parecchia tela da tessere, e chi ha più filo la tesserà.  Io intanto vado a comprarmi un arcolaio e riascolto una vecchia e bella canzone dei Boney M il cui testo (un salmo) ricorda la pazienza e la fermezza, due virtù che il popolo ebraico ha imparato a sviluppare nel corso dei secoli. Anche l'ottimo video richiama questi valori, applicandoli ai popoli africani.

Le parole per dirlo


Il modesto casino di caccia di Carlo Teodoro, elettore del Palatinato (XVIII secolo)
Anch'io, come tanti insegnanti di lettere, conduco con ogni classe la mia battaglia contro il casino.
No, non contro la confusione (cioè sì, all'occorrenza anche contro quella) ma proprio contro la parola "casino", che i ragazzi usano ormai con assoluta naturalezza e del tutto ignari del suo reale significato. 
"Non si dice casino, e tanto meno si scrive in un tema" gli spiego compunta "A meno che, naturalmente, non stiate parlando di un casino di caccia."
Mi guardano, palesemente sorpresi "E perché?".
"Lo sapete cosa vuol dire casino?"
Certo, rispondono sereni, vuol dire confusione.
Allora gli spiego cos'era un casino e come funzionava. Ascoltano sempre più perplessi, ma cominciano a capire la sconvenienza del termine. Ogni anno ho sempre più il sospetto di combattere contro i mulini a vento, perché casino è ormai una parola di uso comune e quasi sempre priva di riferimenti alla prostituzione, legalizzata o meno. Eppure, mi dico, sono un'insegnante di italiano; spetta a me insegnargli i vari registri linguistici, e che non in tutte le circostanze e con tutte le persone si usano le stesse parole.
A questa terza, quando era una prima, ho fatto due lezioni dedicate alle cosiddette parolacce: quelle che non si devono usare con gli insegnanti, ma che magari si possono dire negli intervalli parlando con i compagni; quelle che non si devono usare per niente (salvo, magari, in privato, con persone con cui si è in stretta confidenza), quelle che possono esporti a rischi penali, più un excursus su come si possa tranquillamente offendere qualcuno (se lo si vuole offendere) usando parole normalissime. Mi sono esibita in autentiche acrobazie verbali per spiegargli il significato di parole piuttosto comuni, ma di cui ignoravano talune implicazioni (e d'altra parte, saper fare quel tipo di acrobazie è parte integrante del mio mestiere) ho fatto un bel discorso a parte sullo spinoso tema dell'omosessualità: "si dice gay e soltanto gay, mi raccomando, se proprio volete offendere qualcuno non usate mai e poi mai parole che si riferiscano all'orientamento sessuale, perché oltre alle implicazioni penali rischiate pure di fare la figura dei poveri ignoranti che conoscono solo un modo per insultare le persone e più che insultare qualcuno finite per squalificare voi stessi". E via dicendo.

Sono state lezioni seguite con grande attenzione, ricche di domande e di puntualizzazioni. Hanno portato i loro frutti, anche se a volte è stato necessario qualche ulteriore chiarimento.
"Profe, ho fottuto la Cerbiatta" grida soddisfatto Cuorcontento durante l'intervallo. La Cerbiatta, di buon carattere, ride a sua volta: perché il ragazzo le aveva fatto uno scherzo (piuttosto innuocuo) e lei ci era cascata in pieno.
"Non è una parola da gridare ai quattro venti" provo a spiegare dopo l'inevitabile sobbalzo sulla sedia.
"Perché, cosa vuol dire?"
"Ehm, si usa per indicare un rapporto sessuale completo: Ora, non credo che voi..."
I due si guardano, poi ridono fino a rischiare di soffocare: sono da sempre in buoni rapporti ma, per quel che è dato sapere, solo in modo assai amicale.

Ieri ho fatto fare il primo tema. La Cerbiatta, ragazza dolce, piena di sensibilità e amante della poesia, dai grandi occhi sognanti e vellutati, che da tempo ha deciso di fare il liceo classico per il grande amore che le ispira la letteratura, ha svolto la traccia sull'amicizia; mi racconta del deteriorarsi di un rapporto per lei molto importante e di come, dopo un episodio molto critico, la madre e la zia l'abbiano consolata dicendole "Tutti abbiamo avuto delle amiche stronze".
Sono certa che la madre e la zia si sono espresse esattamente in questi termini - dicendo, tra l'altro, una grande verità; ma è chiaro che una frase del genere mi obbliga ad andare sotto la sufficienza, anche se il tema è fatto piuttosto bene.

Sarà un bel casino spiegarglielo.

lunedì 27 ottobre 2008

Il paese è piccolo e la gente non dovrebbe mormorare



Tale almeno è la stravagante teoria dello Scagnozzo riguardo al nostro Sexygate: i genitori non dovrebbero diffondere in giro certe voci non provate perché danneggiano il buon nome della scuola. Gliel'ha anche detto, ieri, alla riunione per la consegna dei pagellini. 
Per carità, anch'io sono d'accordo che non dovrebbero, ma proprio non vedo modo di impedirglielo. Spera forse che dopo questo le chiacchiere si calmeranno o che i genitori si ritireranno in buon ordine dicendo "Beh, in fondo non sono affari nostri"? Prima di tutto SONO affari loro, e dei loro figli; e soprattutto, se in questa disgraziata storia ci fosse anche un fondo di verità e col tempo saltasse fuori, che figura ci facciamo se tutto il nostro ampio intervento educativo è consistito nello spazzare la polvere sotto il tappeto?
E prima ancora: come si fa ad andare da gente maggiorenne (e pure da gente minorenne, ora che ci penso) e spiegargli col ditino alzato di cosa possono e di cosa non possono parlare nella loro vita privata? Se qualcuno si fosse mai azzardato a farmi (a me figlia o a me genitore) una sortita del genere, un buon vaffanculo detto o pensato con tutti i sentimenti non glielo avrebbe levato nessuno.

In conclusione, la scuola poteva star zitta (in assenza di prove) o affrontare apertamente la questione. Ha scelto di mandare velatamente a dire che, e non mi sembra una gran soluzione.
Staremo a vedere.


Al momento a scuola abbiamo svariate correnti di pensiero in merito all'affaire:
- alcuni sono convinti che sia tutto vero, veridico e certissimo; l'unico dubbio è se la storia sia stata messa in giro da ragazzine che, invitate, han rifiutato il sinistro commercio,  dai ragazzi che hanno organizzato il sinistro commercio di cui sopra o addirittura dagli ex allievi delle terze dell'anno scorso
- altri (tra cui lo Scagnozzo) hanno stabilito che tutta la storia è una montatura. Motivi: hanno interrogato "i due di cui era saltato fuori il nome" e li hanno trovati "puliti". E beati loro che conoscono così bene la natura umana da saper prendere posizione così facilmente. Da notare che la versione del ragazzo "pulito" è stata che aveva sentito parlare di questa storia, che però non avverrebbe nei bagni della scuola bensì al di fuori della scuola medesima
- altri ancora pensano che il dettaglio delle ricariche del cellulare conferisca una sua concretezza e verosimiglianza alla storia

Io al momento non penso niente, se non che la Dirigenza ha liquidato la cosa un po' troppo in fretta; ma caso mai dovessi pensare qualcosa di più preciso, il mio personale sospetto è che la storia sia nata da una certa tendenza da parte delle ragazze delle attuali seconde di parlare male delle loro compagne di scuola e proverei a sondare il terreno in quella direzione e a tentare qualche intervento didattico volto a rafforzare l'autostima femminile.
Comunque nessuno ha tirato in ballo la mia classe e nessuno ha chiesto il mio parere né sembra intenzionato a chiederlo - e dunque me ne sto nel mio cantuccio a prepararmi un'insalata di cavoli miei.

domenica 26 ottobre 2008

Il concetto di legalità


Ho assegnato il solito, consueto tema sulle nuove tecnologie che quasi ogni terza si vede regolarmente infliggere da una decina di anni a questa parte (e che tra l'altro ha per me una funzione di aggiornamento).
Mi hanno raccontato di tutte le belle cose che fanno con i loro cellulari nuovi e con i loro computer - a questo proposito citandomi eMule.
Quando ho riportato i temi li ho commentati, come sempre - e gli ho spiegato, tra l'altro, che scaricare materiale da eMule è illegale e soggetto anche a multe piuttosto pesanti; per cui io ero tenuta a rimproverarli ed esortarli a non farlo mai più, e loro erano tenuti a non scrivermelo mai più su un tema perché non avevo nessuna intenzione di essere loro complice.
Mi hanno guardato con gli occhi sgranati.
Come sarebbe "illegale"?
Illegale, sissignori. Viola le leggi sul diritto d'autore.
Si sono mostrati vieppiù perplessi.
Non vengono da contesti sociali deprivati. Le loro famiglie, per quel che mi è dato vedere e sapere, predicano e praticano il rispetto delle leggi e delle regole e si comportano da integerrimi cittadini e lavoratori.
Il che non gli impedisce di scaricare film, telefilm e musica da eMule e insegnare ai figli come farlo e trovarlo cosa buona e giusta.
Sarebbe interessante capire per quale strano motivo in Italia tutti sono sostanzialmente d'accordo sul fatto che uscire da un negozio con dei DVD in tasca senza averli pagati è un reato, nonché un comportamento disdicevole di cui non sta bene parlare nel tema a scuola, mentre scaricare lo stesso identico contenuto dei DVD senza pagare niente a chi l'ha progettato è invece un comportamento socialmente accettabile.

A casa


Degli altri quattro sensi non c'era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola...

...disgustoso. Irritante. Umiliante.
Sempre così con gli sciroppi per la tosse. “Piacevole al gusto”, era scritto  sulla confezione. E garantivano pure che aveva subito effetto, calmava l’irritazione e via dicendo. E finiva sempre nello stesso modo: continuavo a tossire come un disperato, senza requie, e stavo sveglio per tossire, il fuoco nella gola non si estingueva (...beh, se davvero il fuoco nella mia gola si fosse estinto sarebbe stato un problema piuttosto serio) e l’irritazione restava. Anche perché vorrei sapere chi non sarebbe stato irritato dopo aver passato ore e ore a tossire fino a ritrovarsi anche uno spasimo tra le costole doloranti.

D’accordo, andava un po’ meglio. Il sapore di glassa alla fragola mi rendeva quasi idrofobo (ma in fondo io sono  sempre idrofobo, no?) ma la tosse stava calando. Forse, di lì a un paio d’ore, sarei anche riuscito a fare un sonnellino, magari dopo aver mandato giù una buona secchiata di whiskey. Non subito, si era raccomandata l'infermiera, dovevo aspettare almeno un’ora, finché lo sciroppo non avesse fatto completamente effetto.

Mi rigirai, inquieto, e la tosse tornò, forte, spasmodica. Smise presto però, lasciandomi dolorante, esausto, ma con quella sensazione di sollievo che si portano le malattie quando passano lo zenith e iniziano a perdere terreno.
Era stato un errore venire in Inghilterra, considerai dolorosamente, come facevo ad ogni inizio di autunno. Ma quando la draghetta azzurra aveva spiegato le ali per il volo nuziale avevo perso la testa e le ero corso dietro ad ali spiegate. Un intero oceano avevo traversato, incrociando una tempesta e lesionandomi un’ala (guarita quasi subito). E lei, alla fine del volo, aveva scelto un altro. Qualsiasi drago di buon senso a quel punto, dopo una buona notte di sonno, avrebbe fatto dietro front per andare a grattarsi le corna a casa propria, no?
Infatti, io no. Mi ero messo ad esplorare quel nuovo paese. Mi era piaciuto il Northumberland. L’avevo trovato fresco, dopo tutti quegli anni di vita tropicale!

Ah, certo, per fresco era fresco. Proprio fresco, sissignore. E ogni anno quella storia. Ogni anno! E ogni anno giuravo e spergiuravo che, passata la bronchite, sarei tornato in Brasile. Ogni anno con meno convinzione. E poi la bronchite passava, e chi ci pensava più, a tornare? E comunque, un conto era farmi un voletto a casa, ogni tanto, per visitare i vecchi compagni di covata, ma di lì a partire davvero...

Tossii ancora, un po' distrattanente.  Le costole facevano male, ma in un paio di giorni sarebbe passata. Per un anno, non ci sarebbero state altre bronchiti. E quello sciroppo al sedicente sapore di fragola era davvero disgustoso, ma, onestamente dovevo ammettere che... funzionava. Il mio cavaliere aveva girato le streghe alchimiste di tutta la regione, anno dopo anno, finché non aveva trovato lo sciroppo giusto. La strega Lavoisin aveva ideato la ricetta per  me e lo preparava ogni estate, con centoquattro diversi ingredienti e una lavorazione complicatissima che richiedeva più di un mese.
Sorrisi, e una lievissima fiammella mi si fece largo tra le fauci. 
Oh gioia! Il primo esile fil di fumo dopo tre giorni di agonia!

Se non avessi seguito quella draghetta snorfiosa di cui non ricordavo nemmeno il nome non sarei mai giunto al castello dei De Bracy. Non avrei mai incontrato (orrore!) il mio cavaliere Roland, e non avrei mai conosciuto il piacere di dormire su un cumulo di monete d’oro e di smeraldi, né avrei mai avuto l’onore di contribuire a ben due covate della Draghessa Reale - la più bella e focosa di tutte le draghesse, al cui confronto le scialbe draghette che avevano turbato i miei sogni di adolescente erano nulla e men che nulla, come paragonare un fulmine al fuoco di un cerino morente.

Una cauta lappatina al whiskey prima di addormentarmi. Anche la sete stava passando. E avevo quasi smesso di starnutire.
Vabbé, un raffreddore all’anno. Ci poteva anche stare.
In fondo, il bello di perdersi era che potevi anche non ritrovare la strada.
Richiusi le ali e mi assopii serenamente, godendomi il calduccio della febbre che ricominciava a salire nel mio fiammeggiante corpo squamoso.

Uno stucchevole sapore di glassa alla fragola...



Un mesetto fa, navigando per blog di insegnanti, ho scoperto l'esistenza di una gara di Letteriadi organizzata da Laura e Lory, due blogger tanto cortesi quanto ospitali. Davano un inizio prefissato, uguale per tutti, e il limite di 5000 battute. L'inizio era "Degli altri quattro sensi non c'era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola."
Blandamente incuriosita, sono andata a leggermi un po' di racconti. Qualcuno mi è piaciuto e qualcuno meno, ma mi sono sembrati, come dire, strani: prima di tutto perché erano quasi tutti lugbri, tragici, drammatici e senza l'ombra di un lieto fine, poi perché nessuno dei concorrenti, per strano che fosse, sembrava rendersi conto che l'unica associazione sensata per un inizio del genere era uno di quei terrificante sciroppi per la tosse al cosiddetto sapore di fragola, alias framboise che avevano funestato la mia infanzia: infatti una normale glassa di fragola, per quanto zuccherina, può senz'altro stuccare, ma non far sparire i quattro sensi. Ma se sei costretto a prendere uno sciroppo per la tosse vuol dire che il quadro di partenza delle tue condizioni fisiche è tale che l'olfatto è andato a ramengo da un pezzo, l'udito è abbastanza compromesso e chi ti sta intorno deve parlare a voce più alta per farsi sentire, la vista è abbastanza sfuocata oppure sparita perché per riflesso fisico chiudi gli occhi quando tossisci o starnutisci, e infine il tatto è annegato nell'unica sensazione del temere in mano uno o più fazzoletti. Semplice, no?
Così sono partita dallo sciroppo per la tosse e ho provato a vedere cosa veniva fuori: ne è uscita la storia di un emigrante che patisce il cambiamento di clima, pur avendo trovato nella sua nuova patria molti motivi di gratificazione. La tesi di fondo, mi sono accorta rileggendolo, era che ogni scelta, anche la migliore, comportava sempre qualche inconveniente - che magari non è una tesi originalissima, ma non è che uno debba fare sempre l'originale a tutti i costi.
A suo tempo il racconto è stato letto e commentato: qualcuno l'ha trovato carino, qualcuno no, qualcuno ha apprezzato il tono un po' meno drammatico della media - comunque non ha passato il turno.
E' possibile leggerlo al post successivo e, corredato dai suoi bravi commenti, anche qui.

venerdì 24 ottobre 2008

Wir sint immer da...


...che in tedesco significa "Siamo tutti qui".
I "tutti", nella fattispecie, siamo noi insegnanti di St. Mary Mead.
E dove siamo, tutti noi insegnanti di St. Mary Mead?
Detta in tedesco, la frase ha un forte potere evocativo. Ecco, diciamo che, al momento, noi insegnanti di St. Mary Mead siamo un tantino negli impicci.

E vengo al merito.
Come mi sembra di aver già scritto, St. Mary Mead è il classico paesello di provincia dove non succede niente finché succede di tutto - e infatti adesso abbiamo (avremmo? avressimo? avrebbimo? dovrebbimo avere?) anche il nostro scandalo sessuale. Almeno così sembrerebbe.

La questione sta così: sembra che dal parrucchiere una madre abbia raccontato che la figlia le avrebbe raccontato che corre voce tra le ragazze che alcune tra loro elargiscano prestazioni sessuali a taluni maschi di terza nei bagni della scuola in cambio di ricariche telefoniche.
Messa così è una notizia peggio di un anguilla, perché non c'è l'ombra di un dato concreto cui attaccarsi. Nel frattempo il paese mormora (oh se mormora!) e un paio di genitori sono venuti ad offrire il loro contributo, che però consisteva in voci di settima mano di scarsissima utilità.

Quando scoppia qualche scandalo (come quello che due anni fa coinvolse i miei Due Teppisti) sono dell'opinione che il meglio che si possa fare è prendere un megafono e chiamare le cose esattamente col loro nome. Qui però c'è ben poco da chiamare col suo nome, e può anche darsi che il vero nome di tutta la storia sia Bufala, così come può darsi che quel che sta venendo fuori sia solo la punta dell'iceberg.
Inventarsi storie è sempre piaciuto alla gente, specie nei piccoli paesi, e nelle seconde abbiamo un bel gruppetto di giovanissime mitomani e contaballe di consumata esperienza; inoltre a tutt'oggi, per motivi che mi sfuggono completamente, la massima soddisfazione per la maggioranza delle creature di sesso femminile, giovani o vecchie che siano, rimane quella di definire "troie" altre creature di sesso femminile, mentre ai maschi di varia età pagare o raccontare di aver pagato per ricevere prestazioni sessuali pare una cosa di cui andare fieri: sotto certi aspetti, il mondo è davvero immutabile.

Interrogati, un paio di maschi della Terza Cattiva (abbiamo una Terza Brava, una Terza Buona -che sarebbe poi la mia - e una Terza Cattiva che usualmente si prende la colpa anche per l'effetto serra, ma che non ha mai tenuto il racket di merendine che i due Teppisti gestivano nella mia Terza Buona quando era una Prima Buona) si sono alquanto offesi e han deprecato con altri insegnanti quel che era stato insinuato su di loro.
Quanto a me, da due giorni guardo con circospezione mista a perplessità i miei alunni e controllo i tempi delle uscite per il bagno (che mi sembrano, in verità, perfettamente congrui agli scopi con cui vengono richieste). E' possibile che qualcuno di loro...

Ovviamente è possibile. Tutto è sempre possibile. Ma esiste anche la presunzione di innocenza. Se vale per Previti e per Provenzano, dovrà pur valere anche per dei ragazzi sotto i quattordici anni contro cui non abbiamo uno straccetto di prova.

Ignoro come ne usciremo.


lunedì 20 ottobre 2008

Luciana vs. Maria Stella



Luciana Litizzetto, ovvero l'unico essere umano in Italia che ha osato non prendere troppo sul serio Eminence, ha anche un passato da insegnante; e infatti è riuscita nella mirabile e miracolosa impresa di parlare per circa cinque minuti di scuola senza dire sciocchezze - qualcosa che oggi non capita spesso di sentire.
Certo, non è una politica e questo l'ha molto facilitata nell'impresa. E non fa l'opinionista sul Corriere della Sera, e anche questo aiuta. Inoltre  quando va in televisione non dimentica sul comodino il cervello. 
Comunque sia ci è riuscita, armata delle sue sole forze e con il contributo di Fazio, ovvero la migliore spalla del momento.
Ringraziamo commossi e alleghiamo un doveroso link su YouTube. 
Si comincia a parlare di scuola al minuto 6.20.

domenica 19 ottobre 2008

Asino volante, protesta inefficiente




Come tutte le persone collegate in qualche modo a scuola e dintorni, anch'io ho ricevuto una buona quindicina di volte l'esortazione a mandare una mail da www.quirinale.it, sezione Posta, per chiedere al Presidente della Repubblica di non firmare il decreto Gelmini, con la promessa che se Napolitano ne avesse ricevute 20.000 forse non avrebbe firmato.

Da sempre la nostra bella rete è territorio ideale per le cosiddette catene di sant'Antonio e la diffusione delle leggende metropolitane. Avevo sempre pensato che a cascarci fossero soprattutto certi poveri diavoli, vittime dell'analfabetismo di andata e predisposti per la loro totale ignoranza a credere a qualunque cosa, dagli asini che volano alle promesse dei politici in campagna elettorale. Considerando però la rapidità con cui questa particolare catena si è diffusa e l'acriticità con cui è stata ripetuta di bocca in bocca e di cell in cell, forse dovrei rivedere le mie opinioni in proposito.

Le  modalità di protesta vanno benissimo: intasare le caselle postali o i fax delle istituzioni è una pratica nata in tempi recenti che ha servito molte rispettabili cause - tra l'altro già da un paio di settimane circolavano inviti a spedire al Presidente una lettera per chiedergli di fermare lo smantellamento della scuola pubblica - e immagino che l'appello delirante sia una costola di quest'altra assai più sensata iniziativa (alla quale ho partecipato).
Però, anche senza una laurea e un master in diritto costituzionale, dovrebbe essere abbastanza noto che il Presidente della Repubblica è soprattutto una figura di garanzia sopra le parti e NON un libero battitore che firma o non firma leggi a seconda di come si alza la mattina. Può certamente farsi tramite della preoccupazione di una parte dei cittadini davanti alle minacce di smantellamento di un servizio importante come la scuola pubblica, ma le leggi le firma o non le firma in base a una serie di criteri piuttosto particolari che non hanno niente a che vedere con  le sue preferenze o con 20.000 mail (e perché proprio 20.000 e non 100.00,  che è una cifra più tonda? Chissà). Infine, al momento non esiste alcun "decreto Gelmini" da firmare, al massimo una legge Gelmini in via di approvazione in parlamento;  e non c'è motivo di chiamare decreto una legge e viceversa. 
Sia la presenza del numero che il fatto che l'appello parlasse di "decreto Gelmini" come di qualcosa ancora da firmare sarebbe bastato e avanzato per far capire che non si poteva trattare di niente di serio. Invece l'appello ha avuto diffusione rapidissima ed è stato accolto da gente che, almeno in gran parte, alla storia delle 20.000 mail ci crede davvero, tanto che dal Quirinale han dovuto mandare un comunicato che chiarisse un po' la questione (con in più un appello per gli insegnanti a "non aver paura del cambiamento" che francamente il buon Napolitano poteva risparmiarci).

Certo, lo spirito che ha mosso le molte migliaia di mail era quello del "Chiediamo la grazia al Presidente". Ma una classe di lavoratori (molti dei quali hanno perfino un'abilitazione per insegnare Educazione civica) che in teoria dovrebbe educare le future generazioni alla legalità e alla cittadinanza, dovrebbe saperne un po' di più. Il fatto che tanti di noi siano disposti a prendere per buona la prima bufala di passaggio dà certo l'idea del senso di impotenza che si è impadronito di noi - ma anche della dabbenaggine che ha contribuito a metterci nella presente situazione.
Forse, un buon corso di aggiornamento presso gli operai della FIOM, almeno per spiegarci le regole base dell'Arte della Protesta Coordinata...

giovedì 16 ottobre 2008

La scuola dei bei tempi andati

Nei tempi felici in cui i mulini erano bianchi e i mugnai morivano di tisi, le bambine erano angioletti col grembiulino bianco alle elementari e demonietti tentatori da coprire col grembiule nero alle medie e c'era ancora la poliomelite e il maestro era unico e la maestra pure, c'era chi cantava:


(L. Tenco)
 
Cara maestra,
un giorno m'insegnavi
che a questo mondo noi
noi siamo tutti uguali.
Ma quando entrava in classe il direttore
tu ci facevi alzare tutti in piedi,
e quando entrava in classe il bidello
ci permettevi di restar seduti.

Mio buon curato,
dicevi che la chiesa
è la casa dei poveri,
della povera gente.
Però hai rivestito la tua chiesa
di tende d'oro e marmi colorati:
come può adesso un povero che entra
sentirsi come fosse a casa sua?

Egregio sindaco,
m' hanno detto che un giorno
tu gridavi alla gente
"vincere o morire".
Ora vorrei sapere come mai
vinto non hai, eppure non sei morto,
e al posto tuo è morta tanta gente
che non voleva né vincere né morire?

A quei tempi i maestri (e i curati e i sindaci) erano ancora rispettati, e infatti Tenco dopo questa sortita venne tenuto lontano qualche annetto dalla televisione.

Il diario del guanciale


Per motivi che mi sono sempre sfuggiti, alle scuole medie usa fare a italiano la forma lettera e la forma diario - che è un po' come fare la forma dell'acqua o dell'aranciata: una lettera o un diario sono, né più né meno, quel che l'autore decide che siano e non ci sono regole che li delimitino, salvo per le lettere ufficiali o i diari di bordo. Strano ma vero, molte antologie e perfino molti insegnanti si sforzano di spiegare le regole dei vari tipi di lettere e diari - giuro, si trova perfino gente disposta a spiegarti le caratteristiche della lettera d'amore, e qualcuno dà perfino l'aria di essere convinto di quel che dice.
Ad ogni modo il primo tema dell'esame può essere scritto in forma di "cronaca, lettera o diario" e non c'è dubbio che, anche se sono forme alquanto sfuggenti, vanno bene come tante altre per esercitarsi con la lingua scritta.
L'anno scorso i miei sventurati alunni han tenuto un diario: una volta al mese, per una settimana, tutti i giorni ci dovevano scrivere qualcosa - non necessariamente gli eventi della giornata, andava bene qualsiasi cosa gli venisse in mente. Per quella settimana non c'erano altri compiti scritti di italiano.
Qualcuno l'ha trovato divertente e mi raccontava i più curiosi dettagli della sua vita, qualcuno ci scriveva pensieri più o meno a ruota libera, qualcuno faceva dei resoconti delle sue giornate che non avrebbero sfigurato tra i verbali di un processo per omicidio per precisione cronologica e trasporto emotivo, qualcuno si barcamenava alla meno peggio, qualcuno lo usava anche come canale confidenziale con me... una ragazza ci si è piantata come un mulo nonostante avessi giurato e spiegato che non erano minimamente obbligati a scriverci proprio niente di personale. Nel complesso è stato interessante, e li ha costretti a produrre un congruo numero di pagine scritte (poi da me pazientemente corrette ma non molto commentate, perché credo che le riflessioni personali meno le commenti meglio è).
Avevano naturalmente letto il loro gruppetto di brani tratti da diari. Ma il problema, con i diari, è che quelli veri di solito non sono granché da leggere perché sono pieni zeppi di riferimenti interni incomprensibili, e quelli letterari, a parte le primissime pagine, hanno un senso solo inseriti all'interno di tutta la narrazione - e infatti quasi sempre si leggono inizi di romanzi a diario e qualche brano dal diario di Anne Frank (che è letterario pure quello, perché la povera ragazza lo scriveva e riscriveva come esercizio di scrittura, ed è un vero peccato che si sia dovuta limitare a quello).
Anne Frank l'ho lasciata per quest'anno, ma ci arriveremo tra qualche mese. Stamani invece, per la serie "Facciamo gli originali a tutti i costi" gli ho portato qualche brano dal Diario del guanciale di Sei Shonagon, dama di corte contemporanea di Murasaki Shikibu, ma molto più brillante e vivace di lei. Anche Murasaki teneva il suo bravo diario (ogni dama hejan lo teneva) ma a quel che ho capito era molto memo memorabile di quello di Sei.
Un po' straniti, i ragazzi si sono letti un elenco di situazioni che tengono in ansia, una lista di cose piacevoli da fare in un giorno di pioggia, il racconto di una serata di corte, la "commoventissima" scena dell'imperatore che saluta sua madre (davanti alla quale Sei piange come una fontana, tanto che le lacrime le lavano il trucco; e il trucco di una dama hejan NON è una passata di ombretto e un velo di cipria) e la "bizzarra" storia di un ufficiale di guardia che uccide il padre di umili origini e prepara le messe rituali per i defunti - vicenda per la quale, par di capire, non solo non piange nessuno, ma nemmeno si provvede a imprigionare il figlio o a sottoporlo a un qualche tipo di sanzione.
Diciamo che si sono confrontati con una sensibilità decisamente diversa dalla nostra.